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Fratelli, nei giorni della pioggia

Published in: Writers Magazine Italia 17, MI: Delos Books. 12-22.
 

Nell’ultimo mese Aldo è ingrassato di altri otto chili e così ha deciso che non si sposterà più dalla vasca da bagno. Aldo è testardo, lo è sempre stato, tra noi fratelli lui era quello più duro di tutti anche da bambino, nessuno riusciva a smuoverlo quando si ficcava una cosa in testa. Così tre giorni fa si è pesato e quando ha visto che la lancetta indicava centosedici ha urlato e si è infilato in bagno e non l’abbiamo più visto uscire. Ci abbiamo provato in tutti i modi a tirarlo fuori dalla vasca, ma non c’è stato verso: ha deciso che resterà lì dentro. Sdraiato nella vasca, come fosse un letto, non fa altro che guardare il soffitto, e crescere.
Neanche la minaccia di lasciarlo senza cibo ha funzionato. Aldo si è messo a ridere quando gliel’abbiamo detto. «E lasciatemi senza mangiare!» ha gridato. Anzi, si è rifiutato di mangiare per tre giorni, e quello che gli portavamo l’ha buttato per terra. E intanto ha continuato a ingrassare. Così adesso gli portiamo da mangiare in bagno e siamo senza vasca e anche senza bagno, e ci tocca tutti usare l’altro bagno più piccolo, su in mansarda, anche per lavarci, con tutte quelle scale da fare per salire in cima.
Certo, siamo piuttosto seccati di andare su e giù per le scale, ma non è quello il punto. Insomma, il punto è che Aldo sta ingrassando e anche Vito ha cominciato a crescere e questo è preoccupante. Due chili questo mese, anche lui, sì, come Aldo, anche se non ingrassa ancora al ritmo di Aldo. Nessuno sa spiegare cosa sta succedendo questa volta dentro casa. Di noi sei, Aldo era il più magro. E adesso non smette più di crescere.

 

C’è da dire che non è la prima volta che Aldo ne combina una delle sue. Aldo non è una persona facile. Da bambino ci raccontava storie che inventava e noi stavamo ad ascoltarlo riuniti in cerchio, tutti noi fratelli pendevamo dalle sue labbra, ogni volta volevamo sapere come sarebbe andata a finire la storia che si inventava al momento, ma lui non le finiva mai le storie, lo faceva apposta a non finirle. Invece, con un gesto che tutti sapevamo sarebbe arrivato e che tutti temevamo, a un certo punto col dito indicava uno di noi, e a chi toccava toccava. Ci guardava già allora con quei suoi occhi troppo neri e ci faceva paura. Però dovevamo stare al gioco, fingere di volerlo ascoltare, se solo volevamo scamparla. Lo assecondavamo sempre. Quando ero io la vittima designata ricordo che mi veniva da piangere, avrei voluto scappare, ma non potevo farlo, perché tutti i fratelli si aspettavano che io me ne restassi buono a sopportare la penitenza che Aldo aveva scelto per quella volta, e ogni volta era diversa ed era una sorpresa spiacevole. Aldo aveva una gran fantasia. Tutti se ne restavano fermi in attesa quando toccava a loro, e quindi anche io dovevo fare altrettanto se era il mio turno. Così trattenevo le lacrime, o a volte piangevo anche, ma restavo comunque fermo aspettando che Aldo facesse su di me quello che aveva scelto di fare, mentre gli altri fratelli stavano a guardare.
Ancora ho le cicatrici per quello che riusciva a farmi con le mani o con gli altri attrezzi che si portava sempre dietro. Ma era soprattutto delle sue mani che avevo paura, perché se mi toccava non potevo prevedere come avrebbe reagito il mio corpo. Ero fortunato se uscivo da quegli incontri solo con qualche piaga che ci metteva giorni a sparire.

