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L’occhio amorevole

Published in: DELOS n. 88, (April 2004).
   

Se qualcuno avesse potuto vederlo sarebbe stato colpito dal suo aspetto tozzo, dalla pesantezza dei movimenti, dal suo camminare lento in cerca di equilibri difficili da mantenere sulle sue gambe massicce. Ora, come sempre più spesso faceva nelle sue lunghe giornate, si guardava allo specchio, muovendo appena gli occhi sulla superficie lucida che lo rifletteva. L’immagine non era perfetta, alterata da leggere deformazioni del vetro che generavano onde di luce intrecciate. Il suo occhio azzurro si posava sul torace gigantesco dell’immagine, sul riflesso di una spalla; la luce laterale creava ombre lievi che amplificavano le superfici delle increspature di pelle. Amava le geometrie rotonde del suo corpo. Poteva rimanere ad osservare la sua immagine per ore. Ore a scrutare la sua carne morbida, le simmetrie, le valli, le nicchie, le concavità, le vibrazioni dei tessuti, strati su strati di grasso lucido.
D’improvviso gli animali urlarono e l’uomo si girò di scatto; aprì la bocca e la richiuse. Trascorsero pochi istanti ed ecco le urla ripetersi, rauche come grida strozzate, e allora mosse gli occhi. Gli veniva da pensare alle sirene; il canto delle sirene doveva essere come quel suono lungo che udiva, che si spegneva di colpo e riprendeva. Gli animali hanno fame, pensò. Già, come sirene sotto un sole opaco in attesa delle prede da incantare. Immaginò un cielo al tramonto, i primi bagliori delle stelle, il mare in basso e le scogliere rosse e rumorose. E le sirene sdraiate sulle rocce, la loro pelle lucida, le sirene che si muovevano agitando le braccia e le code e urlando per la fame, con le bocche spalancate e i denti affilati. Sì, come ora gli animali…
Gli animali, certo. Si spostò di scatto, subito una vertigine lo colse, e allora tornò a fermarsi. Dalla finestra filtravano i colori del tramonto, tinte azzurre, toni rossi, chiazze di blu grigi e gialli mescolati. Le urla riempirono di nuovo l’aria e lui capì che doveva muoversi in fretta e nutrirli prima che fosse troppo tardi. Eppure rimase ancora immobile ad ascoltare l’ansimare delle bestie lontane. Lo affascinava l’idea che di lì a poco avrebbero cominciato a cambiare forma. Voleva aspettare fino al momento in cui il pericolo sarebbe diventato troppo per esitare ancora.
Guardo l’orologio appeso al muro, la lancetta dei secondi scandire il tempo, percorrere cerchi. Sorrise in silenzio deformando la bocca in una smorfia. Le sue braccia gonfie di carne si appoggiavano morbide ai lati del suo corpo, pelle contro pelle. Gli piaceva questa sensazione di contatto, amava percepirsi grande e pesante, sentirsi protetto da strati di grasso soffice. Poi finalmente si mosse scattando veloce verso la porta; la aprì precipitandosi fuori e prese a correre quasi, dirigendosi verso il capannone ed emettendo grida rauche in risposte a quelle degli animali.
Gli animali allora si zittirono di colpo, ed era come se la loro presenza fosse stata annullata, come se non fossero mai esistiti. Il silenzio era assoluto; non il più piccolo movimento, non un respiro, un suono o un fruscio, o il raschiare di unghie contro l’acciaio spesso delle gabbie.
