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Contaminazioni

 

Sta piovendo e il vento anima le cartacce per strada, le raccoglie e le alza in rapidi mulinelli e le rilancia a terra. Le luci delle vetrine e dei neon si riflettono sul suolo bagnato. Mentre cammino, d’improvviso mi accorgo che sta per accadere ancora, lo deduco da piccole tracce attorno a me, dettagli che come folgorazioni illuminano la scena e la cambiano. Un cane comincia ad abbaiare; da un’auto posteggiata si alza il suono di una sirena antifurto; due ragazzi che corrono ridendo sotto la pioggia si fermano di colpo a guardare l’auto che urla.
Il vento si attenua per un istante. Una donna grassa cammina verso di me; mi guarda e leggo nei suoi occhi scuri che anche lei percepisce quello che c’è attorno, percepisce il mutamento. Anche lei. Così ci siamo già dentro, così ora non mi resta che aspettare e prima o poi mi raggiungerà. Guardo il flusso di corpi e teste e braccia e gambe attorno a me. A quest’ora la strada è troppo affollata, non voglio correre, e poi sarebbe inutile, non c’è possibilità di fuggire, isolarsi, posso solo sperare che questa volta il raggio d’azione sia di pochi metri appena.
Un’altra giovane donna mi viene incontro e i suoi occhi si incrociano per istanti coi miei e mi catturano. Rallenta e per un attimo sembra quasi volersi fermare e parlarmi, e allora la fisso, ma lei mi scivola davanti e si allontana.
Mi sento ridicolo. Ho soltanto immaginato che lei volesse parlarmi; ho proiettato in lei il mio desiderio di comunicare, dire a qualcuno che sta per accadere. Non so perché l’ho fatto. È la cosa peggiore in momenti come questi. Ma i suoi occhi hanno di colpo richiamato alla memoria altri occhi e altri sguardi, altri momenti, Edna…
Mi rendo conto che non sono più preparato all’idea che accada di nuovo, ancora e ancora, senza controllo; è passato troppo tempo dall’ultima volta e cominciavo a sperare che fosse finita, che si potesse dimenticare e ritornare a vivere come se niente fosse successo. Come prima di allora…

 

Edna… La mia prima intrusione è stata con lei. Stavamo ancora insieme allora, ricordo con chiarezza quella sera. È accaduto prima a lei, io non ero riuscito a capire i segni nell’aria, semplicemente non mi ero reso conto di nulla, non sapevo ancora che potesse succedere, non sapevo che fosse così improvviso. Eravamo sdraiati a letto, faceva caldo e l’umidità ci appiccicava addosso le lenzuola; erano quei momenti che precedono l’amore, quegli attimi definiti da contatti e sfioramenti, quando l’attenzione è concentrata sui particolari, su zone di pelle, sulle sfumature di luce in una mano, in un dito su una guancia che deforma appena un’espressione sul viso. Poi, d’un tratto, lei ha alzato la testa in maniera strana, inconsueta. Il movimento dei suoi capelli era un dondolio leggero sopra le sue spalle; ricordo le sue labbra appena dischiuse, i suoi occhi troppo aperti, lanciati in un’espressione di sorpresa, di dubbio. Ma quando ho capito che qualcosa stava accadendo era già troppo tardi; aveva preso anche me, e cercare di sorreggerla o aiutarla era un compito scivolato via dalla mia mente, lontano. Per lungo tempo non sono riuscito a coordinare le idee e a definire con chiarezza ciò che stavo provando. Ho visto il comodino a fianco del letto, il bicchiere pieno d’acqua appoggiato sul ripiano, una penna, una scatola di pillole, la lampadina accesa. Gli oggetti mi apparivano quelli di sempre; eppure, allo stesso tempo, in un modo che in quei momenti mi riusciva difficile comprendere, li sentivo diversi. Era come se la mia mente si fosse d’improvviso dischiusa verso un altro spazio, verso zone di percezione a cui ero estraneo. Mi sentivo come un neonato che si apre al mondo, o come un cieco a cui sia offerta d’improvviso la visione dei colori e le forme, la luce.
Poi ho captato una voce. Non riuscivo a darle una direzione, era come se provenisse da me. «Ah…» ha detto la voce. Era sorpresa, spaventata.
«Cosa sta succedendo?» ho detto.
«Sei tu?» ha chiesto la voce. «Sei tu?» ha ripetuto. Allora l’ho riconosciuta, era Edna, ma c’era una nota stonata nella sua voce, le mancava qualcosa, un timbro forse, una forza.
«Sì, sono io, sono io!» ho detto, l’ho gridato quasi, ma anche la mia voce era priva di quel timbro, quella forza.
