Voglio cambiar lavoro; sono stanco, e prima o poi mi beccano e finisco al tg e mi chiederanno: come ho potuto? e altre stronzate, come è stato con la Vanna Marchi, quei suoi assistenti intervistati sfocati per non essere riconosciuti, pentiti e pronti a confessare, che dicevano: ci costringevano, avevamo paura, bisogno, e la disoccupazione, il milione di posti di lavoro, eccetera. E se scoprissero me? Altro che riprese sfocate! Mi arresterebbero. E io che direi? Che ero costretto, avevo paura, e la disoccupazione eccetera? Stronzate! La verità è: lo faccio per i soldi. Ne ho passati tanti di lavoretti, ma qui pagano meglio. E poi è un lavoro come un altro, come con i becchini. Qualcuno deve farlo, e io lo faccio perché rende, perché il mio capo con me sa che accadrà ancor prima che accada, e dopo ha lo scoop da vendere ai giornali, con tutti i come e perché che eccitano i morbosi che si fingono scandalizzati. E io sono bravo, so scrivere, so convincere. Per questo mi paga: navigare, scovare i tipi giusti, chattare della vita e di Dio e della morte. E convincerli. Perché alla fine questo faccio: li scelgo, li riunisco, li aiuto a finire ciò che comunque hanno già deciso. Solo che con me lo fanno meglio e prima. E non è facile, credetemi, non è come la Marchi con i suoi filtri antimalocchio. Per esempio, ricordate la storia dei giappo morti? Gas di scarico, tutti suicidi? Grande storia per tv e giornali! Ottimo lavoro. Non sono stato io, ma potrei essere stato io. Forse un collega. Invece quello che si è murato vivo in cantina a Milano, come in una storia di Poe, quello sì, sono stato io. Gran bel lavoro. E insomma, qualcuno deve farlo. Lo faccio io. E non rompetemi. Sono stanco, voglio cambiar lavoro prima che mi becchino, e domani, magari, ci sarà un altro al posto mio.
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