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Io, l'autore e il narratore

Published in: Writers Magazine Italia 7, (Mar. 2007). Milano: Delos Books.11-13.
 

In letteratura non è raro trovare un io-narrante che ci racconta la sua storia. Ma dietro quella voce narrante che dice “io” si nascondono insidie e problemi che rendono questa forma narrativa una delle più difficili e complesse da gestire. Chi narra veramente la storia che leggiamo? In quale tempo è stata scritta e a quale tempo si riferisce? E chi è il vero scrittore di una storia mai scritta?

 

"Tu stai per leggere questo articolo che io ho scritto, ma aspetta!, ti do un consiglio, fermati e chiediti: chi è questo io che mi parla, proclamandosi l’autore di questo articolo?
‘Beh’, ti dici, ‘è ovvio, c’è scritto anche sotto al titolo di questa pagina di WMI che ho tra le mani, quell’io che scrive è Sergio Cicconi.’
– Calma! – interviene allora il Sergio Cicconi che osserva da fuori il Sergio Cicconi che sta scrivendo di un Sergio Cicconi che dice di aver scritto un pezzo intitolato Io, l’autore e il narratore in cui da del tu al lettore. – Calma! – ribadisce. – Io non penso certo di farmi ridurre a quell’io scrivente, o a un gruppetto di  pensieri compressi in 10000 battute. Quell’io lì è un personaggio, un mio alter ego che vive solo nello spazio della pagina. Io, invece, ho ben altro spessore!
Allora tu, lettore, vagamente confuso, dici a (un) Sergio Cicconi: – Ma guarda che questo è un articolo sulle tecniche di scrittura, non è mica narrativa! Quell’io che mi parla nel testo dell’articolo, che poi saresti tu, è un errore, non dovrebbe esistere; i personaggi esistono solo in narrativa. E poi, i personaggi seri, quelli a tutto tondo, la prima persona la usano poco quando narrano, soprattutto se parlano al presente. Guarda che questa forma è un bel casino per l’autore!
Io ti ascolto, ma gradisco poco questo tuo modo di fare un po’ saccente, un po’ da professorino, e allora ti chiedo, tanto per spiazzarti: – Ma scusa, visto che la sai così lunga, tu con chi è che stai parlando, che tra me che scrivo e te che leggi e mi parli c’è più di un mese di distanza?
La domanda ti lascia perplesso. Ci pensi un poco. E però reagisci male e fai una cosa che da te, gentile lettore, mai mi sarei aspettato: irritato tiri fuori un coltello dalla tasca e rapidamente me lo infili nel collo. Sbigottito arretro verso il bordo della pagina. – Sei un personaggio poco coerente… – borbotto con dolore. Poi mi sale il sangue in gola e mi viene da morire. Ecco, muoio…
Allora (un altro) Sergio Cicconi mi domanda: – Ehi!, ma se tu sei morto, chi è che sta raccontando questa storia?"

L’autore assassino
Questo breve pastiche narrativo ci mostra bene i difetti, le incongruenze e le difficoltà di quella che sembra essere la più problematica delle forme narrative: quella in prima persona. Chi narra questa storia? In quale tempo è stata scritta e a quale tempo si riferisce? Chi la scrive veramente?
Partiamo con la prima domanda, che è pure l’ultima posta da (un) Sergio Cicconi: chi è quell’io che sta raccontando la storia?
Non è raro che la risposta, ingenua e disarmante, sia: è ovvio; quell’ io è l’autore.
L’autore? Ma ne siamo proprio sicuri? Togliamoci subito il dubbio e leggiamo questo brano tratto da American Psycho:
"– Ti va un biscotto? – gli chiedo, infilandomi una mano nella tasca. Il piccolo annuisce, lentamente, ma prima che possa ringraziarmi, io tiro fuori di tasca il coltello e, rapidamente, glielo ficco nel collo. Sbigottito, il bimbo arretra contro il bidone, gorgogliando come un infante."
Bene. L’io-narrante di una storia è l’autore, dite voi. E allora spiegatemi perché Brest Ellis, autore del frammento, è ancora a piede libero e libero di scrivere. Possibile che, dopo le sue così esplicite dichiarazioni, nessuno si sia mai accorto che è lui l’ammazza-bambini di New York?
E che dire poi di quest’altro narratore?
"Mi sono trasferito. Prima abitavo all’Hotel Duke, all’angolo di Washington Square. La mia famiglia ci viveva da generazioni, e intendo dire come minimo due o trecento generazioni. Ma non fa più al caso mio. Il posto è degenerato."
La voce in questo racconto di Patricia Highsmith, Riflessioni di uno scarafaggio, è quella di un simpatico scarafaggio-filosofo in cerca di una nuova abitazione. Però, da quel che ricordo dalle foto, la signora Highsmith non assomiglia molto a uno scarafaggio.
E quindi, chiedo ancora: siamo proprio certi che autore e narratore coincidono? O forse è meglio pensare al narratore come quel personaggio che nella storia narrata dice io?

