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Vita mentale di alcune macchine

Published in: DELOS n. 58, (July 2000)
 

Dalla collina scendo attraverso il parco, giù fino ai cancelli e all’uscita, e cammino verso il fiume e il ponte. Guardo l’acqua nera in basso. Poi supero il ponte e vago per un po’ tra le strade deserte, fin quando la scorgo nell’angolo, d’improvviso, ammasso scuro per terra, quasi inciampo su di lei sdraiata sul marciapiede. È sera, poche macchine ci scivolano a fianco, punti di luce mobile la illuminano a tratti, la nascondono; le sue gambe sporgono oltre l’orlo del marciapiede, aperte pendono sull’asfalto della strada, vicine ai pneumatici che passano.
Mi accosto a lei, mi chino su di lei. È sporca, ha la faccia scura, il naso ferito, la bocca piegata in una smorfia, i capelli arrotolati sulle spalle e il collo come funi bagnate. Un alone fetido le circonda le labbra: alcool. Con un dito le sfioro una guancia, la tocco sulla spalla, i suoi occhi si schiudono come magici e lei si ritira dalla mia mano con un guizzo, ma poi mi guarda dritto e si apre in un sorriso: denti bianchi, bianchissimi; un contrasto acceso contro la sua pelle invisibile quasi al di là dello sporco.
È un attimo, un attimo soltanto; il suo sorriso mi cattura: puro, perfetto. Scorro gli occhi su di lei, dalle labbra al collo al suo seno e lo stomaco, le gambe, e l’immagine di questo suo corpo scarno e fragile accende in me un desiderio forte di lei, qualcosa mi afferra dentro, una voce, provala, dice, provala, lei è la persona giusta, in qualche modo lo sento. Provarla, lo so, sì, devo provarla, devo vedere. Sì.
La scuoto, la cerco negli occhi neri.
«Vuoi venire con me?» le chiedo. «Posso pagare. Posso pagare bene.»
Lancia occhiate incerte a me e dietro di me, a oggetti alle mie spalle; aspetta un po’ poi annuisce sorridendo.
«Va bene» risponde. Allora l’aiuto a sollevarsi, la afferro per le spalle e la sorreggo e la spingo appena mentre lei si lascia trascinare, e in silenzio prendiamo a camminare nella notte come due amanti abbracciate, con l’autunno che ci circonda, con l’aria che si insinua fredda dentro ai miei vestiti, con le luci delle auto più lontane che brillano come stelle.

 