L’uomo esitò prima di aprire. Col suo occhio marrone lanciò uno sguardo all’orologio da polso, inarcò le sopracciglia e scrutò la luna piena e rossa emergere oltre la linea dell’orizzonte. Questo era il momento speciale, l’ora del mutamento. A fatica estrasse le chiavi dalla tasca e aprì la porta blindata del capannone. Nel buio l’odore aspro degli animali lo avvolse con forza e immediatamente provò la vertigine dell’eccitazione: il cervello che trasmette rapido gli impulsi dalle ghiandole al sesso, le mani impregnate di sudore freddo, il cuore che accelera il battito fino a ingolfare il respiro, le tempie che pulsano impazzite, sangue che scorre, le guance farsi di fuoco…
L’impatto era il momento più difficile, il più pericoloso. Sapeva che pochi istanti ancora e l’avrebbe afferrato il desiderio di avvicinarsi alle gabbie e al buio cercare le sagome enormi delle bestie con le dita e frugarle a lungo, dentro; sapeva che presto sarebbe stato posseduto dalla voglia incontenibile di spalancare tutte le porte delle gabbie come un uomo impazzito che tenta di liberarsi dai suoi fantasmi più malvagi. Velocemente agitò le sue dita grasse sulla superficie della porta, cercando a tastoni la maschera appesa al chiodo. Ora doveva muoversi in fretta, anche se da tempo ormai la velocità era contro la sua stessa natura, anche se il suo corpo sembrava ribellarsi all’idea del movimento, allo scatto dei muscoli. Ma aspettare ancora sarebbe stato fatale. Si infilò la maschera e subito il sapore dolciastro dell’aria filtrata gli riempì la bocca. Per alcuni istanti agitò le braccia in avanti senza quasi pensare ai suoi gesti. Il silenzio era perfetto ora. Afferrò una delle sbarre della gabbia più vicina e la strinse e poi inspirò l’aria dalla maschera, e aspirò, ancora, ancora, tre, quattro volte, ancora, mentre le sue mani si muovevano attorno alla gabbia, mentre le sue mani si allontanavano da lui, le dita avevano cessato di appartenergli, semplicemente erano lì davanti, come cose, lontane da lui, sulla gabbia, le sue dita… Di colpo si scosse e capì, si rese conto di cosa stava per fare e una fitta di terrore si impossessò di lui. Con immensa fatica liberò un braccio dalla gabbia ed estrasse una pila dalla tasca, la accese e puntò la fievole luce rossa verso l’altro suo braccio che ancora stringeva la gabbia. La sua mano era vicina alla leva che azionava l’apertura. Eppure non ricordava di aver sollevato il braccio, non ricordava. Pochi secondi ancora e avrebbe aperto la gabbia e…
Questa volta aveva aspettato troppo. Non posso più farlo, si disse, devo infilare la maschera quando sono fuori, pensò. Però così avrebbe perso il gusto generato dal pericolo, l’euforia che sbocciava in lui ogni volta che entrava nel capannone al tramonto, al limitare del momento della trasformazione.
L’animale nella gabbia aveva capito cosa stava per accadere, sapeva. Naturalmente. E subito cominciò a produrre un suono strano, un borbottio sommesso, come quello di una creatura che si sforzi di imitare una risata senza che il riso appartenga realmente alla sua natura. Allora anche gli altri animali attaccarono a ripetere quello sdrucciolare di suoni e il capannone si inondo di quei sussulti e quasi-risa frammentate da brevi ululati a frequenze altissime, urla che cantavano la rabbia per il mancato banchetto e il dolore che sempre li afferrava allo stomaco e alle zampe quando percepivano la presenza di cibo vicino e potevano odorarlo e vederlo muoversi, l’odore di carne così vicina alle loro zanne, alle loro bocche spalancate.
Ormai al sicuro dietro la maschera, rilassato dopo il pericolo, l’uomo rabbrividì di piacere a quei richiami familiari. Come sempre la curiosità premeva in lui ora, avrebbe voluto comprendere il linguaggio celato dentro quei suoni che solo di notte erano capaci di emettere, avrebbe voluto accendere la luce per ammirarli finalmente anche di notte, capire cosa facevano e vedere finalmente i loro corpi assumere le diverse forme. Ma sapeva che accendere la luce avrebbe significato perdere l’intero liquido di una settimana e immediatamente questo pensiero lo trattenne dall’azionare l’interruttore. Eccitato, rimase a lungo ad ascoltare il loro canto, il lamento da fame dopo il mutamento.
Poi si decise e si mosse. Guidato dalla minuscola luce rossa della pila si accostò alla leva del cibo e la azionò. Con uno scatto secco i contenitori appesi al soffitto sopra le gabbie si aprirono, ed egli udì il rotolare in basso e nelle gabbie dei minuscoli pezzi di radice che aveva depositato con cura durante il giorno. E subito sentì gli animali lanciarsi affamati sul cibo raschiando con le unghie sul metallo, producendo rumori di masticazione avida e ringhi sommessi di soddisfazione.