In che tempo siamo?
Esaminiamo ora un problema più difficile: quello del tempo delle narrazioni in prima persona. Trascuriamo subito il futuro. Ė facile capire che l’io-narrante non può parlare di eventi che ancora non gli sono accaduti; una sua qualsiasi dichiarazione riferita al futuro (per esempio:"fra cinque minuti lo ucciderò") può solo descrivere intenzioni e non azioni (tranne, forse, quando la storia è sui viaggi nel tempo).
Soffermiamoci quindi su un tempo più usato: il passato.
"Ero stomacato… stomacato a morte di quella lenta agonia, e quando alla fine mi slegarono e mi permisero di sedere, ebbi l’impressione che i sensi mi abbandonassero. La sentenza, la temuta sentenza di morte, era stata l’ultima percezione distinta a raggiungere le mie orecchie."
Ė così che Poe inizia il suo Il pozzo e il pendolo.  Qui, il narratore ci dice, pur senza esplicitarlo: "Io, ora, vi racconto gli eventi che mi sono accaduti in un certo  passato." Una forma come questa ci è familiare; ci rassicura. Ė così, al passato, che siamo abituati a leggere la maggior parte delle narrazioni. Tutto funziona; e anche quando il passato è filtrato da un io-narrante, la cosa non sembra disturbarci. Direi quasi: il tempo di una storia così raccontata è invisibile ai nostri occhi di lettori.
E poi c’è il presente, e col presente cominciano i problemi. Vediamo perché a partire da un estratto da La caduta degli zebedei di A. Pinketts.
"Io appartengo a una categoria in cui Eros e Thanatos trionfano. Moriamo ogni volta che si fa all’amore. Sono un preservativo. Mi chiamo Jerry. Jerry O’Rgasmo."
Jerry, il narratore, è speciale. Narra in prima persona. Narra al presente. Noi lettori siamo con Jerry, adesso (nella testa di un preservativo!) mentre lui ci racconta con trepidazione le avventure erotiche del suo padrone.
Fedeli al principio di sospensione dell’incredulità (si veda il N. 5 di WMI sulla coerenza), se leggiamo, nel presente, le gesta di un narratore che ci racconta la sua storia, riusciamo a credere a un mondo dove noi lettori incarniamo il ruolo più perfetto di voyeur: per un tempo magico lungo quanto la lettura, non scrutiamo più la vita del personaggio a distanza, ma noi siamo il personaggio. Diventiamo telepatici. Pensiamo con lui. Ė con lui che guardiamo il mondo. È delle sue emozioni che ci riempiamo. L’immedesimazione è totale.
Forse nessun altra voce ha questa capacità di intrufolarsi nella vita di creature inventate. Gli altri punti di vista si tengono a distanza; lontano, più vicino, ma sempre a una certa distanza. La prima persona no; quella distanza la cancella.

Lo scrittore assente
Resta ancora un problema con un io-narrante al presente. Per capirlo torniamo a Jerry. Alla fine di quella storia Jerry muore mentre racconta. E allora chi scrive la storia? Jerry? No, non può; anche assumendo che sia capace di scrivere, Jerry è troppo occupato a vivere. Come potrebbe scrivere e contemporaneamente vivere le sue avventure in diretta? E soprattutto, come farebbe a scrivere della sua morte?
Così questo anomalo personaggio ci guida dritti verso l’ultimo dei nostri interrogativi: quando un io-narrante ci parla al presente, chi scrive la storia narrata dall’io-narrante?
Se il narratore afferma: "Giunto al finir della mia vita lascio su queste carte testimonianza degli eventi ai quali assistetti in gioventù" è evidente chi ha scritto la storia: il narratore.
In altri casi, come nel racconto di Poe, la questione è dubbia; è possibile che sia il narratore stesso a farlo, pur se non lo dichiara. O forse no. L’unica certezza che abbiamo è che il narratore è sopravvissuto agli eventi narrati. Che poi la sua storia ce la racconti a voce, o ce la scriva, al lettore non interessa molto saperlo.
Altra faccenda è quando il tempo della narrazione è il presente, e in particolare quando il narratore muore narrando. Qui, la domanda emerge con più forza: chi scrive la storia?
L’autore, risponde qualcuno. Altri rispondono: nessuno, perché non c’è necessità che il narratore scriva. Ma se così fosse, cos’è che noi lettori leggiamo?
Il fatto è che hanno ragione entrambe le fazioni. È chiaro che è l’autore a scrivere il testo che noi leggiamo. Ma all’interno dello spazio della storia, quello definito dal narratore, non c’è necessità che la storia sia scritta. Dobbiamo ricordare che per via di quella magica possibilità che ci dà la prima persona singolare unita al tempo presente, noi lettori siamo voyeur telepatici. Noi siamo il personaggio, e con lui viviamo e moriamo. Che bisogno abbiamo che ci sia qualcuno, all’interno della storia, che ce la scriva perché noi possiamo poi leggerla?

Maneggiare con cura
Questa forma narrativa forse più delle altre pretende rigore e attenzione. È una voce che richiede coraggio e voglia di sperimentare. Soprattutto al presente, ha un’alta forza espressiva, riuscendo ad azzerare la distanza tra lettore e personaggio. E d’altra parte, è voce difficile da portare avanti, soprattutto in un romanzo. A volte complotta contro di voi: mette il lettore nella mente del narratore, è vero, ma allo stesso tempo riduce il mondo narrato al mondo percepito dal narratore. Non c’è futuro, con questa voce, ma solo passato e presente. Con questa voce si può morire e il lettore muore assieme alla voce.
E allora ricordate: provatela, questa voce, ma maneggiatela con cura!

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