Quando arriviamo la spingo oltre l’ingresso dei laboratori. Accendo la luce. Camminiamo lente lungo i corridoi sotterranei. Scorgo le sagome scure dei tubi che si perdono nel buio del soffitto, fasci di braccia lunghissime. Dove sono le mani? mi viene spesso da chiedermi quando li vedo. Cosa trattengono, cosa sorreggono? E i liquidi, l’acqua calda, acqua che scorre, su fino nelle dita dei tubi, nelle unghie di mani invisibili nascoste nei muri. Dove sono? Ritorno con gli occhi alla donna che segue obbediente i miei passi, l’osservo guardarsi attorno distrattamente; non parla, soltanto dondola mollemente le braccia attorno al suo corpo minuto, i suoi occhi come due grandi insetti; li appoggia appena sulle cose, con lo sguardo sfiora le scatole di cartone ammucchiate negli angoli, le serrande abbassate dei magazzini, le macchine ferme in fila come appoggiate ai muri, silenziose. Apro una porta, saliamo le scale. Apro altre porte, saliamo altre scale. Altri corridoi, e finalmente entriamo nel mio laboratorio.
Subito l’odore acre del suo corpo sporco si diffonde nella stanza.
«Và a farti una doccia!» le dico, e lei annuisce senza protestare. Quando la prendo per mano si lascia guidare verso il bagno procedendo lentamente accanto a me con l’indifferente sottomissione di un felino abituato a ricevere ordini e alla vita di gabbia. Il suo vagabondare solitario nella città e nell’alcool deve averla assuefatta a questi incontri casuali, a questo modo di concedersi in cambio della possibilità di un giorno in più per le strade e di una nuova bottiglia. Sì, annuisce ora, si lascia spogliare da me, certo, sa che una donna come me non può farle nulla di male, certo, si fida di me, cosa dovrei farle in fondo? E poi la pago, sa che la pagherò, ho visto il bagliore nei suoi occhi quando ho pronunciato le parole magiche, le parole che annullano emozioni e dolore, aprono tutto, fino ai corpi, la pelle, la carne. Appoggio le mani su di lei, sulle spalle, le sue braccia sottili, apro i bottoni della sua camicia, uno dopo l’altro, lentamente, e lei mi lascia fare. In fondo è questo che si aspetta da me. Le sfilo la camicia e la maglietta sporca, tolgo la gonna che si arrotola per terra attorno alle caviglie, poi le scarpe, le calze e le mutandine giù lungo i suoi fianchi magri, le cosce, i piedi. Aspiro l’odore aspro del suo corpo nudo; sudore e sporco impastati dal tempo, odore di donna selvaggia: preda da catturare, da conquistare. Vorrei toccarla ora, sfiorare la sua pelle, attraverso il contatto cercare in lei un legame che me la renda accessibile e senza riserve, e in qualche modo annulli la distanza tra il mio corpo e il suo, sullo sporco e oltre lo sporco. Ma mi trattengo. Non posso ora, no. La carne no, lei ha un altro ruolo stanotte, la carne no…
La spingo nel box della doccia e apro il rubinetto. Il getto d’acqua calda le afferra la testa e le spalle.
«Come ti chiami?» le chiedo mentre l’acqua la bagna, inonda capelli e viso, le gocce scendono su di lei come perle. Le sfioro le mani, si lascia toccare senza reagire.
Mi lancia uno sguardo, «Ianina» dice. Ianina: nome dolce, nome strano. Mai sentito prima. Un nome da dea, un nome potente. Ma questa volta Ianina non ha potere; Ianina è in mio potere!
Libero le sue dita dalle mie, «No!» dico. «No, niente Ianina per stanotte; per me ti chiamerai Ofisia.»
La guardo. Mi guarda: occhi spalancati, la sua mente esce dalla nuvola d’alcool che la annebbia. Per un attimo.
«Ofisia?» dice. «Che razza di nome! E che significa?»
«Serpente. Ti pago per essere Ofisia. È il nome di un serpente. O di chi credeva nei serpenti. Ofisia per stanotte.»
Mi studia ancora. Stupita. Occhi neri, e dietro quegli occhi un barlume di luce che spunta da dentro; Ianina, Ofisia, il mio serpente.
«Serpente? E che vuol dire…?» balbetta sporgendo la testa fuori dal getto della doccia mentre il suono dell’acqua frena le sue parole. «Io credevo che…»