 

Aldo è strano. L’abbiamo sempre pensato. Un’altra volta era successo che d’improvviso dei brufoli avevano cominciato a spuntargli addosso. Avrà avuto dodici anni, io ne avevo nove, gli altri erano ancora più piccoli. I brufoli erano tanti, brutti, con la punta bianca ripiena di pus, e ce li aveva dappertutto, sulla fronte e sul naso, sulle labbra gli diventavano gialli e lui li rompeva con i denti, e già dopo tre ore gli erano ricresciuti. Ma ce li aveva anche sul collo e sulle braccia.
Allora si levava la maglietta e ce li faceva vedere bene, anche quelli sul petto e sullo stomaco. Poi si girava perché potessimo ammirare quelli dietro la schiena. E la cosa strana è che non gli prudevano affatto, almeno così ci diceva, e anzi lui ne era quasi orgoglioso, ce li mostrava come fossero trofei. Lo guardavamo incuriositi, nessuno di noi li aveva mai visti dei brufoli come quelli, e per noi lui era una specie di rarità, un mostro che ci girava libero in casa. Siamo sinceri, un po’ di paura ce l’avevamo, anche senza contare tutto quello che ci faceva di solito. E poi con tutti quei brufoli mandava un odore dolce di mela cotogna, o di marmellata di prugne che ci nauseava. Ne era piena la casa, dovevamo tenere le finestre aperte per mandare via l’odore.
Non poteva portare una maglietta per più di qualche ora, poi i brufoli si spaccavano quando si muoveva, e gli macchiavano la stoffa con tante piccole gocce gialle che si vedevano anche da fuori, e quando la maglia era piena di quelle macchie Aldo rientrava in casa per cambiarsi. Cinque o sei magliette al giorno, nostra madre non era affatto contenta, con tutto il da fare che già aveva con noi fratelli, le magliette non bastavano mai, e i pantaloni nemmeno, e il mangiare e tutto il resto.
Una volta in quel periodo Aldo si tirò giù le mutande e ci fece vedere i brufoli che aveva sul culo e anche sul pisello. Il suo pisello era piccolo, una specie di mollusco moscio e rossastro ripieno di queste punte bianche. Poi aveva puntato un dito contro di me e voleva che glielo toccassi per farmi sentire com’erano dure quelle punte bianche in cima ai suoi brufoli. Esitai, ma non c’era verso, aveva detto che dovevo toccarglielo e io non potevo rifiutarmi, e glielo toccai. Il pisello era moscio, ma quando ci passai sopra la mano lo vidi che si induriva un po’. Ma io non mi preoccupavo di vederlo ingrossare, a quel tempo non capivo neanche perché dovesse aumentare di volume, piuttosto mi faceva paura l’idea che toccandolo anche io mi sarei riempito la mano di tanti brufoli come i suoi. Ricordo che dopo mi lavai la mano con la nafta e lo spazzolone per i panni per rimuovere il liquido che dai brufoli spaccati mi si era incollato alle dita.
E comunque nessuno di noi fratelli li prese. Solo Aldo. Gli passarono da un giorno all’altro, dopo tre settimane, e non c’era spiegazione per questo fenomeno. Ma lui era fatto così, gli capitavano ogni tanto queste cose bizzarre, come quando invece cominciò a far scricchiolare le cose di legno della casa, le superfici dei mobili, le assi del pavimento, tutto quello che era di legno scricchiolava quando lui era vicino, a un metro, forse due. La cosa più strana è che succedeva solo dentro casa, se invece c’era un pezzo di legno fuori, un albero o un giocattolo di legno che i più piccoli lasciavano fuori, niente. Scricchiolii zero. Quando faceva scricchiolare le cose non rompeva nulla, solo lo si sentiva quando arrivava, perché prima ancora che riuscissimo a vederlo era preceduto da questo fruscio, come se le cose di legno della casa annunciassero il suo arrivo. «Il legno parla» diceva lui, noi ci divertivamo con l’idea che lui riuscisse a far dire parole al legno. «Chissà che ti dice il legno quando passi!» gli urlavamo dietro, «forse il legno è innamorato di te!» gli grido Valerio una volta. E noi ridevamo.
In quel caso Aldo non ci picchiò neppure. Rideva anche lui. Dopo restava il ricordo di lui impresso sulle cose: piccole screpolature che rigavano gli oggetti, una miriade di vene, quasi. Anche questo gli durò tre settimane, ma tutta la casa porta ancora il marchio di questa sua simpatia per il legno.

