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Il banchetto degli ospiti

Winner of “Premio Lovecraft 2004”
Published in: Sguardi Oscuri. Ed. F. Clun and F. Forte. Milano: Delos Books, 2004. 123-137.
 

Mi alzo presto, apro la finestra della camera da letto e mi affaccio a prendere una boccata d’aria. Nel cielo i colori dell’alba, i rossi e i grigi, e bianche scie di luce. Do un’occhiata fuori. Nel prato che circonda la casa ci sono dei corpi. Sono disposti in maniera ordinata, ciascuno disteso in un rettangolo d’erba, con le gambe ben chiuse e le braccia allineate lungo i fianchi. Sembra quasi che stiano dormendo. C’è molto silenzio.
Mi metto a contarli; dal mio punto di osservazione ne vedo non meno di un centinaio, e immagino che continuino fin dietro la villa e fino all’altro lato del parco. Chiamo mia moglie.
«C’è gente fuori» dico. «Morti.»
«Dei morti?» dice lei meravigliata. Si è appena svegliata. «Perché morti?»
«Non lo so» dico.
«Chi ce li ha messi?» insiste.
«Non so.»
Ci vestiamo, usciamo e ci avviciniamo ai cadaveri in fila. C’è una brutta luce, senza ombre. Davanti all’ingresso vediamo il corpo di una bambina bionda; avrà al massimo dodici anni, ha gli occhi chiusi, un volto tranquillo. La guardo per un po’. È molto carina.
Poi prendiamo a camminare tra le file, ogni tanto ci fermiamo a osservarli più da vicino. Ne tocco uno, è un uomo grande, con la barba; ha dita grasse, un anello all’indice destro. È tiepido e penso che non deve essere morto da molto.
«Chi ce li ha messi qua?» domanda ancora mia moglie. Io non rispondo; ci guardiamo in giro disorientati. Tutto sembra a posto. Però ci sono questi cadaveri.
«Saranno più di duecento» dico.
«Già» fa mia moglie. «Ma vorrei sapere chi ce li ha messi.» Non lo domanda neppure ormai, è solo una specie di ritornello che ripete, tanto per dire qualcosa.
Non rispondo. Lei resta ferma con le mani appoggiate ai fianchi. Io riprendo a camminare e mi dirigo verso un gruppo di alberi non lontano dalla casa.
Dopo un po’ mi si avvicina una ragazzina, la guardo in faccia, è abbastanza brutta, ma no, non è proprio brutta, piuttosto direi strana. Ha vagamente le fattezze di un cane mastino; appena però.
Mi viene davanti e mi dice: «I corpi sono nostri».
«Nostri di chi?» chiedo.
«Beh…» fa lei, «noi ce li mangiamo».
«Noi?» chiedo di nuovo.
«La mia famiglia» dice, sorride. «Mio padre, mia madre e io.»
«E dove li avete presi?» chiedo.
«In giro» dice. Mi guarda; forse aspetta che io dica qualcosa, ma non ho niente da aggiungere. Per qualche secondo restiamo in silenzio l’uno di fronte all’altra, pensierosi.
«E perché li avete portati qui?» domando.
«Pensavamo che non dessero troppo fastidio» risponde. «C’è tanto spazio.» Mi guarda con occhi da gatto; ha la faccia da cane e gli occhi dolci dei gatti.
«Dobbiamo toglierli?» domanda, e c’è quasi un’espressione ansiosa disegnata su quella sua faccia da cane.
«Non importa» mi sento dire, anche se non so bene perché queste parole mi siano uscite di bocca.

 