Rimasi immobile tra le lenzuola; sentivo la mascella contrarsi, come se la mia bocca rifiutasse di aprirsi. Dalla finestra scivolava dentro la luce lampeggiante di un’insegna al neon; la stanza si riempiva di riflessi rossi, poi gialli, poi rossi. I nostri corpi ne erano pieni.
«Cosa ci sta accadendo?» ho ripetuto, ma le mie labbra non si muovevano, la mia bocca era serrata. Ho chiuso gli occhi, li ho riaperti; lei era distesa accanto a me, ansimante, la sua pelle bianca era lucida di sudore, scintillante. Teneva la bocca aperta in cerca d’aria, i suoi occhi erano sbarrati, vuoti, come grandi luci spente. Ho visto i suoi denti bianchi.
«Cosa…?» ho ripetuto, no, non l’ho detto, l’ho pensato, questa volta ero sicuro di averlo solamente pensato.
«Tu…?» ha detto. «Tu stai parlando?» ha aggiunto, e potevo vedere la sua bocca spalancata, immobile.
«Sì… No, non… Sto solamente pensando, ma non capisco, io posso sentirti, posso…»
«Anch’io…» ha detto lei ed io ho letto l’angoscia nelle sue parole. Letto. Ecco, ho pensato di leggere la sua angoscia, e d’improvviso ho visto la sua angoscia come fosse un mio pensiero, una mia sensazione, l’ho vista dentro di lei, nella sua mente. Ho cercato di muovermi nel letto; facendo perno sui gomiti ho provato ad alzarmi, ma la tensione alla testa era troppa e la stanza ha preso a ruotarmi attorno come viva. Mi sono disteso di nuovo. Ho sollevato un braccio verso di lei, l’ho toccata, ho sfiorato il suo corpo e poi la sua mente. La sua mente… Era una sensazione nuova, sconcertante: potevo sentirla dentro; potevo vederla dentro. Come se un invisibile occhio si fosse d’improvviso spalancato nelle nostre menti; d’improvviso le nostre memorie erano lì davanti a noi, l’occhio vagava libero di immagine in immagine, le scrutava, si soffermava su alcune, le prendeva e ce le trasmetteva. All’inizio era difficile, non a fuoco, un flusso caotico di informazioni ci inondava, potevamo solo catturare frammenti di immagini e suoni e idee, i ricordi, i pensieri, attimi, il passato.
Però, appena trascorsi quei momenti di smarrimento totale durante i quali ci era mancato il tempo per riflettere su quanto stava accadendoci, lei ha cercato di allontanarsi da me. Ho percepito il suo desiderio di fuggire, la sua paura. Non capivo perché. Vagamente potevo cogliere in lei pensieri di fuga, ma non riuscivo ad isolarli; sentivo soltanto la paura espandersi nella sua mente: lei che sempre più tentava di celarmi i suoi pensieri e si chiudeva su se stessa come un animale spaventato che cerca nella fuga protezione da un assalitore troppo improvviso, troppo incredibile. Allora l’ho afferrata per un braccio per avvicinarla al mio corpo, ma lei ha strillato e si è divincolata dalla mia stretta e il suo urlo acuto ha riempito la stanza e la mia mente, e d’un tratto la sua voce mi è apparsa strana, innaturale e inutile e, per contrasto, l’eco del suo urlo mentale risuonava in me come una nuova voce, pura e perfetta.
L’armonia di quel suono mi ha scosso dentro e ha acceso in me il desiderio di lei. In quel momento mi sono sentito assetato di lei come mai prima. Mi sconcertava il trovarmi così pronto a reagire, ad approfittare di quella situazione così imprevista, così incredibile. Eppure l’attrazione per lei saturava i miei pensieri; ero eccitato all’idea di un sesso tra menti che portasse a compimento quella fusione imperfetta che cercavamo nel sesso tra i nostri corpi. Un desiderio violento mi possedeva ormai, volevo carpire da lei ciò che lei tentava di nascondermi, volevo prenderla dentro, spiarla, nutrirmi di ciò che le apparteneva, nutrirmi di lei e dei suoi pensieri.
Di nuovo l’ho attratta verso me, ho preso a toccarla, sfiorarle i seni e il viso e le labbra e i capelli e il suo corpo e la sua mente, fin quando l’ho sentita cedere al mio contatto mentale. Conosceva le ragioni del mio desiderio, poteva leggerle da me; il dubbio la forzava a resistere, la paura le impediva di lasciarsi andare fino in fondo, ma potevo vedere in lei che anche lei era attratta dalla magia di quell’improvvisa energia che ci aveva invaso; anche lei voleva capire e usare quella nuova forza per sentirmi e aprirmi e carpirmi e possedermi.