 

A volte penso che abbia attaccato queste sue stranezze anche a noi. Vincenzo, per esempio, una volta per tre giorni non poteva più camminare normalmente, ma era costretto a strusciare i piedi e non riusciva più a staccarli da terra. «È come essere fusi col pavimento» diceva per spiegarsi, ma nessuno di noi lo capiva, perché a guardarlo aveva i piedi ben fuori, appoggiati sul pavimento come tutti noi. Quando teneva le scarpe, fuori, allora tutto tornava normale, e Vincenzo camminava come un uomo libero. Ma se stava in casa le scarpe doveva toglierle, nessuno di noi avrebbe osato portarle in casa, e allora ecco che incominciava a strusciare come una grossa lumaca, strusciava e sudava, gli guardavamo i piedi ed erano normali, glieli toccavamo anche, ma non sentivamo nulla, forse solo un po’ di calore, ma era normale avere i piedi caldi, no? Però quando si metteva dritto in piedi senza scarpe ecco che camminava come se quei piedi fossero affondati dentro al pavimento, e a fare tre metri ci metteva anche dieci minuti, e soffriva molto, glielo potevamo vedere chiaramente scritto in faccia, così che quando gli passò d’improvviso tirammo tutti un bel sospiro di sollievo, perché Vincenzo non è come Aldo, lui se la prendeva veramente e aveva cominciato anche a dire che era tutta colpa di Aldo, e voleva anche picchiarlo. Insomma, lo diceva soltanto di volerlo picchiare, chiaro, perché poi di farlo non se ne parlava, lo sapevamo tutti che era impossibile picchiare Aldo, ancora abbiamo addosso tanti segni di quando eravamo troppo piccoli e non avevamo capito di com’era fatto Aldo, e ci avevamo provato a picchiarlo quando lui ci faceva quelle cose che non ci piacevano.

 

Poi però c’è stato anche il caso di Vinicio, che per un po’ si è portato dietro un’ombra. La cosa più strana di quest’ombra era che nessuno poteva vederla veramente, ma tutti sapevamo che c’era perché la potevamo intuire con la coda dell’occhio. Era una specie di figura scura che seguiva Vinicio da dietro, un po’ di lato; c’era sempre, di giorno e anche di notte, alla luce del sole o contro quella artificiale delle lampadine. C’era anche nel buio totale, o sotto le stelle. Nessuno la vedeva, ma tutti sapevamo che era lì. Se guardavamo Vinicio di fronte o di profilo, niente, era solo e normale, e quando era una bella giornata al massimo riuscivamo a scorgere la sua ombra naturale, quella che tutti ci trasciniamo dietro. A toccarlo Vinicio era come noi, niente di niente addosso. Correva, sudava, rideva, si fermava, la sua pelle era umida, camminava come tutti, e nessuno ci poteva proprio trovare niente di strano in lui. Però si trascinava dietro l’ombra.
Era un’ombra che c’era quando non la guardavamo ma pensavamo di farlo. E non è che fossimo solo noi a vederla, perché anche nostra madre se ne accorse, e disse: «Vinicio, cos’è quella macchia che ti segue?» la chiamava macchia perché non trovava altro modo per definirla, e infatti era proprio così: era una macchia che stava appiccicata a Vinicio, sempre. Vinicio non se l’aveva a male, anzi rideva, forse perché era l’unico che non si accorgeva di nulla. La macchia, così la chiamavamo tutti dopo quella volta che nostra madre l’aveva nominata.
Vinicio non la poteva vedere perché era troppo vicina a lui, quindi diceva che ce l’eravamo inventata per prenderlo in giro, e rideva quando eravamo a cena e gli chiedevamo: «Ma alla macchia non dai da mangiare?». Faceva un verso strano e rispondeva che no, la macchia non aveva fame quella sera.
Poi anche la macchia è sparita: un giorno c’era, al mattino del giorno dopo ci sembrava che mancasse qualcuno in casa. Cercavamo di guardare Vinicio senza guardarlo direttamente per poter veder la macchia. Ma la macchia era sparita.

 