«Ofisia. Pago per questo. Ti do soldi per chiamarti serpente. Cosa ti aspettavi? Sesso? Vuoi sesso? Se vuoi posso darti anche quello, ma non solo quello Ofisia.»
Mi guarda a disagio. «E poi? Che dovrei fare poi? Io credevo che… Insomma cos’altro mi…?»
Mi guarda. Occhi grandi, bocca aperta e i denti che brillano. Le gocce d’acqua sul suo viso più pulito ora, sui suoi capelli bagnati. Paura forse. Sospetto. Prima consapevolezza che il gioco a cui è abituata sta scivolando in qualcosa di diverso, una situazione con regole che non conosce, che non riesce ad afferrare. Naturalmente. È così che deve essere. Ianina, un nome di dea, la dea che non conosce, la dea che ha paura. Certo.
«Un paio di occhiali» dico. «Voglio che ti infili un paio di occhiali e guardi dentro. Sono occhiali speciali. Vedi cose dentro. Tutto qui. Ci guardi dentro per un po’, mi dici quello che vedi e poi ti pago e te ne vai.»
«Tutto lì?» dice adesso. Sospettosa, ancora. Sorride stentata. La vedo che pensa, riflette su quanto le ho detto. Preoccupata, ancora. Però sembra più rilassata ora che sa. Ora che crede di sapere. La paura è andata, non è una donna di quelle, pensa; l’ho spogliata, ecco la solita lesbica, ha pensato, ma ora sa che non le voglio fare del male, sa che non la voglio uccidere, certo che no, pensa, lo leggo nei suoi occhi che è sicura di questo ormai. La solita lesbica, il sesso sotto la doccia e tutto il resto, sono sicura che ha pensato questo. Poi le dico degli occhiali e allora è una donna strana, pensa, no, non vuole sesso, mi fa solo guardare negli occhiali. E va bene, allora guardiamoci in questi occhiali sembra dire coi suoi occhi. Mi riserva quello sguardo paziente e ammiccante che si regala ai pazzi, è pazza! vorrebbero bisbigliare le sue labbra chiuse, ma se mi fa guardare negli occhiali e paga va bene. Guardare negli occhiali e mi paga anche… Certo, questo è ciò che pensa, mi pare di decifrare i suoi pensieri nascosti oltre il fruscio dell’acqua su di lei, al di là dei suoi occhi, dentro.
«Ma io vedo cose anche senza occhiali» dice. «Gli uomini pensano che sono pazza perché racconto le cose che vedo quando sto con loro, e loro mi dicono che invento tutto e che loro non vedono niente e che sono pazza.»
«Bene. Allora per te sarà ancora più facile.» Le sorrido; bene, Ianina la visionaria, la scelta migliore, come sempre sono le scelte dettate dal caso. Ma lo sapevo, lo sentivo.
«Sento anche le voci» dice mentre si insapona le braccia, mentre la schiuma le accarezza il ventre.
«La telecamera… Loro non mi credono quando gli dico della telecamera che mi segue. Davvero… Riprende tutto quello che faccio. Mi dice cose, cosa debbo fare, dove devo andare. Mi ha detto di venire con te prima… Loro non la possono vedere perché è nascosta, nessuno la può vedere, neanche tu, è troppo piccola, solo io so che c’è, lì…» punta il dito di fronte, il dito verso il soffitto, occhi sbarrati, occhi affogati nell’alcool.
«Io ti credo» dico. «Sì, io ti credo, anch’io vedo cose che gli altri non vedono. Gli altri non possono capire… Il tuo mondo non è il loro… Ma io ti credo.»
Oltre il vetro guardo la luna spezzata dai rami che si agitano nel vento, i frammenti luminosi che nel vento cambiano forma e dimensione. Poi torno alla stanza, a Ofisia, mi avvicino a lei, chiudo il rubinetto, mi muovo verso l’armadio con gli asciugamani.
«Ecco, vieni qui» dico. Stendo un braccio e lei stende le braccia, le sorrido e lei si specchia nel mio sorriso, risponde sorridendo. Sì, vieni qui, vieni verso di me, vieni, ecco, brava, fragile creatura in mio potere.
Afferra l’asciugamano che le porgo e per istanti abbandona le sue dita nelle mie, si fida ormai, certo. Si sposta, i suoi piedi lasciano tracce bagnate a terra. Si ferma e con l’asciugamano comincia a cancellare le gocce d’acqua dal suo corpo.
Quando ha finito raccoglie la camicia e sta per infilarla. «No» dico, «non occorre, va bene così come sei» e lei mi guarda; insicura, ma mi asseconda. Cos’altro potrebbe fare ormai?