E poi ha abbandonato le sue resistenze, ha accettato che il mio gioco diventasse anche il suo, mi ha accettato in lei e voleva essere in me. È rotolata su di me ed ora era lei a sfiorarmi e stringermi, a cercare le mie labbra e lembi di pelle e contatti. Il caldo era soffocante. La finestra era chiusa. Il condizionatore ronzava in un angolo. I nostri corpi sudati scivolavano l’uno sull’altro, entrambi ci affannavamo in cerca delle regole per controllare questo nuovo potere che ci aveva catturato e che pian piano trasformava la nostra paura in un gioco dei sensi. Mai come allora potevamo sentirci: la toccavo, vedevo dentro di lei ed ero dentro di lei; la toccavo, lei mi toccava, e i miei sensi si eccitavano per il suo sfiorarmi e per il mio sfiorarla, sensazione che tornava a me attraverso la sua mente. E io, come in un’infinita serie di specchi, io le trasmettevo questo di nuovo, e lei lo riceveva ed eccitata di nuovo lo lanciava a me, amplificato, ancora e ancora.
Un flusso di immagini si fondeva in noi e troppo tardi ho intuito che quell’atto estremo in cui ci eravamo addentrati avrebbe aperto in noi ferite impossibili da richiudere, ci avrebbe allontanati per sempre. In quei momenti volevamo vedere, volevamo sapere; in quei momenti tutto era chiaro, visibile, senza quella possibilità del dubbio che le parole ci avevano sempre lasciato, senza quelle illusioni che le parole e i silenzi tra noi ci avevano concesso. L’ho vista allora in quelle azioni della sua vita che sempre mi erano state negate. Ho catturato quei frammenti di pensiero nati in lei in un attimo e in un attimo soppressi. Ho rivissuto i momenti del suo amore per me, e la passione con me, i momenti di gioia e di abbandono, i momenti in cui lei si era affidata a me e fidata di me, i momenti in cui la mia presenza le aveva dato la forza di superare situazioni difficili, i momenti in cui lei, come me, era convinta che fossimo fatti l’uno per l’altro. E ho visto anche la sua indifferenza per me, l’insofferenza; ho capito il significato dei suoi silenzi pieni di pensieri feroci, la sua noia con me, la sua rabbia contro di me, la sua tristezza, e il rancore, la sua solitudine, l’angoscia, la fuga da me, il suo corpo tra le braccia di altri, il suo mentirmi e la sua gioia nel farlo, il suo timore di dire, i suoi rimorsi, la paura, la vergogna, i dubbi.
Ho visto corpi di altri uomini avvicinarsi al suo corpo, ai suoi occhi che diventavano i miei occhi. Uomini di cui non sapevo l’esistenza. Li ho sentiti su di lei e dentro di lei, attingere liquidi da lei con dita e lingue. La toccavo, la sentivo e leggevo in lei la sensazione delle mie mani sul suo corpo che si sovrapponeva ai ricordi di altre mani non mie. Confrontava il mio tocco col tocco degli altri; ho visto bocche baciare la sua pelle; altre labbra e altre lingue su di lei. Ho visto i suoi sorrisi lanciati ad altri e ho rivissuto l’intenso piacere del suo orgasmo donatole da altri corpi. E allo stesso tempo potevo anche leggere il suo penetrarmi, il suo scavare in me con crescente orrore in cerca di quei momenti della mia vita che io le avevo negato, che non avevo voluto o saputo darle. Anche lei, come me, come un vampiro assetato, mi si avvinghiava attorno, mi leggeva, afferrava tutto di me, tutti i miei errori con lei, gli inganni, altre donne che erano state mie senza che lei sapesse, i miei pensieri più segreti, i pensieri mai trasformati in azioni, le frasi mai dette e quelle pronunciate per evitarne altre. Tutto; tutto.
I suoi occhi affondavano nel mio cervello, e lei era lì, dischiusa davanti ai miei occhi, ed io non potevo fare a meno di penetrarla mentre nell’amore ero dentro di lei. Più dentro, più a fondo, nonostante quello che lei mi svelava mi atterrisse, nonostante una parte di me volesse fermare quell’indagine troppo minuta che la trasformava in un essere troppo diverso e lontano da quello che io conoscevo. I nostri corpi danzavano verso l’orgasmo, e mentre noi sempre più ci sporgevamo a scrutare i nostri mondi, sempre più comprendevamo quella distanza incolmabile che ci separava, quella distanza esistente tra noi e invisibile in quello spazio di gesti e parole all’interno del quale ci eravamo finora definiti. Continuavamo, eravamo forzati a continuare, viaggiatori delle nostre menti, incapaci di districarci da esse, presi e persi in esse. Sempre più sprofondati, sempre più dentro, fin quando ogni cosa ha perso contorno e si è trasformata in luce pura, una luce abbagliante.