Così si sono stabiliti da noi, nella casa per gli ospiti. Sono qui da diciassette giorni ormai, e devo dire che li trovo proprio tranquilli e silenziosi. Gentili anche. Se penso a quando ho incontrato la famiglia per la prima volta, ricordo che sembravano intimiditi, quasi preoccupati di recare disturbo.
Lui avrà una cinquantina d’anni; non molto alto, stempiato, la faccia tonda e bonaria e un sorriso benevolo che ispira fiducia. Sua moglie deve essere più giovane di lui; quaranta, quarantacinque al massimo. Bionda, piccolina anche lei, non brutta, ma neppure bellissima. Begli occhi però, verdi, e anche lei un bel sorriso dolce. Nel complesso piacevoli entrambi. E anche la ragazzina è simpatica, bruttina ma simpatica. La incontro più spesso dei suoi genitori; è sempre gentile e mi sorride con grazia. Dimostra quattordici anni, quindici al massimo, anche se lei dice di averne quasi diciassette.
Stamattina hanno mangiato la bambina bionda distesa vicino al portone della nostra casa. Erano più o meno le otto, io stavo andando a lavorare, e li ho visti portare dentro casa il corpo con delicatezza; l’uomo teneva la bimba morta per le braccia e la donna per le gambe, e la loro piccola mastina li seguiva come fosse il testimone di una cerimonia. Non so se hanno un modo particolare per scegliere di volta in volta il corpo che vogliono mangiare, ma, nel caso della bambina bionda, sono quasi sicuro che l’abbiano tolta per farmi un favore, perché devono aver notato che quasi ogni volta che uscivo inciampavo su di lei.
L’unico problema è che da quando ci sono i cadaveri nel parco non riesco a dormire bene. A volte mi sveglio d’improvviso. Anche mia moglie si agita nel sonno, e sono sicuro che tutti questi corpi non le piacciono molto, anche se non abbiamo mai veramente parlato di questo.
Comunque, corpi a parte, la famiglia non crea nessun problema: hanno i loro spazi, la loro cucina, e qualche volta facciamo due chiacchiere quando ci incontriamo nel parco, e la vita procede più o meno come sempre.

 

Ho preso l’abitudine di contare i cadaveri e ho calcolato che ne mangiano quasi due al giorno. Ora ci sono centocinquantasette corpi, abbastanza per tre mesi, più o meno.
Oggi pomeriggio il vento spira dal parco verso la villa e l’odore dei corpi è più penetrante del solito. Però il loro aspetto è ancora buono. Pensavo che un morto cominciasse a decomporsi dopo pochi giorni; invece i nostri cadaveri sono belli. Sembrano mummificati, stanno tutti prendendo lo stesso aspetto grinzoso, la pelle ingiallisce e si tira, e anche i più giovani sembrano persone anziane. Ma sono belli.
Uscendo incontro la signora nel parco e così le chiedo come fanno a conservarli così bene. «È un nostro segreto!» mi risponde. «Ci vuole molto per imparare, ma ne vale proprio la pena!»
Sorride e mi strizza l’occhio, e allora noto che anche lei ha una buffa espressione da cane. Sicuramente sua figlia ha preso da lei.

 

Sono qui da quasi due mesi. Qualche volta, specialmente nei fine settimana, quando sono a casa anche durante il giorno, se le finestre sono aperte posso udire il suono di forti colpi provenire dalla casa degli ospiti. Probabilmente tagliano i cadaveri. Dalla loro cucina arrivano odori aspri. Mia moglie dice che dovremmo mandarli via.
«Dove vuoi che vadano?» le dico allora. «In fondo che fastidio ci danno?»
Ma mia moglie non è convinta. Dice che tutti quei corpi la innervosiscono e che non sopporta più l’odore. «E se qualcuno lo sapesse?» chiede.
In effetti questo è un problema. Non ne ho parlato con nessuno, ma durante gli ultimi due mesi, con una scusa o l’altra, abbiamo tenuto tutti i nostri amici lontani. Ma più il tempo passa, più diventa difficile trovare delle giustificazioni credibili. E non vorrei che i miei amici cominciassero ad insospettirsi.
Ieri sera ho provato a parlare di questo con il padre. Ho bussato alla loro porta; lui mi ha accolto con un sorriso. «Si accomodi prego» ha detto.
«Beh…» ho detto io a disagio rimanendo sulla porta, «spero che non mi fraintendiate, ma vorrei… Vorrei che capiste che la mia situazione con voi in casa è un po’ delicata. Spero che… sì, insomma, non vorrei aver problemi. Se succede qualcosa io sarei costretto a mandarvi via. Vorrei che capiste. Non lo farei per cattiveria…»
«Non si preoccupi» ha risposto subito. «Lei è stato molto gentile con noi e non deve preoccuparsi. Capiamo perfettamente, siamo stati altre volte in situazioni come questa. Le garantisco che non avrà nessun disturbo. Ma se c’è qualcosa che non va, non si faccia scrupoli e ce lo faccia sapere.»
Io ho annuito e sono rimasto sulla porta senza sapere cosa dire, e lui deve aver percepito il mio imbarazzo, perché mi ha sorriso di nuovo e mi è venuto vicino e mi ha stretto la mano cercando di mettermi a mio agio. Anche sua moglie mi ha guardato con simpatia e ha sorriso e mi ha afferrato la mano con calore. Poi pure la ragazza si è avvicinata e io ho pensato che anche lei volesse stringermi la mano, ma invece mi è quasi saltata al collo, ha aperto la bocca e mi ha baciato sulla guancia destra, molto vicino alla bocca. Mentre mi veniva addosso ho notato che ha i denti più lunghi del normale. Appena, però.