Restò a lungo ad ascoltarli mangiare. Ora la fase del pericolo era terminata. Sorrideva. Ora era tutto a posto, ora poteva anche andarsene a riposare, poteva aspettare il gocciolare del liquido e l’alba. Pigramente spostò il suo corpo pesante verso la porta del capannone, poi si voltò indietro ancora, lo sguardo puntato nell’oscurità verso i suoni, verso gli animali e la sua riserva di liquido. Rise a bocca aperta, e con la maschera che avvolgeva ancora il suo viso anche il suo sbuffare soddisfatto sembrava il lamento di uno degli animali.
Si sfilò la maschera e la appese al chiodo, e uscì e serrò la porta con tre mandate. Fuori era già scuro, l’aria asciutta trasmetteva la luminosità limpida delle stelle raccolte in costellazioni e gli venne naturale ispirare boccate di quell’aria pura muovendo con lentezza capo e braccia, inspirare, espirare, inspirare, mentre la luna rotonda imbiancava la vegetazione bassa e stentata, colorava con riflessi pallidi chilometri di pianura.
Avvicinandosi al cerchio di sassi che delimitava la zona del fuoco afferrò due o tre rami da un mucchio, li gettò leggeri sopra la cenere fredda accumulata nelle notti precedenti, poi infilò ciuffi di paglia tra i rami e ritornando alla legna sfilò altri rami e radici tagliate in pezzi corti. Quando accese la paglia le sue mani si animarono di ombre guizzanti, gli arbusti crepitarono e si arrossarono catturati dalle fiamme. Piegandosi lentamente sulle ginocchia si sedette con sforzo su un macigno largo e piatto di fronte al fuoco, e con un ramo più lungo degli altri prese a spostare il legno infiammato costruendo delicate strutture incandescenti che il calore divorava veloce.
Volse lo sguardo alla pianura, poi alle fiamme. Come piccoli specchi i suoi occhi riflettevano l’agitarsi del fuoco, il colore e il calore inondavano la sua faccia piena, le guance che traboccavano sul suo collo tozzo in fasce molli di grasso. Come in altre sere, nella luce delle fiamme affiorarono le immagini, ricordi che il liquido ancora gli regalava, vivi, intensi, dai contorni precisi. Quando era ancora magro: vide le sue braccia agili serrare altre braccia, stringere i corpi giovani di altri uomini, sfiorarne le pelli morbide, le braccia e le gambe; vide le loro mani che si intrecciavano alle sue e giocavano a lasciarsi, capelli scuri, capelli biondi e ricci, occhi luminosi come pezzi di cielo, labbra sottili, lingue bagnate che lasciavano sul suo corpo carezze liquide. E poi altre immagini si sovrapposero alle prime: immagini di un’età più recente, volti di altri amori, uomini, donne a volte. Si alternavano occhi socchiusi e labbra, nasi, movimenti composti di dita in cerca di piacere, bocche aperte. Ricordo i gesti, ed i particolari erano precisi fino al millesimo; c’era gioia nei volti, pieghe di passione e altre di dolore; la paura di perdere si mescolava nei ricordi all’avidità del prendere. E riaffioravano sequenze di momenti sbagliati, incontri sprecati, parole inutili, sofferenze. Su e su nel tempo, più vicini, fino al nero, un buco, il nulla…
Il potere del liquido scorreva in lui ora, poteva sentirlo fluire caldo e lento nel suo sangue, in sintonia con la lentezza del suo vivere, del suo pensare. Non ricordava quando era iniziata la via verso il liquido. Non riusciva già più a ricordare, il liquido aveva cancellato la memoria dell’inizio, così che una volta perse anche quelle poche frammentate immagini che lo rimandavano a un passato diverso, lui avrebbe potuto cominciare a sognare che la sua vita era nata nel liquido, lì nel deserto. Poteva credere di essere stato partorito dal liquido e dal liquido cresciuto. Il dio liquido, il dio della memoria e della dimenticanza…
Udì un grido lungo e acuto verso sud, dietro la Cresta del Diavolo, e si girò di scatto, gli animali!, pensò, il liquido! Ma il capannone era tranquillo, nessun rumore, quello era soltanto il grido di qualche animale notturno che iniziava la sua caccia.