Dopo l’amore tutto è finito, scivolato via. Le nostre menti si sono rifugiate nel guscio dei nostri cervelli. Ogni cosa è ritornata normale. Ma noi no, noi non potevamo più essere gli stessi. Il ricordo di quanto era accaduto pungeva in me come un ago acuminato. Tutto era stato svelato, avevamo visto l’abisso dentro noi stessi. L’immagine di quel vuoto si apriva davanti a noi; giacevamo sulle sponde opposte di un fiume nero e denso. Come avremmo potuto ignorare la sua presenza tra noi, come potevamo prosciugare quell’acqua che ci separava? Come potevamo colmare l’abisso?
Lei si è stretta a me e ha cominciato a piangere. Le sue lacrime bagnavano la mia spalla e il cuscino, lei si stringeva a me e io la sentivo lontana, lontana come mai prima. Il neon dell’insegna ha continuato a riempire la stanza di rossi e gialli e rossi. Ho fissato il soffitto vuoto. Il bianco ha riempito la mia mente e ho provato a trasmetterle questo. Ma eravamo troppo lontani ormai.

 

Quella è stata la mia ultima volta con lei, la prima volta in cui ho sperimentato l’intrusione. Poi ci sono state altre volte e ho imparato a distinguere i segni che ne preannunciano l’arrivo. Sono sensazioni, vibrazioni nell’aria; non so bene come spiegare, come definire. A un tratto so che accadrà, lo sento; semplicemente questo.
Quando arriva, in un modo o nell’altro siamo tutti segnati, senza possibilità di scampo. Non c’è modo di individuarlo, di sapere, di identificare. I nostri strumenti sono incapaci di percepire informazioni significative. Sappiamo solo che colpisce le menti. Potrebbe essere qualsiasi cosa, una malattia che ci ha infestato, una presenza estranea e incomprensibile che come un dio malvagio si diverte con noi. La sola cosa di cui si è certi è la sua esistenza in noi. Arriva, può durare minuti soltanto, o forse ore o giorni; può essere improvviso per tutti, o annunciarsi lentamente solo nelle menti dei più sensibili. Poi svanisce, tutto torna come prima, restano soltanto i segni dentro, nella memoria.
Ci sono state altre volte e ogni volta è stato diverso. A volte, di sera o di notte, mentre camminavo per strade deserte, mi trovavo quasi senza accorgermi nella mente di uno dei pochi passanti, e per un attimo vedevo il mondo coi suoi occhi e la mia mente si fondeva con la sua. A volte soltanto io ero percettivo e l’altro non sapeva di me, del mio scrutare. Potevo vedere qualcuno avvicinarsi indifferente a me nell’ombra, e, negli stessi istanti e attraverso i suoi occhi e la sua mente, provavo l’emozione di osservare il mio corpo avvicinarsi a lui o lei. Potevo riconoscermi nella stupita creatura solitaria che si muoveva nella notte con un passo che mi era familiare, mi vedevo da un’altra angolazione, da un’altra visuale, filtrato attraverso un’altra mente.
A volte, vedendomi finalmente più da vicino, lo sconosciuto si accorgeva del mio sguardo insistente e allora capiva, e una vampata d’odio mi assaliva e di colpo mi sentivo scrutato a mia volta coi suoi occhi –i miei occhi!– e ci allontanavamo di fretta l’uno dall’altro e io scivolavo via da quella mente estranea.
Quante volte è successo a me il contrario? Quante volte sono corso via da qualcuno perché ho sentito i suoi occhi puntati su di me, sui miei pensieri? Quante volte sono fuggito soltanto per un sospetto? Come posso guardare una persona ora senza sentirmi esposto alla sua curiosità, spiato, derubato dei miei pensieri? Come posso sapere se anche ora qualcuno sta mescolando le mie memorie con le sue?
Altre volte ero nella folla e d’improvviso sapevo che stava per accadere. Quelli che percepiscono per primi subito si allontanano cercando di nascondersi, di sparire. Il loro moto è come un segnale per gli altri che immediatamente si guardano con sospetto e prendono a correre e a urlare. Nessuno si cura più di nessun altro, la fuga si trasforma in un movimento frenetico che d’un tratto apre varchi tra le persone ammassate, come un’onda che distrugge la compattezza dei corpi e li spazza via.
