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L'accumulazione delle distanze


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Territori instabili

 

 

Salivamo dalla strada che esce dal villaggio. La gente era attorno a noi a guardarci mentre ce ne andavamo dal loro territorio, ma non sapevano che quello era anche il nostro territorio. Gruppi di bambini presero ad attaccarci mentre affrontavamo la collina. La strada era aspra e infangata, la neve che si scioglieva rendeva difficile la salita. Gruppi di bambini presero ad attaccarci. Venivano avanti due o tre per volta, certo, ma erano tanti, decine, centinaia. Scalciavano e ci tiravano sassi, e ci urlavano in faccia. Non sapevamo più come difenderci senza far loro del male. Intanto eravamo riusciti a trovare lungo la collina un mezzo più rapido, un calesse sporco con due cavalli vecchi che riuscivano a tirarci. Quando i bambini ci attaccarono di nuovo con i sassi e i pugni io estrassi la pistola e la puntai addosso alla bambina che mi era più vicina e che col pugno tratteneva qualche cosa. I miei compagni mi urlarono di non farlo, ma era troppo tardi e io premetti il grilletto. Nulla. La pistola non funzionava su di loro. E così la bambina riuscì ad avvicinarsi troppo e scagliò addosso a noi una polvere bianca che luccicava. "Attenzione!" gridai. Ma anche questa volta era troppo tardi e la povere ci prese. E dopo questo è chiaro che fummo facile preda dei bambini; riuscirono a tirarci fuori dal calesse senza sforzo, ci strappavano le mani quasi a forza di tirare, e due mi portarono indietro al paese, perso nei vicoli e poi dentro a una casa. Lì c’erano altri bambini assiepati in assemblea. Mi aspettavano. Una bambina più grande delle altre cominciò a urlarmi che non avrei dovuto attraversare la città, contaminarla con le nostre radiazioni. Aveva lunghi capelli neri raccolti in trecce. Tre o quattro trecce. «Non siamo stati noi a portare le radiazioni» le dissi, ma lei continuò a urlare e allora tutti gli altri bambini si unirono a lei e ben presto fu un coro che si rivoltava contro di me. Era chiaro che volevano uccidermi. Di nuovo provai a sparare, ma la pistola rimase un gingillo inerte e freddo tra le mie mani. Risero tutti vedendo il mio gesto. Avevo paura. Però non so come riuscii a scappare da quella casa mentre i bambini gridavano e si preparavano ad attaccarmi. Forse fu un attimo di distrazione delle due guardie alla porta, era troppa l’eccitazione per avermi come preda, non so, ma sgusciai tra di loro e giù per le scale e presto fui fuori e allora ripercorsi indietro i vicoli stretti fino al sentiero che saliva. Sapevo che quella era la sola via d’uscita. I bambini mi inseguivano, ma potevo correre più di loro e li distanziai. Non so neanche come ma arrivai in cima. Non ricordo bene. Stanchissimo. Anche gli altri erano lì. Eravamo tutti lì, no, non tutti, perché alcuni di noi erano rimasti nelle mani dei bambini. Fatti a pezzi forse. Spariti comunque, e il gruppo così come lo conoscevamo e lo amavamo era finito ormai. Comunque i bambini ce li eravamo lasciati dietro; la pistola aveva ripreso a funzionare da poco, quando ero nei pressi della cima, dove è probabile che il campo di forze fosse minore. Allora l’avevo usata, e due bambini erano svaniti nel nulla mentre lottavano per raggiungermi. Era servito a tenere gli altri a distanza. Ora sedevamo in cima, ma non sapevamo più bene come comportarci. Eravamo intristiti da quello che era successo. Per quelli di noi che non ce l’avevano fatta. Preoccupati. Sapevamo che non sarebbe finita lì; né sarebbe stato facile dirlo ai capi. E in più c’era la faccenda della polvere bianca che luccicava. Quali conseguenze avrebbe avuto sulla città?

 