Comunque Aldo è sempre stato una preoccupazione per noi. Anche quando siamo cresciuti non potevamo portare le ragazze in casa perché Aldo non voleva donne in giro, e le prime volte non l’avevamo capito, perché lui non è che ce lo avesse detto chiaramente, e così le portavamo in casa per cena, per far conoscere i fratelli, o nostra madre, e nostro padre anche. In fondo quelli erano i nostri primi esperimenti con l’altro sesso, non sapevamo ancora bene cosa fare, e portare le ragazze in casa ci sembrava la cosa più naturale di questo mondo. E poi ci piaceva mostrare in giro la nostra abilità di cacciatori, ci piaceva che le ragazze ci circolassero in casa come mosche. L’invidia cresceva tra noi al pari della nostra voglia di accarezzare la pelle di quelle donne.
Ma alla fine era sempre la stessa storia: dopo una volta che venivano non tornavano più, perché si preoccupavano quando vedevano il pavimento che cominciava a muoversi senza ragione, e gli scricchiolii che sentivano non riuscivano a capire da dove provenissero, perché eravamo tutti fermi e tutti presenti davanti a loro, così si spaventavano. Come non capirle? Anch’io mi sarei spaventato se non avessi fatto l’abitudine a queste cose, anch’io mi sarei preoccupato se tutte le luci di una stanza avessero cominciato a lampeggiare, e poi scoppiavano una dopo l’altra con un piccolo lampo accecante.

 

Insomma in realtà non c’era controllo su quanto ci succedeva in casa, soprattutto negli ultimi tempi, dopo che i nostri genitori erano morti: un incidente, l’auto schiantata, rovesciati, morti, un giorno c’erano, tre giorni dopo eravamo dietro al carro che li trascinava al cimitero, e insomma, erano morti lasciandoci la casa e quattro soldi per mandarla avanti. E Aldo se ne approfittò subito, perché era il fratello più grande e quello più prepotente, per cui ci comandava tutti. Gli bastava uno sguardo con i suoi occhi neri e già la paura ci riempiva e ubbidivamo come animali domestici. In realtà lo faceva anche prima, quando mamma e papà erano con noi, ma dopo Aldo aveva potenziato il controllo, e non c’era più nessuno che gli impedisse di dire e fare ciò che voleva.
Comunque, anche quando Aldo non era in casa, mentre magari era lungo il fiume ad ammazzare i pesci con le bombe o con l’elettricità, capitavano cose. È successo anche a me una volta che ho portato questa ragazza, si chiamava Ines, l’ho portata in casa perché sapevo che Aldo non c’era e non ci sarebbe stato per un po’, per cui volevo farci un po’ di cose con questa ragazza. Era molto bella, rossa, con i capelli lunghi e tutto il resto, anche se aveva i brufoli in faccia che mi ricordavano quelli di Aldo, ma mi piaceva lo stesso e l’ho portata di sopra in camera, e lei si è stesa sul letto e io ho cominciato a toccarla, le ho messo la mano sul petto prima sopra al vestito, poi sono riuscito a intrufolarmi sotto, a superare anche l’elastico del reggiseno, e così la stavo toccando per bene ed ero anche riuscito a infilare l’altra mano in basso tra le gambe sotto alla gonna, sentivo che le piaceva, Ines mandava questi sospiri sommessi e intanto allargava le gambe, e già ero arrivato con le dita a scoprire l’umidità viscosa delle sue mutandine quando poi ho cominciato anche a sentire il calore, un calore troppo forte per essere quello emesso dal corpo di Ines. Erano cinquanta gradi almeno, magari sessanta, che irradiavano da sotto gli slip. Ho staccato le dita perché mi stavo scottando, ho pensato che Ines ci avesse messo qualcosa per impedire agli uomini di toccarla, non so, una specie di schermo bruciante, ma poi Ines ha cominciato a gridare che le facevo male, però io non la toccavo già più e lei gridava lo stesso, e io le facevo vedere le mani tese davanti a me, «Guarda, non ti sto toccando!» le dicevo, ma lei continuava a urlare.
Poi è balzata su dal letto e è schizzata giù per le scale e non l’ho più vista, e ho dovuto aprire la finestra perché il caldo nella stanza era diventato insopportabile, e io sudavo ed ero bagnato. Guardai fuori oltre la finestra e pioveva. La mano mi scottava, era ancora umida e profumata dei liquidi di Ines, ma scottava come se avessi toccato l’inferno. Pochi istanti dopo vidi Ines lontana correre via dalla nostra casa senza girarsi indietro, e correva e si bagnava sotto la pioggia.