 

Sono rimasti cinquantaquattro corpi. Ieri dalla finestra guardavo la famiglia trascinare verso la casa il corpo di una donna grassa, molto grassa, quando ho sentito l’uomo che diceva: «Prima o poi toccherà anche a loro!» Non ha specificato chi sono questi loro, ma alle sue parole tutta la famiglia ha iniziato a ridere sguaiatamente, e questo mi ha stupito, perché in genere sono molto compiti. Non li ho mai visti sghignazzare così prima d’ora.
Ho raccontato l’episodio a mia moglie e lei ha subito detto che quei loro siamo noi, lei e io. Personalmente non lo credo; di certo si riferivano ai corpi rimasti. Ho detto questo a mia moglie, ma lei non è convinta.
La vedo agitata ultimamente.
Piuttosto è la ragazza a crearmi qualche problema. Si è fatta molto più intraprendente ora. Tutte le mattine, quando mi vede mi corre incontro, anche se sono ancora in pigiama. Mi sorride sempre e ha preso quest’abitudine di baciarmi, sempre molto vicino alla bocca. Ha l’alito pesante, direi quasi cattivo, forse per via di tutto quello che mangia.
A volte, specialmente al mattino presto, si siede nel prato di fronte alla sala da pranzo mentre mia moglie e io facciamo colazione e ci guarda attraverso le finestre, e rimane lì finché non me ne vado. Spesso mia moglie l’ha vista sorridere mentre se ne stava a guardarci.
«Si è invaghita di te» ha detto stamattina.
«Non è possibile» ho risposto senza esitazione. «È molto brutta» ho aggiunto.
«Ma ha un bel corpo!» ha detto mia moglie guardandomi dritto negli occhi.
«Beh, sì…» ho risposto, «però mangia cadaveri».

 

Ieri mia moglie è tornata dalla città con un cane al guinzaglio. «Con Doby mi sento più tranquilla» ha detto. «È un cane da guardia. Ci proteggerà.»
«Doby?» ho chiesto. Era un dobermann grande e grosso, magro e col pelo marrone. Aveva denti molto affilati e le orecchie appuntite.
«È il nome del cane» ha risposto.
Sinceramente non mi è sembrato un gran nome per un cane come quello, ma non le ho detto niente. Per un po’ Doby mi ha fissato con quei suoi occhietti neri. Mi ha annusato le gambe, poi è scattato via, ha cominciato a correre, ha fatto lunghi giri per il parco. Ho notato che non si avvicinava mai ai corpi. Anzi, quando ne trovava uno sulla sua traiettoria subito saltava per schivarlo. Sembrava impazzito. Che cane strano, ho pensato.
Una volta si è avvicinato alla casa degli ospiti, ma è subito tornato indietro e mi si è seduto di fianco con la lingua penzoloni.
«Buono, Doby!» gli ho detto. Gli ho anche dato una carezza in testa. Mi è sembrato un buon cane.

 