Se accade troppo in fretta non c’è modo di fuggire e allora la folla ti assale d’improvviso ed è come un turbine che ti entra nella testa, sono voci diverse e discordi e dissonanti ed impossibili da identificare; sono richiami, grida, lamenti, spesso è l’odio per la massa attorno, a volte è la curiosità di sapere, altre volte è la paura di vedere cose che non si vorrebbero, pensieri che sarebbe meglio dimenticare. E per attimi sei nella mente di una donna che passa, cogli il fruscio leggero delle sue percezioni, ma non c’è tempo di analizzarle perché sei già nel corpo di un uomo e poi un uomo ancora, diversi i pensieri, diverse le associazioni, un reticolo di frammenti di sogno e di ricordi, di visioni; le angosce, le ambizioni, le sconfitte, le speranze, i progetti, il sentirsi addosso un corpo di donna e sentire quel corpo scegliere diversi equilibri nel camminare, la difficoltà di una gonna troppo aperta, la curiosità maschile, l’improvviso accendersi del desiderio di sesso nella mente di qualcuno che passa, un pensiero disperato, uno di gioia, uno suicida, uno atterrito…
Ormai siamo frammenti, piccoli specchi luminosi che si riflettono l’uno nell’altro senza la possibilità di evitarlo, senza più la possibilità di mentirsi, che non sanno come nascondere le proprie idee più segrete, i propri istinti più difficili da controllare, quelli che più si amano e meno si vogliono ammettere. Ormai non c’è più spazio per l’inganno, per la menzogna…

 

Comincia a piovere più forte e la strada affollata sembra scuotersi in una vibrazione improvvisa. Le persone senza ombrello corrono da ogni parte, i loro movimenti calmi di pochi attimi fa si trasformano in un caos di gesti e urla, un moto di braccia e di gambe. Anche se non riesco a percepire nulla mi guardo attorno con sospetto; anch’io come gli altri mi affretto cercando un riparo il più isolato possibile. Però, più li osservo e più le loro azioni mi appaiono normali: si fermano sotto ai cornicioni delle case o i tendoni dei negozi o davanti alle vetrine; entrano ed escono dalle porte, salgono negli autobus, guidano le auto, qualcuno guarda il cielo coi capelli bagnati e la faccia bagnata. Sono i soliti gesti, le solite voci; è il centro affollato di un qualsiasi giorno di pioggia: tutto funziona, tutto prosegue come sempre è stato. Non li percepisco, non li leggo, non mi sento diverso, non sento. Non sento. Eppure nello sguardo di quella donna incontrata poco fa mi era sembrato di cogliere un segno. E anche nell’abbaiare improvviso del cane, in quel suo modo strano di agitare il muso bagnato in alto e di lato. In momenti come questi la normalità mi appare poco convincente, incerta, malamente simulata, priva dell’impalpabile sentimento della durata. Ho la precisa sensazione che sia accaduto di nuovo, o che stia per succedere e… ecco, una luce nera mi riempie la mente per un attimo. Ecco… non so cos’è, è un’ondata intensa di nero, un velo nero nella mia mente, una macchia, una pressione, una differenza. Nero, ecco. Non so altro…
Sta arrivando…
L’ingresso della metropolitana è a cinquanta metri; stordito mi avvicino alle scale e mi infilo dentro cercando riparo almeno dalla pioggia. Sui gradini tre mendicanti sporchi mi si accostano l’uno dopo l’altro con le mani tese; quando li evito una donna con un bambino in braccio cerca di fermarmi bisbigliandomi parole che mi sfuggono. Evito anche lei. Scendo; dietro di me la folla si accalca e mi spinge in basso. Un uomo con un cappello nero calzato fin quasi agli occhi cerca spazio con l’angolo di un’enorme valigia di plastica. Lo lascio passare. Immerso nel flusso di corpi entro nel corridoio; il brusio che produciamo è un rumore di fondo che racchiude scalpiccii di passi e fruscii di vestiti, voci e risa e valigie trascinate, e borse e sacchetti di nailon che sbattono sulle gambe. C’è un bambino fermo davanti ad un bidone della spazzatura che piange con le mani in bocca; il suono delle scale mobili è un ronzio sommesso.