Allora tornò a guardare il fuoco e rimase con la testa piegata di lato e appoggiata quasi su una spalla. Gli animali sono un parto del liquido, o il liquido è un prodotto della loro trasformazione?, gli venne da pensare. Una domanda importante sbocciata nella sua mente. Quante altre volte questa domanda gli era apparsa nei sogni? E la risposta, anche quella sicuramente doveva essere lì nascosta nella sua mente, sì, i sogni ci svelano le verità più preziose, sì certo, ma… no, no, non c’era risposta, e anche se c’era non poteva conoscerla, no, e se la conosceva l’aveva dimenticata ormai, come si può ricordare ciò che si sogna? Soltanto la sensazione labile di ripercorrere una domanda infinitamente complessa; questo affiorava in lui. Ma la risposta no; soltanto una domanda. E non era neppure certo di questo, in fondo poteva anche trattarsi di un dubbio sorto soltanto in quel momento e per la prima volta, opera del liquido che scorreva in lui; forse un problema su cui era in grado di concentrarsi quella sera per la prima volta, un problema che forse poteva fornirgli un futuro, un passato, delle ragioni. Lui era diverso prima. Aveva un passato. Sapeva questo. Ne aveva quasi la certezza. Ma allora cosa lo aveva portato al liquido, cosa aveva azzerato quel passato? Qualcuno l’aveva forse convinto a lasciarsi sedurre dal potere del liquido? Qualcuno? Qualcosa? Non ricordava. Forse sì, ma non riusciva a ricordare. Non stava cercando nulla. Non ricordava, non poteva cercare nulla in quel deserto. Non c’era nulla da cercare. C’erano solo quelle piante basse e rade, i cactus, la sabbia, quella sabbia così sottile e chiara, e i granelli minuti sollevati dal vento leggero. Soltanto sabbia e notte. E la luna. E le radici. Pensò alle radici, le radici rosse da tagliare in pezzi per nutrire gli animali. Ecco, ora lo sfiorò l’idea che la scorta di radici era quasi esaurita e doveva andare in cerca di nuove piante da raccogliere e stendere al sole a seccare, e tagliare in piccoli pezzi per nutrire gli animali. Sì, gli animali avevano fame e lui doveva aiutarli. Doveva farlo.
All’idea del cibo gli venne sete, ma non voleva alzarsi e muoversi fino al pozzo per pompare l’acqua. Poteva resistere fino a domani, fino all’alba. Pensò ai colori dell’alba, così simili a quelli delle fiamme, come se cielo e fuoco si fossero fusi nella sua mente in una sola materia, una sola origine.
Dal mucchio di legna scelse con cura due pezzi non molto grandi e li appoggiò sugli altri già accesi. Gli piaceva guardare le fiamme, percepirne il calore, a volte si meravigliava di quelle lingue guizzanti vicine ai suoi piedi, le pensava come creature vive, come lui, come gli animali. Gli animali. Qualcosa gli affiorò alla mente, brandelli di un pensiero che gli sembrava importante, come emersi da un mare denso, un mare di liquido scuro, tranquillo. Ma non riusciva più a concentrarsi ormai, c’erano solo fiamme e cenere, il deserto illuminato dalla luna, fiamme e cenere che gli danzavano davanti.

 

All’alba si svegliò, l’immagine del fuoco impressa nella mente, sovrapposta ad altre tenui immagini di sogno che sfuggirono leggere da lui non appena aprì gli occhi. Era il momento magico in cui sole e luna apparivano insieme, sbiaditi entrambi, lontani in un cielo d’argento e oro. Si scosse rabbrividendo per il freddo della notte penetratogli nelle ossa malgrado il grasso che avvolgeva il suo corpo massiccio. Osservò il cielo stropicciandosi gli occhi. Guardo la cenere tra il cerchio dei sassi, si alzò dalla pietra e cominciò a battere i piedi a terra sollevando nuvole basse di polvere bianca.