 

Anche nei giorni trasparenti pioveva. Li chiamammo così quei giorni d’oblio che ci piombarono addosso: i giorni trasparenti. Niente a che vedere con ciò che mi era accaduto con Ines o le altre ragazze, erano cose minime quelle, invece sto parlando di un’altra storia che coinvolse tutti, gli altri fratelli, e anche Aldo. Cominciò durante un temporale, cominciò a piovere forte, lampi di luce folgorante precedevano rombi nel cielo. L’acqua riempiva i campi già colmi di grano e orzo. Scendevano gocce grandi come perle di vetro, ci fu un lampo, poi uno immediatamente dopo, e un tuono forte che scosse l’aria. Luce e suono arrivarono vicinissimi, assieme quasi, e i vetri si spaccarono subito, fu come un’esplosione. Era sera, ormai notte, e tutti eravamo in casa, e tutti ci spaventammo. Però a nessuno di noi venne in mente di urlare, anzi fu piuttosto strano il fatto che in fondo la cosa ci piaceva anche. I vetri esplosero, diecimila frammenti di vetro riempirono l’aria attorno, e poi schegge minuscole ci si infilarono addosso, negli occhi e nella faccia, nella pelle, nelle mani, in tutto il corpo penetrando fino alle ossa. Ci vennero incontro in una frazione di secondo dopo l’esplosione, ma non ce ne accorgemmo neppure. Non provammo dolore. Semplicemente i vetri si fusero coi nostri corpi e noi li assorbimmo con rapidità, e quasi subito ci fu facile acquisire le proprietà del vetro e dell’acqua. Ce ne accorgemmo guardando Aldo che era diventato trasparente prima ancora di tutti noi, ma quando già cominciavamo a sospettare di lui, quando già cominciavamo a pensare che ci stesse giocando un altro dei suoi scherzi cattivi, mentre pensavamo questo, anche noi lo seguimmo nel processo di trasformazione. Diventammo vetro forse, o chissà cos’altro. Trasparenti, comunque. Eravamo lampo forse, lampo chiaro e lucido e rapido. O acqua, limpida come quella che cadeva rumorosa sui campi e sul tetto della nostra casa. Ma quando il temporale passò noi restammo leggeri come quell’acqua. Leggeri come l’aria, come la luce, come il vento. Trasparenti come il vetro che era esploso contro i nostri corpi indifesi.
Dopo il temporale nostra madre scese le scale ed entrò nel soggiorno e non ci vide. Pensò che fossimo a dormire e solo il giorno dopo cominciò a preoccuparsi, perché non era mai capitato che nessuno di noi fosse in casa. A colazione, a pranzo e a cena eravamo tutti lì, ma nostra madre non ci poteva più vedere. E anche le nostre voci erano diventate trasparenti, così che era impossibile per noi dirle: « Siamo qui, davanti a te!». Non ci sentiva né ci vedeva, come non ci vide il vicino che venne a visitarci il mattino del giorno seguente, e non trovando nessuno in casa se ne andò. Nostra madre ci cercò per molte ore, ci cercò nelle nostre stanze e poi nei campi. Camminò in mezzo al grano ancora bagnato senza scoprire le nostre tracce. Tornò in casa, e voleva andare dalla polizia per farci ritrovare. Se non lo fece fu soltanto perché la fermammo sulla porta. Non ci vedeva né ci sentiva, ma capimmo che potevamo ancora toccarla. Così la sfiorammo con le nostre dita d’acqua e lei si accorse di noi, e comprese e sorrise, e dopo averci ritrovato ritornò tranquilla in casa. Non ci poteva vedere, ma sapeva che eravamo attorno a lei e questo le bastava. Sorrise e pianse lacrime tenui che ci somigliavano.
Durò tre settimane. In quel tempo facevamo tutto ciò che avevamo sempre fatto: mangiare, bere, dormire, andavamo in bagno come sempre. Tra noi parlavamo spesso, perché tra noi potevamo sentirci. Mangiavamo ciò che ci preparava nostra madre. Non appena il cibo superava le nostre bocche diventava come noi: invisibile. Nostra madre vedeva il cibo salire sopra ai piatti senza ragione, poi dissolversi.
Durò tre settimane, poi, come sempre era accaduto, d’improvviso tornammo normali e visibili. Fu Aldo a mostrarsi per primo, naturalmente, poi tutti gli altri. Prima i vestiti, poi i nostri corpi dentro ai vestiti. Nostra madre sapeva che sarebbe successo e aspettava di vederci riapparire seduta nella poltrona. Quando tornammo sorrise con quel suo incredibile sorriso dolce e a vederla in quel modo, che quasi piangeva di gioia a rivederci, finalmente, anche a me veniva da piangere. Era molto bella nostra madre.