 

Usciamo dal bagno. La spingo, io ansiosa, lei ansiosa, lo vedo da come si muove guardinga, paura forse, ancora, ma non dovrebbe ormai. La faccio sedere nella poltroncina vicino al computer. Prendo gli occhiali dal contenitore di plastica, il cavo dal tavolo, infilo lo spinotto nella console e lo collego agli occhiali. Poi vado verso di lei.
«Infilali» dico, glieli porgo e lei li afferra, li guarda. «Infilali» ripeto.
Li mette con una lentezza che mi esaspera, fa passare la fascia elastica attorno alla testa, dietro. Con le mani controllo che gli occhiali siano ben sistemati. Sorrido. Ora che è cieca, impotente davanti a me, le afferro i polsi e con le cinghie la blocco ai braccioli della poltrona, e prima ancora che si opponga ai miei movimenti è legata ormai, catturata. Cerca di ribellarsi, perché ti ribelli? le chiedo, non c’è niente di cui preoccuparsi, le dico, non ti preoccupare, è tutto tranquillo, è solo che ho bisogno che tu non ti muova, devi essere ferma. Tranquillo, è tutto tranquillo. Per me. Tutto bene. Ianina, Ofisia, non devi preoccuparti, ormai non puoi andartene. L’alcool ti darà forza, vedrai. E poi vedi cose, già le vedi senza di me, che differenza può fare per te? Telecamere o altro, siamo tutti schiavi delle nostre visioni. Non ti preoccupare Ofisia, non devi…
Le allaccio le due cinghie con le piastre termiche, l’una attorno alla vita, l’altra appena sopra ai seni. Controllo che le piastre termiche siano posizionate correttamente, anche quella sotto la cinghia degli occhiali, vicino alle tempie. Fegato, cuore, cervello: la forza, la passione, la vita. Certo; la morte anche.