Stanotte lo abbiamo lasciato in giro per il parco. A un certo punto mi sono svegliato e l’ho sentito abbaiare. Abbaiava forte, poi ululava anche, sembravano i versi di un lupo più che di un cane. Non la finiva più di abbaiare e ululare. Poi ha smesso di colpo e io mi sono riaddormentato subito.
«Dov’è Doby?» mi ha chiesto mia moglie stamattina. Era affacciata alla finestra.
«Non lo so» le ho risposto. «Stanotte abbaiava molto. Poi ha smesso.»
Allora mia moglie ha cominciato a chiamarlo. «Doobyy!» gridava sporgendosi dalla finestra, ma il cane non rispondeva.
Poi siamo scesi e l’abbiamo cercato per un bel po’, ma di Doby non c’era più traccia.
«L’hanno preso loro!» ha gridato mia moglie. «L’hanno mangiato! Sono stati loro!»
«Figurati» ho risposto cercando di calmarla. «Con tutto quel che hanno da mangiare vuoi che vadano a mangiarsi il nostro cane!»
«E allora dov’è?» ha chiesto.
«Come faccio a saperlo?» ho risposto. «Correva come un pazzo. Non gli piacevano i corpi nel prato. Hai visto come li evitava? Sarà scappato…»
Mia moglie mi ha risposto brusca, borbottando qualcosa che non ho capito, poi è tornata verso casa. Io sono rimasto a guardare il prato sperando ancora di vedere Doby.
Non gli piacevano i nostri corpi, ho pensato alla fine. Sarà scappato…
Peccato. Mi sembrava un buon cane.

 

I corpi diminuiscono velocemente. Il prato sembra diverso quando ci sono dei corpi e quando invece è vuoto. Ora sembra molto più grande. Non lo ricordavo così. Comunque qualche corpo c’è ancora. Rinsecchiti, devo dire. Non più molto belli da vedersi. Sembrano rigidi, quasi come stecche di legno; probabilmente sono anche duri. Lo capisco da come li trasportano dentro casa; posso immaginarlo dal numero di colpi che sento. I primi giorni bastavano poche accettate – ho scoperto che usano l’ascia della nostra legnaia – ora invece danno colpi per lungo tempo, a volte anche mezz’ora di seguito.
Due giorni fa sono entrato nella loro cucina mentre erano fuori a prendere un cadavere. Il tavolo era sporco di sangue secco, però il resto della cucina era in perfetto ordine. Per terra era pulito, nessun pezzo di carne in giro. Sul ripiano della credenza ho visto una grande scatola aperta. Dentro c’erano solo dei biscotti secchi e scuri, poco appetitosi. In un angolo ho trovato un mucchio di ossa, bianche e ben spolpate, probabilmente quelle degli ultimi corpi che hanno mangiato. Volevo cercare anche le ossa degli altri corpi, perché mi ero sempre chiesto che cosa ne facessero di tutte quelle ossa, ma li ho sentiti arrivare e me ne sono andato attraverso l’ingresso posteriore. Non volevo pensassero che stessi lì a spiarli.

 

Oggi pomeriggio sono andato di nuovo a parlare con la famiglia e ho chiesto all’uomo cosa avrebbero fatto una volta che avessero finito di mangiare i corpi.
«Ce ne procureremo degli altri» ha risposto sorridendo. «Ma non qui, non si preoccupi.»
Allora ho chiesto se avevano intenzione di andarsene.
«Tra un po’» ha detto. Mi ha sorriso di nuovo. Poi mi ha stretto la mano come aveva fatto l’altra volta, e anche sua moglie ha voluto stringermi la mano. Anche lei sorrideva. Avevano tutti i denti un po’ più lunghi del normale, ho notato. Poi la figlia è partita per baciarmi come al solito, ma questa volta ha mirato alla bocca e io non ho fatto in tempo a chiuderla e per un attimo ho sentito la sua lingua sfiorare i miei denti.
Velocemente ho salutato e sono subito rientrato in casa. Non ho parlato di questo con mia moglie.

 

Più tardi sono uscito per fare due passi. Fuori era già notte. Camminare nel prato buio non era particolarmente piacevole. Sono inciampato in un cadavere, uno degli ultimi. Sono ritornato in casa, ho acceso le luci nel parco e sono uscito di nuovo a contare i corpi rimasti. Solo sette.
«Non più di quattro giorni!» ho detto allora a mia moglie rientrando, «Non più di quattro giorni!»

 

Finalmente i cadaveri sono finiti.
Ieri sera li ho visti portare via l’ultimo. Era il corpo di un uomo giovane, probabilmente abbastanza bello in vita. Ora meno.
Però era l’ultimo.