La città era ancora lontana. La vedemmo dopo un altro giorno di cammino senza sosta. Era in cima alla montagna e si distingueva facilmente anche da lontano per via delle due piramidi ai piedi delle zone speculari che spiccavano nere contro il rosso del cielo. Arrivammo che era già notte. I sorveglianti ci lasciarono entrare subito, perché ci avevano riconosciuto; invece entrare nel palazzo non fu così facile. Eravamo cambiati, soprattutto agli occhi dei custodi delle porte che non potevano vedere bene come gli altri e si accorgevano soltanto delle mutazioni esteriori. Ma in fondo quello era il loro compito, e non potevano sapere degli effetti della polvere. Noi sì invece, li conoscevamo, o almeno credevamo di conoscerli, ma bisogna ammettere che non avevamo dato troppo peso all’episodio della bambina che ci tirava addosso la polvere, o forse avevamo volutamente cercato di dimenticarlo per non spaventarci troppo. E poi, fin tanto che viaggiavamo in gruppo compatto non avevamo la possibilità di confrontarci se non tra noi, e così gli effetti della polvere non erano visibili. Ma non appena fummo dentro il palazzo e incontrammo altra gente che camminava per le strade illuminate subito ci fu chiara la differenza tra noi e loro. Avevamo sottovalutato gli effetti di quello che ci avevano scagliato addosso. E poi c’erano le radiazioni, troppe. Ci trascinavamo dietro anche quelle e non potevamo far nulla per scrollarcele di dosso. Vivevano con noi ora e ci nutrivano. Noi eravamo immuni ormai, ma che effetto avrebbero avuto sugli abitanti della città? Eravamo pericolosi? I Consiglieri se ne accorsero subito guardandoci e leggendo a terra i colori delle mappe vive che segnalavano le linee di confine e lo stato di salute del territorio. «Non posso credere che vi siate comportati così stupidamente!» ci urlò il Capo del Consiglio. «La città si restringerà! Guardate, guardate da voi stessi i segnali di minaccia che emanano i confini!» e ci indicò le linee che noi tutti conoscevamo bene fin da bambini. Ma quelle linee ora avevano perso la loro aura bianca a cui eravamo abituati; erano diventate verdi nel momento stesso in cui eravamo entrati nella Sala del Consiglio e ora pulsavano e ronzavano come grandi animali alati affamati appena risvegliati. A quella vista tutti capimmo fino in fondo la portata di quanto avevamo compiuto, delle disgrazie che stavano per caderci addosso. Ora l’intera città era in pericolo per causa nostra. «Dovrete essere giudicati per questo» disse il Capo del Consiglio. «E puniti severamente!» Poi fece radunare tutti gli esperti e ordinò loro di studiare piani d’azione per poter catturare i bambini e strappare loro il segreto della polvere. Non era facile, e tutti noi lo sapevamo, ma cos’altro si poteva tentare ormai? Per non parlare poi delle radiazioni che distorcevano i campi in maniera vistosa davanti a noi. Ma a quello almeno c’era un rimedio più semplice e se ne sarebbero occupati in seguito, semmai la città avesse avuto un seguito. Poi, mentre gli esperti partivano per la valle guidati dai colonnelli noi fummo accompagnati verso gli ascensori e a quella vista tutto infine ci fu chiaro. Non potevano esserci equivoci sul significato degli ascensori. Sulla loro destinazione. Ma entrammo ugualmente, in fondo eravamo stati noi stessi i fautori del nostro destino. Intanto le mutazioni avevano preso un corso inaspettato e non sapevamo più bene chi eravamo e cosa avevamo fatto. Neppure i sorveglianti riuscivano più a distinguerci l’uno dall’altro, eppure loro erano nati per sorvegliare e i loro occhi addestrati avrebbero dovuto riconoscere le differenze. Era forse quello il primo segno evidente che la città stava cambiando anch’essa? Non riuscivamo più a muoverci, e ci spinsero a forza fuori degli ascensori affondando le mani nei nostri corpi molli. E poi ci accorgemmo tutti, o sarebbe meglio dire che tutti lo sentimmo nello stesso istante, come un click, un battito d’ala nell’unica mente rimasta, che le mani di chi ci spingeva si stavano trasformando. Ma gli uomini se ne accorsero subito e urlarono di rabbia, insultandoci, volevano distruggerci con le pistole, ma non potevano più impugnarle, ma poi estraendo a fatica le mani tutto ritornò normale e così ci risparmiarono e riuscirono a spingerci fuori finalmente. Comunque ci impiegammo ore a uscire, e chi sa che non fossero giorni, ma non si poteva dire per via delle radiazioni. Però a quel punto nostri corpi di nuovo avevano gambe e tutto ormai sembrava ritornato alla normalità. Anche noi ricordavamo tutto di nuovo. Forse ciò era dovuto alla notizia che gli esperti erano sulle tracce dei bambini, notizia che spargendosi per la valle aveva già prodotto i suoi effetti benefici, o era anche possibile che fossero veramente trascorsi giorni, così che alcuni dei bambini erano stati già catturati e il segreto della polvere luminosa era stato rivelato. Ma tali pensieri ci parevano peccare di troppo ottimismo, per cui evitammo di fare congetture ulteriori. E poi il destino della città non aveva ormai più attinenza con le nostre vite. Sicuramente saremmo stati condannati e questo doveva essere era il solo problema di cui