Attorno, nei corridoi che guidano ai treni, incassati lungo le pareti, ci sono i negozi di cibi e di vestiti, quelli che vendono catene d’argento e gioielli e orecchini e occhiali e giocattoli per bambini. Sento le grida dei venditori che richiamano l’attenzione dei clienti agitando le braccia e sporgendosi oltre le vetrine. Il fumo e l’aroma di carni arrosto si mescolano agli odori pungenti di frittura. Decine e decine di lampadine brillano in serie disordinate sui tetti delle bancarelle degli ambulanti creando aloni di luce che si intrecciano a terra spezzando la monotonia dei neon. Le persone sembrano catturate in miriadi di gesti consueti: camminano, guardano, si fermano, discutono, comprano, pagano, incartano, scartano, salutano, parlano, parlano. Alcuni, in piedi di fronte ai venditori, mangiano o bevono con movimenti frenetici di mani e mascelle e bocche. Un ragazzo con una radio in spalla sbuca da uno dei corridoi e un rock martellante satura lo spazio sonoro attorno, decine di teste si girano nella sua direzione e lo seguono fin quando la musica si allontana con lui. D’improvviso tutto questo mi infastidisce; mi sembra eccessivo, estraneo. Guardo la gente attorno e quei gesti mi appaiono meccanici, artefatti, recitati. Vedo sequenze, ripetizioni, minime variazioni di uno stesso tema inutile. Sono soltanto macchine che si agitano seguendo misteriosi e assurdi impulsi inviati da minuscole scatole piantate nel cranio. A volte queste scatole si aprono, si spaccano ed entrano in contatto e i loro contenuti traboccano e si mescolano e allora non… No! il nero ritorna ancora, il nero è di nuovo nel mio cervello! No…! Non so come, ma sono sicuro di esserci dentro ancora. Colpisce la mente; devo assolutamente allontanarmi da questa folla, dalle menti che potrebbero esplodermi attorno d’improvviso!
Comincio a correre, scendo le scale fino al Secondo Livello, seguo le indicazioni, scendo altre scale verso il Terzo Livello, poi giù fino al Quarto. Continuo in fretta senza sapere esattamente dove andare; procedo senza direzione nel fiume di corpi, spinto, trattenuto, urtato, fin quando qualcuno mi viene incontro correndo, una donna, e mi urta e quasi cado e sto per lanciarle un insulto ma poi alzo gli occhi verso di lei e… certo, ecco… ecco… alzo gli occhi e sento il cuore salirmi in gola in un balzo e c’è Edna davanti a me che mi guarda con la stessa aria stupefatta che io devo aver stampata sul mio viso. No, Edna no, non ora, non col nero che sta per afferrarmi, non di nuovo come quella volta…!
Lei mi guarda senza parlare, e io sono qui davanti a lei, senza sapere cosa dire.
«Ciao» dice lei, la sua voce incerta.
«Ciao Edna…» le rispondo, incerto anch’io.
Restiamo l’uno di fronte all’altra, ci osserviamo in silenzio; le persone ci passano a fianco indifferenti e il tempo sembra sospeso. Non so assolutamente cosa dire, come continuare; vorrei essere via da qui, via da lei, lontano.
«Come va?» chiede allora.
«Bene» rispondo automaticamente. «E tu?»
«Anch’io. E… cosa fai ora? Voglio dire… è un sacco di tempo che non ci si vede…»
Annuisco. «Non faccio molto. Le solite cose sai. Non molto è cambiato da quando tu ed io…» Mi interrompo, lei annuisce, mi osserva.
«Ho provato molte volte a telefonarti» dice dopo alcuni istanti di silenzio; «ma ogni volta ho abbassato la cornetta al primo squillo. Non sapevo se tu volevi che io…» si interrompe, e io per un istante la fisso negli occhi, poi lascio scorrere il mio sguardo sul suo naso e la sua bocca e di nuovo sui suoi occhi luminosi. Niente è cambiato in lei; la guardo e ritrovo impressa sul suo viso quell’espressione dolce che aveva la prima volta che l’ho incontrata: quel suo sorriso lieve ed enigmatico dietro al quale ha sempre inutilmente cercato di nascondere la sua timidezza, quel suo modo di piegare il mento e spalancare gli occhi guardandomi dal basso e schiudendo le labbra fino a scoprire i denti. Niente è cambiato in lei. E allora sento qualcosa afferrarmi dentro, una nostalgia che mi trascina indietro nel tempo, alle parole e le situazioni e le scene del nostro passato insieme, a quei colori e i profumi e i suoni e le emozioni di una storia tra noi che ho a lungo tentato di eliminare dalla memoria e che ora riaffiora di colpo e con violenza davanti ai miei occhi.
«Anch’io volevo telefonarti» dico mentendo e cercando di ricacciare indietro quel flusso di immagini troppo intenso. «È che da allora è difficile… sì insomma, anch’io non sapevo se tu avevi voglia di sentirmi, e allora mi sono detto che forse non era il caso di…»
«Bè, potevi provare.»