 

Vado verso la console. Accendo i due monitor collegati agli occhiali, le minitelecamere negli occhiali, poi il computer e la telecamera stereoscopica di fronte a Ofisia. Tutto è pronto. La guardo: stupenda, immobile sulla sedia, in attesa. Anch’io mi arresto in contemplazione.
Bellissima.
E subito arriva la zampata del desiderio, mi sale dentro rapida, cerca in me la sua strada ora, mi chiama all’azione. È un formicolio che inonda la nuca. Ma riaffiora anche la memoria: Erina, le immagini di quella volta, le sue mani su di me intrecciate alle sue macchine fredde, quelle dita meccaniche che mi frugavano il corpo mentre Erina rideva alle mie grida… quella sera… le immagini di quella sera… Erina… Ora invece sono io a preparare le immagini per il futuro di Ofisia. Erina su di me, ora io con Ofisia…
Neppure Ileana sa che sto per provare il programma. Certo, se sapesse mi odierebbe, in fondo abbiamo sviluppato il programma assieme. Ma devo provarlo da sola, senza di lei. Finora con lei è stata solo teoria, troppa teoria. Sì, anche Ileana ama assaporare il piacere che fiorisce dal dolore, ma non è ancora capace di convincersi a praticare ciò che la sua mente le suggerisce, e così ancora le sfugge quel senso di bellezza che solo la presenza di una vittima reale potrebbe generare. No, in fondo non è neppure questo, non è che Ileana non lo capisca; è che lei ha paura, lo so. Paura delle conseguenze, paura di non saper contenere la grandezza di un sentimento che nasce dalla consapevolezza di possedere un potere assoluto sulla vittima. Troppa teoria. Forse lei non ne ha avute abbastanza, è quello il suo problema, le manca una ragione, la spinta a farlo sul serio. Io invece… tutto quello che mi sono lasciata fare, quello che mi hanno costretto a fare; le altre donne, gli uomini. Le altre donne. Anche lei, Erina, certo, come tutte le altre, più delle altre. Tutti. Perché non dovrei cercare la vendetta? Chi l’ha detto che soltanto gli uomini devono essere crudeli? A loro il diritto alla vendetta, le donne invece, accettare tutto in silenzio, e la rassegnazione… E chi l’ha detto? Gli uomini, ripieni di quella loro crudeltà stupida che cerca solo la soddisfazione di istinti semplici, la duplicazione attraverso il seme, la penetrazione come forma di trionfo. Gli uomini! Troppo pochi sono quelli che fanno della vendetta un cibo speciale da assaporare; troppo pochi quelli che abbandonano il mondo meschino dei mediocri per fare del corpo la fonte di un piacere profondo. Dovrebbero imparare ad essere crudeli sul serio, imparare a capire il senso delle loro azioni, imparare a fare come me ora, qui, con Ofisia, il suo corpo davanti a me pronto ad accettare il mio regalo. Il suo corpo, la pelle, la carne. La penetrazione. Sì certo, la carne da afferrare e penetrare, ma cosa c’è di più seducente del cervello, la carne che controlla i corpi? Contro di te Erina, in ricordo di tutto quello che ho dovuto subire, per te, che mi hai insegnato a capire il dolore e la sua terribile bellezza e a rifuggirlo da me praticandolo sugli altri. Per te Erina: la vendetta sul cervello, la mente, è lì che voglio spingermi, lì che voglio prendere; la penetrazione nel cervello, la conquista più ambita, la più difficile, quella che più di ogni altra mi permette di urlare sì, ho posseduto, ho preso, ho tolto!
Ho tolto, sì… Ho dato forse, ho dato anche, ma quello non ha importanza. Non ora. Non con te Ianina, non con Ofisia, la mia dea stanotte. Con te prendo. Con te accolgo la forma più perfetta di penetrazione. Su di te, con te, come hai fatto tu con me Erina. Sì…

 