Lentamente si diresse verso il capannone dove gli animali ancora dormivano tranquilli. Una volta entrato si avvicinò con sicurezza alla leva che comandava l’apertura della gabbia più vicina e la abbassò. Subito la porta si sollevò con un cigolio e l’animale dentro si scosse emettendo grugniti soddisfatti e socchiuse gli occhi annusando l’aria col suo muso enorme.
L’uomo aprì le gabbie una dopo l’altra, poi spinse la porta del capannone lungo la guida su cui era appoggiata. Come la luce entrò nella sala buia gli animali scivolarono timidamente fuori dalle gabbie strusciando i loro ventri bassi sulla paglia e sul terreno, annusando l’aria e ciondolando la testa e agitando le orecchie. Con gesti leggeri l’uomo li guido verso l’uscita, e sorridendo li osservò ammassarsi contro la porta e spingersi goffamente l’un l’altro per oltrepassarla.
Quando tutti furono fuori richiuse la porta dall’interno e si spostò verso la piccola vasca rettangolare scavata al centro della stanza e ricolma del liquido scuro colato giù dagli animali e dalle gabbie attraverso i sottili canali incisi a terra. Sollevò lo sportello a fianco della vasca, infilò una mano dentro l’apertura e abbassò una leva, e quando il liquido sussultò lui si alzò da terra e guardo felice, guardo il liquido scendere inghiottito dal buco nella vasca. Aspettò in silenzio. L’attesa era lunga, troppo lunga. Certo, aveva tutto il tempo, tutta la giornata se voleva, eppure sentiva l’impazienza coglierlo, il desiderio del liquido farlo fremere davanti al liquido che scivolava via dalle pareti della vasca con lentezza.
Finalmente la vasca era vuota! Allora infilò ancora la mano nell’apertura e poi la ritirò, e stringeva una bottiglia di vetro dal collo largo, piena fino all’orlo del liquido denso e nero.
Uscì con la bottiglia tra le dita e seguendo le tracce degli animali in breve fu dietro di loro, e camminò con loro incurante delle nuvole di polvere sollevate dallo strisciare pesante dei loro corpi contro la terra asciutta. Per un paio di volte non poté trattenersi dal tossire e allora si fermò, ma ritornò subito a muoversi fin quando la collina gli fu davanti. Allora, incamminandosi verso l’alto, abbandonò gli animali al loro vagare. Più volte si arrestò ansimante a riprendere fiato, e poi ancora riprese a camminare spostandosi con passetti lenti e molli, con l’impressione di sollevare piombo, come se ciascuno di quei passi lo costringesse ad uno spreco di energie superiori alle sue possibilità.
Quando finalmente fu in cima lanciò lo sguardo in basso. Gli animali strisciavano con movimenti quasi impercettibili da lì, si aggiravano attorno alla casa raschiando i musi nella sabbia, scavando buche con le unghie affilate, masticando la vegetazione ingiallita. Quella scena gli piaceva. Amava la collina, l’altezza gli permetteva uno sguardo d’insieme alla casa, al deserto, agli animali, all’orizzonte dove cielo e terra si incontrano in una linea. Gli piaceva questo.