«Sì, anche tu però potevi provare…» dico, e subito dopo queste parole sento il silenzio piombare tra noi, addensarsi e accrescere la distanza. Non so cosa aggiungere. Come stai, cosa fai, stai con qualcuno, sei felice, sei felice? Forse è questo che dovrei domandarle, è questo che lei si aspetta, certo, ma non ho voglia, non ho più voglia; che senso ha ormai? E poi anche lei non sa cosa dire, ecco, la vedo imbarazzata davanti a me guardarsi intorno in cerca di parole a cui aggrapparsi. Ecco, siamo allo stallo dopo appena poche parole, come due estranei, e queste frasi così comuni e vuote sono tutto quello che siamo capaci di dirci e darci ora, tutto quello che è rimasto tra noi. «Bè…» dico, guardo l’orologio con un gesto veloce. «Ora devo proprio scappare… Forse dovremmo chiamarci uno di questi giorni e magari andare a bere qualcosa come facevamo una volta e raccontarci tutto…»
«Sì» dice, e mi resta davanti ancora con quel sorriso che conosco troppo bene, e la vorrei abbracciare ora e stringere.
«Bè allora ciao eh…» dico, le lancio un’ultima occhiata. «A presto allora!» dico, le sfioro una spalla con la mano, mi giro veloce via da lei e comincio a camminare in fretta senza voltarmi. Procedo per dieci metri, venti, tento di perdermi tra la folla, trenta metri e poi sento la sua voce che mi chiama, «Aspetta..!» mi grida, ma io non mi volto, fingo di non sentire. Lei mi chiama di nuovo, ma io devo andarmene, non posso stare con lei ora che il nero è attorno, ora che tutto può succedere. Prendo a correre zigzagando tra le persone, continuo a correre verso i binari. Dall’ultima rampa di scale prima della banchina sento lo sferragliare del treno sui binari; mi giro indietro per un attimo e vedo Edna lontana, anche lei che si fa strada spingendo tra la folla, muovendosi verso di me. Continuo a correre saltando sulle scale, quando arrivo in cima il treno è già fermo; uomini emergono di fretta dalle porte, donne cariche di borse spingono in avanti. Di nuovo mi giro indietro, ma non riesco più a scorgere Edna. Senza aspettare che tutti i passeggeri siano usciti, altri uomini e altre donne ai miei fianchi e dietro di me mi spingono dentro cercando di infilarsi nella vettura prima che le porte si serrino. All’interno i posti a sedere sono tutti occupati, c’è spazio appena per ammassarsi in piedi, come animali. Un sibilo acuto e breve annuncia il chiudersi delle porte; oltre i vetri vedo persone correre verso il treno, saltare dentro veloci, precedere di attimi lo scatto metallico delle porte che si serrano alle loro spalle. Nervoso sfioro con gli occhi la folla, le teste degli ultimi arrivati, e subito scorgo Edna tra loro, ce l’ha fatta dunque, anche lei è qui!
Il treno parte; incontro i suoi occhi che inseguono i miei. Mi sorride, la vedo muoversi, spingere, tentando di farsi strada tra i corpi. Cosa vuole ora? Perché continua a cercarmi? Non capisce che è inutile, che non ha più senso? No, lei non capisce, non lo vuole capire, ed eccola ora che cerca di parlarmi di nuovo, eccola che vuole dirmi cose, spiegazioni, scuse, rimproveri, richieste. No, tutto questo appartiene a un altro tempo, ora non ha più senso. Devo andarmene da qui…
Pressato tra i corpi non riesco ad allontanarmi; mi volto in direzione delle porte, di nuovo verso Edna che si avvicina, con le mani e i gomiti mi apro uno spazio tra un uomo più alto di me e una donna grassa che continua a spingermi anche quando l’ho superata. Guardo in basso e mi trovo davanti una bambina, grassa anche lei, serrata alla mano della madre. La osservo, lei mi fissa con i suoi occhi troppo piccoli e vicini al naso. Non so più cosa fare, provo a muovermi, spingo, lancio un’occhiata alla donna, ma anche lei ha gli stessi occhi incassati sul naso. Sento la voce di Edna che mi chiama, mi giro, lei è vicina ormai, poche persone tra noi ormai, e lei mi chiama ancora. Se accade qualcosa ora è terribile…
Il treno sussulta, mi spingo ancora tra i corpi e mi avvicino alle porte. Oltre i vetri le luci gialle della stazione; il treno rallenta e si ferma e io spingo e c’è Edna alle mie spalle che mi chiama, ma non mi giro, spingo, spingo fin quando sono fuori sulla banchina e allora mi giro indietro finalmente e la vedo cercare di aprirsi un varco tra le persone, mi chiama, ma è troppo tardi ormai, lei è ancora troppo lontana dalle porte e il fiume di gente che entra la ricaccia indietro. È troppo tardi. Le porte si richiudono davanti a lei, la vedo premere le mani e la faccia contro i vetri, guardarmi. Il sorriso le è svanito dalle labbra. Mi fermo di fronte a lei, il vetro tra noi, lei mi guarda, perché? sembra chiedermi con gli occhi, perché?, e poi il treno riparte e lei mi scivola via da davanti, sparisce, e io resto in piedi nella stazione ormai deserta a fissare i binari in basso, nell’oscurità.