«Non vedo niente!» urla Ofisia e si agita irrequieta nella poltrona come un animale al guinzaglio. «C’è solo questa luce, ma non vedo niente. Perché non vedo niente?» dice, apre e chiude le mani, le dita si contorcono come serpenti appena in vita. Sì, serpenti.
«Aspetta» rispondo. «Aspetta e vedrai.»
Compongo il nome del programma nella tastiera e lo faccio partire. Subito le due telecamere montate negli occhiali rimandano nei miei video le immagini dei suoi occhi. Allora attivo i minuscoli monitor negli occhiali, e attraverso quegli schermi spedisco a Ofisia le copie dei suoi occhi.
«Ehi, vedo i miei occhi adesso!» urla eccitata. «Sono i miei occhi!»
«Sì, sono i tuoi occhi.»
«È come in uno specchio, solo che ci sono solo i miei occhi, senza tutto il resto. I miei occhi senza la mia faccia… è strano…»
Non rispondo. Lascio passare i secondi, li lascio accumulare in minuti, minuti di silenzio. Lei comincia a dimenarsi nella poltrona; non aggiunge parole, ma sembra sempre più irrequieta. Certo; conosco la sensazione di guardarsi negli occhi, l’ho provata anch’io quando preparavo il programma, anch’io mi sono spinta fino a questo stadio, ricordo la sensazione di sentirsi spiati dai propri occhi…
«Allora?» chiede a un certo punto. «Basta guardare gli occhi! È tutto qui quello che devo fare?»
«Aspetta; aspetta devi essere paziente!» dico. «Conosci così bene i tuoi occhi che non hai bisogno di guardarli? Guardali, perché non li guardi bene? Guardali bene, fino in fondo, dentro…»
Sì, aspetta Ofisia, guardali bene, aspetta la sorpresa…
I suoi occhi riempiono il campo dei miei monitor. Li apre, li chiude. Agita la testa. Guardali dentro, ora, perché ora vedrai. I tuoi occhi come specchi, e riflettono…
Dalla tastiera attivo nuove opzioni del programma. Il computer cattura l’immagine del suo corpo dalla telecamera stereoscopica di fronte a lei, la esamina, la polverizza e la ricompone sugli schermi.
«Muoviti!» le dico. «Muovi la testa!»
Lei obbediente scuote la testa; il programma analizza il movimento e immediatamente lo riproduce nei monitor. Inserisco altri valori nel computer, seleziono voci di menù, le forme dell’incubo di Ofisia: 14, 4, 7, 12; la caverna, lo specchio, l’uomo senza volto, il cesto col serpente. Il computer digerisce i miei dati, subito il fondo grigio dietro l’immagine di Ofisia assume i colori della roccia, è roccia, lo specchio appare attorno a lei, la sua immagine diventa quella di una figura riflessa, una finzione che lei non può capire. Osservo per istanti la qualità della grafica, cerco difetti nelle forme, sbavature nei contorni, alterazioni cromatiche. Niente, perfetta; l’immagine è indistinguibile da quella reale. Allora la spedisco nei suoi occhiali.
«Ora parla» le dico. «Dimmi tutto quello che vedi, quello che provi. Parla…»
«Sì, adesso vedo» dice subito lei, «sono io, e c’è uno specchio di fronte a me, grande, e io mi ci vedo tutta come sono ora, seduta nella sedia, con questi occhiali, ma… la stanza non è… ehi cosa hai fatto, dove mi hai portato…? non è questa stanza, è un altro posto… più grande e io… ma non mi sono accorta che… dov’è finita la stanza…?»
«Quale stanza? Non c’è mai stata una stanza, ricordi? È una caverna, siamo entrati nella caverna.»
«Ehi! Quale caverna? Cosa mi stai facendo? Ehi! Slegami, voglio andarmene. Ehi!… mi senti? Voglio andarmene da qui, non ho più voglia di questo. Fammi andare via. Ehi!….Ehi!…»
Non rispondo. Ormai non esisto più per lei, il cuore pulsante del programma è attivato ormai, lei è nella caverna. C’è l’uomo senza volto che la aspetta. Sì, posso sedermi ora, qui, di fronte a te, vedere dai monitor ciò che tu vedi, vederti reagire alla finzione elettronica, assistere alla costruzione del tuo incubo. Buona fortuna Ofisia, certo, ora sei la primadonna della rappresentazione che ho preparato per te. Ecco…
La vedo dimenarsi sulla sedia cercando di rompere le cinghie che la trattengono ai polsi. Grida. Mi cerca. Ha capito che non sarà come ha creduto; ora sa che non doveva fidarsi. Mai fidarsi di nessuno; certo. Ma è troppo tardi ormai per te Ofisia, troppo tardi…
Guardo l’agitarsi speculare della riproduzione grafica del suo corpo. Lo specchio la contorna e la contiene, la grotta contiene lo specchio, il programma contiene lei e lo specchio e la grotta. È così che lei si vede attraverso gli occhiali, così che lei si pensa ora. Si agita, grida, ma non le servirà. Non più ormai. Ianina, Ofisia, la tua immaginazione visionaria ti aiuterà a credere che sia realtà, l’esperienza più profonda che tu possa mai fare. In fondo dovresti ringraziarmi per l’occasione che ti offro…
L’uomo senza volto le arriva da dietro in silenzio. Lei lo vede nei suoi occhiali, riflesso dietro di lei nello specchio, e allora smette di agitarsi, si concentra sulla nuova figura che le è vicina. Gira la testa. L’uomo senza volto le si accosta, si piega su di lei, sul suo viso; atterrita. Il tocco di perfezione: ho dato gli occhi di lei all’uomo senza volto; quegli occhi in cui si è specchiata per un po’ ora sono occhi in un corpo da uomo, corpo muscoloso e nudo, occhi che la guardano.
Grida. Grida ancora, perché gridi ora, questo è solo l’inizio, non gridare ancora, c’è tempo per quello, non cercare di fuggire, è inutile. C’è anche la cesta nelle mani dell’uomo senza volto, ora di fianco a lei, e Ofisia che cerca i suoi movimenti nello specchio ruotando la testa attorno, piegando il collo fin quasi a spezzarlo. E lentamente lui apre la cesta, getta a terra il coperchio, infila dentro un braccio, lo ritrae e il serpente è nelle sue mani, gioiello nero. Lo tiene per la testa, testa luminosa, e lo avvicina a te Ofisia, alla tua faccia, e tu gridi, scuoti la testa, no, non preoccuparti ancora, guarda la lingua che guizza tra i tuoi capelli che si aprono tutt’intorno a te, bellissima Ofisia, non preoccuparti, questo è solo l’inizio. Ecco, l’uomo senza volto muove il serpente verso sé, verso la sua testa, là dove dovrebbe esserci un’invisibile bocca, e pare bisbigliare parole, se solo potesse parlare, ma Ofisia non le sente, non c’è bocca, può solo immaginare parole, ma lei è capace di questo, lei ha visioni, no?. Dunque ci sono parole per il serpente, ordini forse? Certo, ordini da eseguire su Ofisia, sul suo corpo dolce e nudo e inerte nella sedia. L’uomo senza volto accosta il serpente al ventre di Ofisia; il programma attiva le piastre termiche attorno alla sua vita, il tocco fresco del serpente sul suo corpo è reale per lei, grida, l’urlo altissimo di terrore riempie la stanza e colma la mia mente. Grida, grida pure, non c’è nessuno che possa sentirti, solo io qui ad ascoltare il canto della tua voce, grida, grida, ricordi Erina, questo era il modo in cui anch’io gridavo, te ne ricordi ora?