 

Era stato Aldo a farci sparire? Difficile dirlo. Non siamo mai riusciti a saperlo. Di certo se era Aldo la ragione di quel fenomeno, contemporaneamente ne diventò anche vittima. Forse, troppo preso nel compito di controllare la realtà, aveva esagerato, diventando anche lui preda del suo gioco di prestigio. Forse. Ma non abbiamo mai potuto urlargli addosso: «Tu! Sei tu il colpevole! Tu ci hai lanciato in questo mondo così fragile!».
Non abbiamo mai potuto farlo perché mai ne abbiamo avuto le prove. Neppure oggi, dopo anni, e sono molti gli anni passati dal periodo dei giorni trasparenti, sappiamo dire. E neppure ora possiamo andare in bagno a domandargli di quei tempi, perché lui è lì dentro la vasca a ingrassare come un’anatra e mi fa paura. Ormai è troppo tardi.
Però, se solo potessi, vorrei chiederglielo: sei stato tu Aldo? Per i giorni trasparenti, e anche per tutto il resto, tutte le altre volte… Sei stato tu?
La domanda spesso mi scorre in testa. Ma mi dico anche: perché avrebbe dovuto inventarsi cose come queste, tiracele addosso a noi tutti nella casa, i fratelli, e tirarle anche contro se stesso?
Perché?

 

Anche oggi è un giorno di pioggia, e l’acqua ci circonda. Sono tre giorni che piove. Piove fuori, da oltre la veranda, da oltre i vetri. Il rumore battente delle gocce copre ogni altro suono. Piove forte e la pioggia crea velature nello sguardo verso l’orizzonte, dove la campagna si perde contro il cielo. Fuori dalla finestra posso distinguere la striscia verde dei campi coltivati, e quella grigia e alta del cielo. Sono colori lontani e tenui, sommersi nell’acqua, e provo tenerezza. Il profumo della pioggia in campagna è meraviglioso.
Siamo nella casa, tutti noi fratelli. Sono giorni ormai che non usciamo, anche da prima che cominciasse a piovere. Comunque adesso piove e Aldo è ancora in vasca da bagno. Di sicuro ha superato i centocinquanta, è gigantesco ormai. Ci fa paura quando gli portiamo da mangiare, a turno. Cerchiamo di evitare che ci tocchi con le sue dita, perché non sappiamo proprio cosa potrebbe succederci a essere toccati o anche semplicemente sfiorati da quelle dita. Chiedetelo a Vinicio. Ieri di certo non è stato fortunato. O forse è stato solo sciocco, lo sapeva che doveva stare attento mentre gli lasciava il vassoio col cibo. Ma Vinicio è stato sempre un po’ lento, e non dico che si merita ciò che gli è capitato, però…
E poi Aldo ci urla cose che non capiamo. Urla parole, una dietro l’altra. Vuole dirci cose, questo è certo. Ma il fatto è che le parole che pronuncia, prese singolarmente, una per una, ci sono chiare, chiarissime; pure, quando quelle parole Aldo le mette in fila in una frase non sappiamo più cosa ci sta dicendo. A ogni momento ci pare di capirlo, ma se qualcuno ci chiedesse: cosa ha detto con le sue urla da animale inquieto?, nessuno di noi saprebbe dirlo. Forse parla una lingua nuova, che ha inventato sdraiato in vasca da bagno. È la lingua dei solitari, la parola dei malati, il verbo di chi sta impazzendo. La sola cosa che comprendiamo bene è la sua ira per la carne che gli cresce addosso.
Sta crescendo e sta anche diventando lucido. Ce ne siamo accorti tre giorni fa, sembrava sudasse, ma fuori faceva freddo quasi, e non poteva essere che sudava così. Fuori pioveva. In bagno faceva freddo. Eppure Aldo grondava. Certamente suda perché è così grasso, ci siamo detti, insomma, non eravamo sicuri, ma in fondo come facevamo a saperlo?, nessuno di noi era mai stato così in carne, era un’esperienza nuova per tutti noi. Magari si è fatto un bagno e quello che vediamo non è sudore, ma acqua, ci siamo detti, acqua di vasca, in fondo ci vive ormai dentro la vasca, si laverà anche qualche volta, no? Però non poteva essere perché i vestiti erano asciutti, insomma, quasi asciutti, erano bagnati un po’ perché era Aldo che grondava.