 

Mi sveglio dopo un sonno profondo. Mia moglie non c’è. Guardo l’orologio e mi accorgo che è molto tardi. Mia moglie deve essersi alzata già da un pezzo. Scendo in soggiorno e la chiamo, ma non mi risponde, allora la cerco per un po’, ma niente, non c’è. Sarà andata in città. Magari ha voglia di festeggiare la fine di questa storia e vuole farmi una sorpresa. Sono quasi sicuro che sia così. È tipico di lei comportarsi a questo modo.
Cerco qualcuno della famiglia per fare due chiacchiere, ma in giro non trovo neanche loro. Allora esco nel parco e mi avvicino alla casa degli ospiti, ma quando sto per bussare alla porta sento provenire da dentro dei colpi d’ascia e mi fermo. Forse stanno terminando di tagliare il corpo che hanno portato via ieri sera e non mi sembra il caso di disturbarli durante il loro ultimo pasto qui da noi.
Così torno in casa a fare colazione da solo.

 

Sono un po’ preoccupato. È già sera, e mia moglie non è ancora tornata, ed è strano, perché non fa mai così tardi.
Dalla finestra vedo la ragazzina che mi fa dei gesti. Mi avvicino. «Devo parlarti» mi dice. La faccio entrare. Lei mi segue in soggiorno trascinandosi sulla spalla una grossa borsa nera. Mi siedo sul divano. Lei appoggia la borsa per terra e mi si siede accanto. Molto vicina. Indossa un vestito azzurro, attillato e scollato, con i seni ben in vista.
Mi guarda dritto negli occhi. Sorride. «Ci sei simpatico» dice. «Avevamo pensato di mangiarti, ma ci sei simpatico e allora abbiamo deciso che non lo faremo.»
Per un momento penso ai suoi denti che affondano nella mia carne. Immagino sua madre succhiarmi gli occhi facendo schioccare le labbra con gusto.
«Tu mi piaci» dice, «e non ti voglio mangiare». Ripenso alla sua lingua scivolare nella mia bocca.
«Sono sposato» dico.
«Volevamo mangiare anche tua moglie» risponde.
«Vi abbiamo aiutato. Dovreste essere riconoscenti.»
«È appunto per quello che non vi mangeremo» insiste. Mi viene più vicino, e sento il suo alito riempire l’aria attorno alla mia testa. Per un attimo ho quasi la sensazione che si metta ad abbaiare, come un cane.
«Vogliamo farti un regalo per ringraziarti» dice. «Ce ne andiamo, ma prima vogliamo lasciarti un regalo. Ti va?»
Penso alle ossa nascoste da qualche parte. Vedo pezzi di corpi tagliati con cura e già cotti. «Dipende» rispondo.
«È un bel regalo!» dice lei. «Sul serio…»
Non so cosa rispondere, così per un buon minuto restiamo in silenzio, uno di fronte all’altra. Mi sembra più grande della prima volta che l’ho vista, sicuramente per via di tutto quello che ha mangiato.
Spero che se ne vada, ma non si muove. Allora provo ad alzarmi, ma subito lei mi ferma, e mi si fa ancora più vicina. Struscia la gamba contro la mia, poi d’improvviso si volta verso di me e mi si stringe al collo e io non riesco a divincolarmi perché lei è molto forte. Cerca di baciarmi. Io chiudo la bocca questa volta, ma lei riesce ad aprirmela facendo forza con le mani e fa passare la sua lingua contro il mio palato. La sua saliva ha un sapore inaspettato, dolce quasi.
«Mi piaci!» dice staccandosi dalle mie labbra. Mi sorride. E mi si fa addosso per baciarmi ancora.
Cerco di respingerla trattenendola per le spalle. «È tardi» dico. «Mia moglie potrebbe tornare da un momento all’altro. Non credo che…» ma non riesco a continuare, perché mi ritrovo la sua lingua tra i denti. È molto forte. È difficile fermarla.
«Non ti preoccupare per tua moglie, non è un problema» dice. Poi aggiunge subito: «Che ne dici se beviamo qualcosa?»
«Bere?» dico, un po’ meravigliato.
«Per festeggiare che ce ne andiamo. Non è questo che volete?». Sorride.
Esito. Non dovrei assecondarla, ma poi penso che quella del brindisi non è una cattiva idea. Riuscirò a tenerla a bada per un po’, magari fino a quando non torna mia moglie. Annuisco.