preoccuparsi. Ma chi tra voi non sarebbe curioso di sapere cosa c’è in serbo per la città in cui è nato e cresciuto, anche quando sa che la propria fine è così vicina? Intanto ci eravamo affacciati oltre la recinzione della piramide della prima zona, quella speculare. Da lì per via della luna piena si vedeva bene tutta la valle anche se era notte. E poi ovviamente si scorgeva dall’altra parte la piramide della seconda zona, quella speculata. Ma per via della prospettiva quella da qui sembrava più grande della piramide dove ci trovavamo e la cosa ci confondeva molto. Inoltre i nostri riflessi potevano essere sparsi dappertutto in quel posto, per cui lottavamo con la ragione per riuscire a sapere quanti di noi erano lì sul terrazzo a guardare la luna e ad aspettare la fine, e quanti altri fossero invece pure speculazioni, giochi di luce o riflessi di riflessi che sedevano tutti assieme sul terrazzo a guardare la luna e giù la valle e aspettavano la fine. «La città è salva!» grido qualcuno da basso. Ma subito una voce gli fece eco gridando «La città è perduta!» e noi si era da capo a non sapere il perché si gridasse a quel modo, né quale dei due gridi fosse da prendere sul serio, né chi di noi avesse gridato, anche se che fosse uno di noi a gridare, almeno di questo eravamo certi. Comunque passa altro tempo lì in attesa. I vigilanti senza rendersene conto sono stati investiti da troppe radiazioni così anche loro adesso sono con noi, si mescolano al gruppo e lo ingrossano e ci sorvegliamo tutti assieme anche se loro non vogliono essere accusati dei nostri stessi crimini. Poi finalmente vengono a prenderci altre persone ben rivestite con tute protettive. «Sono due giorni che vi aspettiamo» dice uno di loro. «Non è possibile» rispondiamo, «due giorni fa lottavamo coi bambini, lontani dalla città. Non è possibile!». «Appunto!» risponde la figura nella tuta. E questo pone fine al dialogo e prendono a spingerci per farci salire nel tunnel che si infila nella piramide della zona speculare. È lì dentro, dopo chilometri al buio, che incontriamo l’uomo che deve giudicarci: vecchio, immenso, che gira nella stanza a cupola in cui ci hanno fatto entrare. È in cerca le sue foglie da fumare quando entriamo e borbotta tra sé parole che rumoreggiano come tuoni lontani. Non ci degna di un’occhiata, o forse sul serio non si è accorto di noi, non ci ha visto o ci ha scambiato per qualcosa d’altro. Ma questo veramente è difficile da credere. I nostri corpi sono ancora quelli di sempre. Certo, le mutazioni sono in corso adesso, lo sentiamo nel sangue e nella temperatura del corpo, e in effetti noi non possiamo chiaramente essere coscienti sul fatto di essere quello che noi crediamo di essere o vediamo. Noi siamo così, normali ai nostri occhi, ma chi può sapere cosa vede lui? D’altra parte, a ben pensarci questo ragionamento è fallace, in quanto noi tutti sappiamo che l’essere destinato a giudicarci è immune dagli effetti apparenti della polvere e delle radiazioni. Quindi arriviamo alla conclusione che effettivamente ci ha visto e ci ignora volutamente per sue misteriose ragioni. Comunque continua a mostrarsi occupato a cercare le sue foglie da fumare. Intanto tutta la gente che ci ha visto arrivare si è raccolta attorno a noi. Le mutazioni ora si susseguono sempre più velocemente, senza mai ripetersi due volte e ci domandiamo cosa mai possono vedere gli altri di noi, dei nostri poveri corpi. E anche le radiazioni modificano l’ambiente, anche la cupola che ci fa da soffitto. Un campo di forza immenso. Poi cominciano ad agire anche su quelli che ci stanno a guardare. Ora siamo noi ad essere normali, perlomeno ai nostri occhi, e loro invece a cambiare. Prima si assottigliano, diventano quasi trasparenti fino a ricordare le sostanze eteree degli spettri, poi si accomunano, all’inizio in gruppi di due o tre, poi ammassi più grossi. Quando sono tutti mescolati in una palla colorata ecco che la sentiamo esplodere e non rimane più nulla dei nostri spettatori. Ma questo, ce ne accorgiamo troppo tardi, è stato un diversivo del giudice per non farci capire che ci stava osservando. Vuole penetrare i nostri cuori mentre le menti erano distratte da qualche novità. Comprendiamo che lui ha finito con noi, quando il pulviscolo dell’esplosione si attenua e notiamo che anche il soffitto si è schiacciato completamente. Questo significa che gli esperti non sono riusciti a catturare neppure un bambino? Che la città è destinata a restringere i confini fino alle dimensioni di un punto? E chi mai può dirlo, in queste circostanze! A noi non resta che aspettare le parole del giudice; sappiamo che ha già preso la decisione su di noi, e non ci resta che aspettare. E poi ci avvicineremo al nostro destino, alla fine. Facciamo silenzio per ascoltarlo quando ci accorgiamo che apre la bocca per parlare. «La città si salverà» dice. «Ma dovrò tagliare territori a nord della zona speculare, perché è troppo tardi ormai per arrestare il processo che avete scatenato con la vostra presunzione». Poi ci guarda tutti a fondo, e per lui siamo trasparenti come il cristallo. «Per voi c’è il silenzio» ci dice con voce cupa. «Il silenzio» ripete.