 

Il serpente striscia sull’immagine di lei, e lei lo sente naturalmente, perché le piastre le trasmettono la variazione termica che simula la presenza del serpente sulla sua pelle, il suo lento vagare sul suo ventre. L’uomo senza volto è davanti a lei, immobile, ma Ofisia non lo guarda ora, non più, perché è il serpente a preoccuparla e farla urlare di terrore. E ora ecco finalmente la prima penetrazione: il serpente che scivola giù verso l’anca, si appoggia sulla coscia e solleva la testa e scatta giù verso la pelle, affonda i denti dentro di lei e verso il fegato, mentre il corrispondente disco termico si accende come fuoco a riprodurre il dolore del morso. Grida ora Ofisia, grida, perché è giusto che lo faccia ora, ora che il serpente ti morde e lo vedi entrare piano nel tuo corpo, guizzi d’oro nel suo corpo nero, dentro fino a sparire cercando in te la strada verso i tuoi organi vitali, il fegato, e poi su, il cuore. Grida, grida..!.
Non lo vedi più ora, è scomparso dentro di te. C’è solo il foro rosso di sangue vicino al tuo sesso a ricordarti la sua presenza in te, ma quella bocca di sangue spalancata nella tua carne è troppo dolorosa per non apparirti vera. Ma in fondo non è il dolore ormai a preoccuparti ora, lo so, non solo quello, vorresti sapere dov’è il serpente ora; certo, è in te, dentro di te, sì, ma dove? Non lo senti? Aspettalo, aspettalo pure… L’attesa ti sconvolge vero? Non ti agitare, non serve a niente, ferma, aspetta che lui venga a trovarti più in alto, aspetta… Ecco, eccolo, il disco all’altezza del cuore ti invia il calore del nuovo morso, la simulazione grafica annuncia ai tuoi occhi l’uscita del serpente dal seno, e tu ci credi, certo, lo so, i tuoi capezzoli eretti, ecco si fa strada fuori dal cuore, lo senti il dolore? sì lo senti perché gridi ora, non parli ora, non domandi, solo il suono dolcissimo che esce dalle tue labbra, è inutile che chiudi gli occhi, spalancali, guarda la testa nera del serpente aprirti la carne, senti il fuoco del suo morso su di te, il sangue che spilla dalla tua immagine, le tue gambe rosse ormai, guarda i suoi occhi rossi, i riflessi d’oro della sua testa, la lingua che sboccia dal nuovo squarcio aperto nel tuo seno.
Resisti, ora, resisti ancora Ofisia, perché non è finita! Se Erina fosse qui! Se solo potesse vedere! Ricordi Erina? Certo, come potresti dimenticare? E tu Ofisia come ti senti ora? Capisci quello che ho provato? Ora anche tu puoi capire cosa si sente. Ora conosci il dolore, la penetrazione, tutto. Ora capisci Ofisia? Erina?

 

Il programma continua, il computer agita i suoi bits, elettricità indifferente al grido di Ofisia, alla mia gioia, la passione. Il corpo nudo di lei che si agita cercando la fuga, imprigionato alla sedia, è lo spettacolo perfetto, l’appagamento per i giorni e i mesi spesi sul programma. È perfetto. Così come perfetto è il mio serpente inventato che si erge ora nell’aria attorno alla testa di Ofisia, per metà ancora infilato nel corpo di lei, il nero lucido delle sue scaglie che brilla sul rosso vivo del suo sangue. Due fori, due bocche, due penetrazioni: il fegato, il cuore. Manca solo il cervello ormai. E infatti il serpente si scaglia ancora su di lei, dall’aria attorno alla sua testa si muove con scatto veloce fino agli occhiali e poi la tempia. Di nuovo il disco termico le conferma il messaggio del morso, di nuovo il suo grido riempie la stanza. Ofisia scuote la testa come impazzita, la butta indietro, coi capelli che riproducono e moltiplicano i suoi movimenti disordinati mentre il serpente lento entra in lei, le scivola dentro la testa e sparisce. C’è solo il dolore ormai a testimoniarle la verità di ciò che ha visto. Ora sei nella grotta Ofisia, lo so, ti sei dimenticata di me ormai, c’è solo la grotta per te, e c’è soltanto la tua immagine che si agita nello specchio che vedi di fronte, e l’immagine dell’uomo senza volto, l’uomo coi tuoi occhi che assiste immobile alla cerimonia che io ti dedico. La finzione che ho preparato per te si è trasformata ora nella tua realtà. Ci credi ormai. E cos’altro è in fondo la tua realtà se non ciò che i tuoi occhi ti dicono, il dolore che ti brucia il corpo, l’urlo della tua gola che risponde obbediente alla tua paura e la tua sofferenza? Cosa ti succederà ora? Dov’è il serpente? Ti sta mangiando la mente? Catturato dentro di te, uscirà di nuovo, o farà in te il nido e ti abiterà dentro? Grida Ofisia, grida ora, scuoti la testa, urla, piangi, impazzisci se vuoi, grida anche se non lo vedi più, soprattutto perché non lo vedi più. Aspettalo, aspettalo ancora se riesci a sopportare il dolore, se resisti all’attesa; aspettalo. Dove spunterà ora? Il sesso, la fessura tra le tue cosce che credevi di vendermi per stanotte? O gli occhi? Uscirà dagli occhi, mangiando la sua strada di carne verso l’esterno? O la tua bocca forse, così che il tuo urlo ti morirà dentro, soffocato dalla luce nera della sua testa che fiorirà tra le tue labbra come una lingua? Dove? Dove?
No Ofisia, non uscirà più, resterà con te, ti seguirà via di qua, in strada, nelle tue notti da alcolizzata, nei tuoi peggiori incubi, nelle tue visioni. Imparerai a temerlo, ad aspettarlo. Spunterà d’improvviso forse, e ti vorrà mangiare ancora. Ma cosa c’è da mangiare quando hai già perso la forza, la passione e la mente? Cos’altro ti resta? Svieni se vuoi, ora è tempo per farlo. Anche l’uomo senza volto se ne va lasciandoti sola ad allevare il dono che ha portato per te. Conservalo con cura, lascialo crescere in te, aspettalo…