 

È stato Valerio a tirare fuori questa storia dello scioglimento. «Per me si sta sciogliendo» ha detto. Eravamo in sala da pranzo, a cena, davanti a un piatto semplice di carne tolta dalle scatolette e due foglie d’insalata. Non è che avessimo molto altro cibo ormai. Per un attimo tutti abbiamo guardato Valerio come si osserva un demente in famiglia quando apre bocca: con affetto compassione tenerezza, mentre ci parlava di scioglimenti. Però siamo rimasti ad ascoltarlo, prima di tutto perché era nostro fratello, e poi perché in fondo non è che potessimo scartare totalmente quella possibilità. In fondo di cose ne erano successe in casa: i brufoli di Aldo e le ombre di Vincenzo, le lampadine che scoppiano davanti alle ragazze, e il legno che scricchiola intuendo la presenza di Aldo, e la carne delle nostre prime fidanzate che si infiamma o la trasformazione dei nostri corpi in vetro. Per non dire di tutte le altre cose che ci erano capitate negli anni: le stanze che non riuscivamo più a trovare anche se sapevamo che c’erano, e quella volta che non potevamo più riconoscerci, e ci incontravamo in casa e la sensazione che avevamo addosso era chiaramente quella di incontrare estranei, come ci vedessimo per la prima volta, e poi anche quell’altra volta, quando tutte le porte di casa si aprivano sulla cucina, e noi cercavamo di andare a dormire, o in bagno, o uscir fuori nella campagna, e invece finivamo sempre in cucina senza sapere perché, e lì c’era nostra madre che ci aspettava. «Siete ancora qui?» ci diceva incuriosita, guardandoci entrare e uscire dalla porta. E ci sorrideva come solo una madre sa fare, sorrideva per la nostra ingenuità infinita.
«È arrivato il suo momento» ha continuato Valerio mentre si infilava in bocca un bel pezzo di carne in gelatina. «Prima si gonfia e poi si scioglie. Si è gonfiato fino al limite, adesso comincerà a sciogliersi, vedrete, e di lui non resterà nulla. E sarà il primo di noi ad andarsene. Non c’è altra spiegazione. Poi ci siamo noi.»
Era una possibilità come un’altra. Inquietante e sbagliata, probabilmente. O almeno tutti lo speravamo. Ma non potevamo ignorarla. Anche perché pure Vito nelle ultime tre settimane era ingrassato ancora. Otto chili, questa volta, e già cominciava ad assomigliare a Aldo, e ce n’eravamo accorti tutti anche se non dicevamo nulla, e già qualcuno di noi pensava, ne sono sicuro, che presto anche il bagno della mansarda sarebbe stato occupato in maniera permanente, anche se Vito è molto più docile di Aldo, e magari saremmo riusciti a scacciarlo senza troppe conseguenze.
Guardavamo Vito preoccupati. Temevamo molto che questo potesse accadere, perché saremmo restati senza bagno. Ma anche un altro pensiero vagava tra noi, sfiorava pareti e pavimento, le nostre teste: il cibo. Il cibo cominciava a scarseggiare, erano giorni ormai che davamo fondo alle provviste di riserva, scatolette e cibi surgelati, tonno e sardine, pomodori secchi sott’olio, di pane già non se ne parlava più, e di verdure fresche neanche, c’erano solo scatolette di carne, biscotti, gallette, buste di legumi congelati che sparirono presto trasformati in zuppe fumanti, e poco altro: due salami, una forma di formaggio che ci durò due giorni. Ma la cosa preoccupante era che nessuno di noi si era presa la briga di andare in città a procurarsi altro cibo. E la cosa più preoccupante ancora era che nessuno di noi pareva volesse prendersi la briga di muoversi per il cibo. Era come se a nessuno interessasse mangiare. Nessuno. O forse dovrei dire piuttosto che era come se nessuno di noi fosse interessato a uscire per procurarsi da mangiare.
Restavamo tutti in casa, confinati nel soggiorno, aspettando che qualcuno uscisse per procurare da mangiare alla famiglia. Parlavamo poco, ci guardavamo molto negli occhi. Aspettavamo. Mangiavamo quel che c’era. Mangiavamo sempre meno e non uscivamo più.
Fuori pioveva, pioveva, anche ora piove. Sono giorni che piove, sta piovendo a dirotto, il suono della pioggia è diventato un compagno indispensabile per le nostre orecchie ormai. È con noi sempre, batte sui campi e sulla terra, sul tetto della nostra casa, e ci segue nel sonno e nella fame.