Sollevò la bottiglia col liquido e la portò alla bocca e prese a bere a lungo senza quasi respirare, muovendo ritmicamente la gola per inghiottire. Bevve in silenzio fin quando la bottiglia fu vuota. Allora ritornò a guardare gli animali. Ora si sentiva appagato. La pace lo avvolgeva, la pace lo inghiottiva. Guardo gli animali e il suo era uno sguardo tranquillo, con l’occhio amorevole dell’osservatore che ammira la scena di lontano, che guarda dall’alto le sue creature come un re fa con i suoi sudditi. Li amava, perché amava se stesso. Questo pensiero lo sfiorò e ne fu felice e percepì il liquido circolargli dentro, ridargli forza. Il liquido era in lui ora ed era come tornare a vivere cento vite diverse tutte insieme, un prisma di vite ed esperienze conservate e fuse nel liquido e che il liquido gli trasmetteva. E questo era un momento magico. Come altre volte. Quando era col liquido l’aria si trasformava, diventava elettrica, trasmetteva vibrazioni particolari. Momenti, ricordi, sensazioni si sovrapponevano. Anelli di luce nella sua mente congiungevano le coscienze di cento altre menti e creavano catene infinite di pensieri. Esibivano ciò che normalmente rimaneva invisibile, connettevano ciò che normalmente non poteva che apparirgli separato. Ora avrebbe voluto essere capace di sfiorare gli oggetti, la sabbia, i sassi, le piante, il suo corpo morbido e i corpi degli animali. Fondersi con quanto lo circondava. Voleva poter tradurre sensazioni in parole per poterle cantare. Non sapeva, non capiva, non ora, non più. Spesso si perdeva, ma era felice. Si ritrovava per attimi, ora. Memorie scorrevano in lui, emozioni si riallacciavano, crittografie del passato che egli aveva il compito di decifrare. E lui le capiva a volte, altre volte gli sfuggivano, ma le amava. Tutte. Come amava se stesso, come amava gli altri, gli animali. No, non sapeva più parlare, era incapace, c’erano solo sensazioni, idee che fluttuavano da lui a loro e a lui. Grugniva quasi, amava se stesso ora, era felice.
La sua mente vacillò e lui si stese a terra tra i sassi. Ora il liquido lo nutriva, forzava la sua carne a crescere ed espandersi, nuovi sottili strati di grasso, ancora e ancora. Ora era felice. Pensava agli amori dolci della sua vita, pensava agli animali dal pelo lucido, la loro pelle morbida e le scaglie, il loro muso quasi umano. Poi un’immagine d’improvviso si stagliò sulle altre, viva più delle altre perché più recente. Gli apparve alla mente il ragazzo col furgone, quel ragazzo robusto che già da due o tre volte veniva a portargli le poche provviste necessarie. Pensò al ragazzo con amore; era una bella cosa vedere qualcuno diverso, gente giovane come lui era stato un tempo, giovane come i suoi amori che tornavano a frammenti nel fuoco durante la magia che il liquido gli donava. I suoi amori, sì. Sarebbe stato bello e dolce vedere ancora il ragazzo, pochi giorni ancora e il ragazzo sarebbe tornato e lui avrebbe potuto fargli assaggiare di nuovo il liquido, mescolandolo al vino come l’ultima volta. Era sicuro che sarebbe tornato, lo sentiva, glielo dicevano anche gli altri ora, le voci dentro di lui, le voci che il liquido gli faceva ascoltare. Anche lui sarebbe tornato, come tornavano gli amori nel fuoco, gli amori da accarezzare, la carne morbida e il pelo lucido, il grasso che riempiva le mani, il grasso da sfiorare e stringere con le zampe, i richiami da apprendere, le memorie da fondere nel liquido, le menti da baciare.
Sarebbe tornato, sentiva questo. Aveva assaggiato il liquido, non poteva fare a meno di tornare. Questo pensiero lo rassicurò. Il futuro era salvo; il suo e quello degli animali. Dopo la lunga attesa il tempo della sua nuova fase stava avvicinandosi ormai, sentiva che il suo corpo era pronto ormai, il ragazzo avrebbe potuto prendere il suo posto finalmente. Per il suo amore, per amore del ciclo. Per il loro amore. Prima che fosse troppo tardi, prima della fusione totale nel potere del liquido.
Siamo salvi, pensò, il ragazzo tornerà, deve farlo. E questo pensiero quasi non gli apparteneva ormai, sembrava quasi provenire fuori da lui, era come un canto di voci vicine, un coro dolce che gli riempiva la mente e la inondava. Erano dentro di lui ora e cantavano la gioia del ciclo, le meraviglie del liquido. Il liquido…
Il liquido era dentro di lui. Lo calmò e lo accompagnò nel sonno e lui rimase disteso a terra sotto il sole caldo, immobile come lo erano più in basso gli animali. Sognava ormai e sorrideva, e a volte gli capitava di emettere dei suoni con le labbra, e se qualcuno avesse potuto ascoltarlo si sarebbe stupito a quei versi strani, dei sussurri o borbottii sommessi, quasi come quelli di una creatura che si sforzi di imitare una risata senza che il riso appartenga realmente alla sua natura.