Subito tira fuori due bicchieri dalla sua borsa nera. Poi una piccola bottiglia. Il liquore che versa nei bicchieri è azzurro come il vestito che indossa. Limpido, brillante. Sorseggio il liquido. Ha un sapore speziato. È molto forte. Subito mi va alla testa. La vedo sorridermi mentre bevo.
È un brindisi che dura poco. Dopo cerco di muovere la testa, ma mi sento il collo rigido. La stanza è illuminata con una luce ricca, vibrante.
«Ti mancheremo?» mi domanda.
Non rispondo. Mi mancheranno? Forse. Sono stati a lungo nostri ospiti, siamo come amici in fondo, ci conosciamo bene, ci vogliamo quasi bene. Di sicuro sento che c’è molta intimità tra noi. Ho anche baciato la ragazza. Più volte. Ho appena finito di baciarla. Sulla bocca. Sì, forse mi mancheranno. Forse lei mi mancherà. Ma non glielo dico.
Di nuovo me la ritrovo addosso, stretta. È difficile fermarla.
«Ti piace?» fa a un certo punto staccandosi da me e indicando il liquore. Annuisco.
«L’abbiamo fatto noi. È forte vero?» dice. Poi continua: «Forse dovremmo mangiarci qualcosa insieme, che ne dici?».
Io non sono ben sicuro che abbia ragione, ma mi resta difficile contraddirla, ora.
La vedo tirar fuori dalla sua borsa nera una manciata di striscioline marroni che hanno l’aspetto di biscotti. Hanno una forma irregolare. Sembrano fatti a mano.
«Mangia questo» dice. Mi spinge in bocca uno dei biscotti. Lo assaggio. Non è cattivo.
Mentre sto masticando, la ragazzina si alza e spegne la luce. Poi mi atterra addosso e ricomincia a baciarmi quando ho ancora in bocca pezzi di biscotto. Con la mano mi accarezza leggermente la schiena. Fa scorrere le dita lungo la spina dorsale. Subito penso che mia moglie potrebbe tornare e trovarci così. Ma è un pensiero che dura un istante.
Mi stendo sul divano. Mi ritrovo avvinghiato a lei senza neanche accorgermene. Sento il suo corpo giovane premere contro il mio. Mi infila due dita in bocca. Gliele succhio. Hanno un sapore molto piacevole. Poi le toglie. Subito dopo sento qualcosa ancora in bocca, ma non sono le sue dita. «Un altro biscottino» mi sussurra in un orecchio. Stringo il biscotto tra i denti, lo assaporo con la lingua. Ha una consistenza diversa da quello precedente. Più duro. Più coriaceo. Ma anche questo ha un buon sapore. Dolce. E anche salato. Ci metto un po’ a masticarlo.
L’ho appena finito e già lei me ne infila un altro in bocca. «Hai fame, vero?» mi bisbiglia nel buio. «Mangia» mi sollecita. E io continuo a mangiare.
Nel buio vado avanti a baciarla. Quando non la bacio mangio i suoi biscotti.
Non so per quanto continuiamo così, ma ogni volta che mi infila un biscotto in bocca non riesco a trattenermi. Ogni volta che mi bacia credo che sia l’ultima. Invece proseguiamo per molto tempo.

 

Mi risveglio sul divano. Sono solo. La finestra è aperta. Fuori è già giorno.
Mi sento debole. Ho la testa pesante. Di sicuro ho bevuto più di quanto avrei dovuto. E mangiato fin troppo. Non la finivo più di prendere biscotti dalle dita della ragazzina.
A fatica mi rialzo dal divano. Mi muovo per le stanze di casa come un fantasma. Mia moglie non c’è. Non ricordo di averla sentita rientrare. Non è tornata. Doveva farmi una sorpresa. Chissà dov’è finita…
Finalmente riesco a uscire nel parco per prendere una boccata d’aria. Cammino barcollando sull’erba verso la casa della famiglia, ma quando sono davanti alla porta mi accorgo che non c’è una luce dentro. Non un rumore. Busso alla porta. Non mi rispondono. Se ne sono andati.
Resto immobile davanti alla casa per un po’. Forti crampi mi serrano lo stomaco. Mi sento molto debole. Ho fame. Dovrei cercare qualcosa da mangiare.
Attraverso il parco fino all’uscita. Supero il cancello e me lo chiudo alle spalle, poi prendo a camminare svelto. Forse la famiglia non se n’è andata da molto. Forse non sono lontani.
Forse riesco ancora a raggiungerli.