 

Il cibo è finito. Sono tre giorni che non andiamo a vedere come sta Aldo. L’idea che ci possa toccare ci spaventa infinitamente. E non abbiamo più cibo da dargli, quindi evitiamo persino di affacciarci oltre la porta del bagno. E non lo capiremmo anche se ci parlasse.
È da un po’ che abbiamo rinunciato a capirlo. E non capiamo neppure questa storia del mangiare. Non mangiamo più ormai, perché non c’è più niente da mangiare, e non usciamo più, perché di uscire non ci va. Ma nonostante ciò abbiamo preso a crescere, ingrassare. Tutti noi. Non al ritmo di Aldo, certo, ma cresciamo comunque. Tre giorni fa Vito ha superato i cento chili, e anche io sono ingrassato di almeno tre chili. Però, se dovessi proprio essere sincero, questo è un pensiero che ha smesso di essere una preoccupazione. Se dobbiamo ingrassare, ingrasseremo. In fondo cosa c’è di male a essere grandi, e lenti?
Stiamo diventando una bellissima famiglia grassa.

 

Fuori piove, sono dodici giorni ormai. Da sei giorni nessuno di noi tocca cibo. Non è che non abbiamo fame, se ci fosse un piatto di pasta io lo mangerei volentieri, e sono sicuro che anche gli altri fratelli dividerebbero con me quel piatto con piacere. È che il cibo non c’è, non ce n’è più in casa, e fuori piove, e il solo modo per procurarsi il cibo è quello di uscire, prendere l’auto sotto la pioggia, e andare in città, e nessuno di noi ne ha voglia. Si sta così bene in casa. È così bello il rumore della pioggia, così riposante. E poi, sono ormai giorni che Aldo non urla più, e questo ci lascia tutti più tranquilli.
Non sappiamo cosa gli è successo, se aveva ragione Valerio a dire che si sarebbe sciolto, e che ora Aldo si è sciolto finalmente, così è per questo che non urla più. Oppure magari la mancanza di cibo gli giova, e Aldo ha cominciato a perdere tutti i chili che aveva messo su, e quindi non protesta: sta ritornando normale, è felice perché vede il miglioramento del suo corpo, ripensa a quando era più magro, e crede che presto tornerà a esserlo di nuovo, e che presto tornerà a dirci cose, a tutti noi fratelli: cosa fare, e come farlo, senza troppe discussioni. O forse dorme, dorme tranquillo come un cucciolo, finalmente.
Intanto passano i giorni, e noi passiamo le giornate davanti al tavolo di cucina, ci sono io, c’è Vinicio, e Valerio e Vito, e Vincenzo anche. Ci siamo tutti davanti al tavolo vuoto, davanti al ripiano di faggio massiccio e ruvido che ha visto tanti nostri pasti assieme. Ora non c’è niente su quel ripiano. Vuoto. Aldo è nella vasca. È, o forse non è più, se è vero quel che dice Valerio, non lo sappiamo, di certo sappiamo che non fa più rumore, non sbuffa non protesta. È difficile dire cosa gli è capitato: per esserne certi bisognerebbe andare fino in bagno e scoprire che fine ha fatto. Ma chi di noi ha voglia di muoversi?
Intanto fuori piove. Intanto in casa tutto è tranquillo. Addosso ci è calato questo senso di calma meravigliosa, appagante e gommosa. Ci guardiamo negli occhi, io trascino lento lo sguardo da Vito a Valerio, poi su Vincenzo e Vinicio, e ritorno su Vito. Sono tutti grassi, grandi, enormi, ripieni. Sono bellissimi.
Come me del resto. Siamo bellissimi. Siamo qui che ci guardiamo negli occhi, immobili e tranquilli e di spostarci non ci interessa più.
A un certo punto è Vito che parla, apre la bocca con lentezza estrema, parla sopra alla musica della pioggia: «Che bella vita che facciamo in questa casa» dice Vito. E sorride, e quel sorriso mi ricorda nostra madre, e quel sorriso mi riempie gli occhi di lacrime e vorrei abbracciarlo.
Ha ragione, penso. Facciamo proprio una bella vita.