Per minuti rimango con lo sguardo perso tra i binari vuoti. Poi lentamente mi incammino verso le scale, salgo le rampe fino in superficie. Fuori la pioggia mi assale violenta e io mi lancio di corsa sotto l’acqua verso l’altro lato della strada, là dove lampeggia l’insegna di un bar. Entro, mi guardo attorno; questo è il posto adatto, senza clienti, vuoto. Anche se accade d’improvviso posso facilmente correre in strada.
L’uomo del bar mi saluta e sorride. Ordino una birra, mi siedo ad un tavolino vicino alla vetrina e guardo fuori con il bicchiere in mano; i vetri sono ricamati di gocce di pioggia ed è difficile afferrare i particolari dell’esterno. Per un istante mi coglie un’agitazione leggera al pensiero che Edna possa avermi seguito fin qui e con gli occhi cerco nella strada le tracce della sua presenza, ma il marciapiede è vuoto e so che lei non può essere qui, l’ho vista andarsene, è lontana ormai, persa ancora in quel mare di folla che ci ha riaccostati per un poco. No, non può essere qui.
Osservo la strada oltre i vetri bagnati; da qui le auto che passano sono confuse macchie colorate; da qui il mare si distingue appena: è una striscia grigia e distante.

 

È trascorsa mezz’ora e la pioggia si è attenuata in gocce sottili. Pago la birra, esco in strada. L’attesa mi innervosisce; sono certo di esserci dentro, ma questa volta l’inizio sembra essere più lento, diverso. Forse mi sono sbagliato. Forse ho semplicemente inventato l’esistenza di quei segni impalpabili che ne preannunciano l’arrivo per convincermi di possedere qualche controllo sul fenomeno, per credermi in grado di prevederlo prima della sua venuta e modificare le mie azioni per attutirne gli effetti. Forse mi sto soltanto illudendo di combattere con miseri stratagemmi ciò che invece mi sfugge completamente e si fa beffe di me.
Mi muovo verso il mare, mi arrampico sul muretto di sassi che separa la strada dalla spiaggia e lo scavalco aiutandomi con le mani. Cammino, le scarpe imprimono impronte precise sulla sabbia bagnata. Il fragore del mare si impone sugli altri suoni di città e li annulla. Fa freddo, la pioggia leggera mi bagna i vestiti, la faccia, i capelli. Alzo il bavero della giacca, infilo le mani in tasca. Di colpo mi affiora alla mente l’immagine di Edna che mi guarda al di là dei vetri, i suoi occhi chiari… No, devo scacciarla da me, ricacciarla indietro. Non devo pensare a lei, non posso ora, no…
Con lo sguardo cerco attorno un oggetto, un animale, una persona, un movimento, qualcosa. Niente. Nessuno da penetrare, nessuno da cui essere penetrati. Fisso l’orizzonte, là dove cielo e mare sfumano l’uno nell’altro: il cielo è una lastra di piombo, l’acqua è un ribollire di grigi e verdi e bianchi. Le onde si agitano spazzate dal vento, restano alzate in aria per secondi, come sospese; le creste bianche di schiuma come creature dei sogni, con le facce deformate in espressioni grottesche, coi nasi allungati e schizzi di capelli ed occhi appena accennati, e corpi con le proporzioni alterate. Per un attimo; poi quei volti si mutano in braccia, migliaia di braccia ammassate l’una sull’altra che si fondono in mani e precipitano aperte con dita e artigli lanciati sull’acqua più in basso, sulla sabbia e sui sassi.
Quel moto mi intenerisce; in fondo anche noi siamo come quelle onde, anche noi ci ergiamo per attimi illudendoci di essere indipendenti, con una forza e un’energia propria. E poi anche noi, come quelle onde, perdiamo il controllo delle nostre identità, ci fondiamo, dimentichiamo i confini che fanno di noi ciò che siamo e i nostri pensieri sfumano l’uno nell’altro e si trasformano in un solo pensiero, un immenso e caotico pensiero che li raccoglie tutti e che… ecco… il nero di nuovo… qualcosa sta arrivando, non è più soltanto un’impressione ora, no, la sensazione è più forte di prima, si espande in me. Non so come si manifesterà questa volta, cosa può accadermi ora, qui, mentre sono solo. Non so…
Guardo le onde, guardo il mare. Sento il nero afferrarmi ora, caldo, riempie la mia mente ora, la avvolge e la sommerge…
Sì…