 

Pian piano il suo grido si smorza in un lamento e poi in silenzio. La testa le scivola di lato, i capelli le fasciano le spalle. È finita. Svenuta. Troppo breve. Ma no, no, in fondo è giusto così, l’intensità non può aver durata, altrimenti diventa abitudine, si sfilaccia e perde contorno, la passione che muore nella ripetizione. La cerimonia è compiuta ormai. Cos’ho ancora da prenderle? Da darle? Ho bevuto il suo dolore; le ho regalato un sogno. Cos’altro? No, è finita… sì, va bene, va bene così…
Mi avvicino a lei, le libero i polsi dalle cinghie, la prendo tra le braccia e la sollevo. È leggera, morbida, il suo corpo sudato emana l’odore della paura. Mi giace tra le braccia con la mollezza di un uccello morto. La trascino verso il bagno, la appoggio per terra. Afferro i suoi vestiti sporchi e glieli infilo l’uno dopo l’altro: le mutandine, la maglietta, le calze, la gonna, la camicetta strappata, le scarpe. È ancora svenuta. La sollevo di nuovo, la trascino giù per le scale, lungo i corridoi, oltre le porte e il cancello, giù fino alla strada buia. Nessuno. A fatica la stendo a terra per riposarmi e come la appoggio al marciapiede comincia a muoversi agitando lentamente le braccia e le gambe come un gigantesco insetto catturato per le ali che cerca di liberarsi.
La faccio alzare. Riesce a camminare. Per un po’ la accompagno sorreggendola per le spalle, poi la adagio a terra di nuovo prima che si riprenda completamente. Tiro fuori dalla tasca un fascio di soldi arrotolati. Per un momento li stringo nel pugno, poi mi chino su di lei e li appoggio sul suo corpo. Soldi ben guadagnati Ianina, ecco, prendili, sono tuoi, certo prendili, usali, compra la gioia per la tua mente, l’alcool sarà il liquido magico per il tuo cervello, la culla che custodirà la creatura che stanotte ti ho aiutato a partorire, il dio che vivrà in te e ti dominerà…
Mi allontano. Fatti pochi passi nella notte mi giro verso di lei, e lei è una figura scura sdraiata sul marciapiede, potrebbe essere un uomo, una donna, uno strano animale che dorme e si agita nel sonno accompagnato dai propri incubi.
Mi allontano. Riattraverso il cancello, torno a riaprire porte, percorro i corridoi bui, poi su per le scale, il laboratorio. Entro. Spengo i monitor, la telecamera, gli occhiali, il computer. Ripongo gli occhiali nella custodia. Poi vado in bagno. Mi incontro nello specchio, ci incontriamo. Sorrido al riflesso che mi sorride davanti. I miei occhi azzurri mi rispondono: Eccoti, eccoti finalmente, sì! Afferro il lampo oltre i tuoi occhi cerchiati di rosso, lucidi: il bagliore della passione, la potenza. Sì, domani sarai ancora la copia perfetta del Dottor Jekyll, l’ingannatore. Ma questa notte no, non con Ianina. Con lei, con Ofisia, la tua identità è stata Hyde, l’ombra, l’oscurità. Per te Erina, contro di te, per tutte quelle come te che hanno sempre trovato le loro Ianine, per quelle come te, senza occhi, o con occhi come specchi, troppo prese nella contemplazione della vostra esistenza per occuparvi della vita di chi vi ha cercato e amato e si è perso per voi. Per questa notte siamo state Erina. Ianina, dea della perdita, ha assunto il nostro ruolo. Per questa notte almeno. Poi ci saranno altre notti come questa e in quelle notti anche Ileana. Altre notti, altre rivincite; anche Ileana alla fine cederà alla curiosità di vedere, di sfogarsi; sì, lo so, non può farne a meno, è solo questione di tempo e anche lei cercherà le sue Ianine da piegare. Ma allora sarà diverso, diverso. Questa notte, la prima notte, doveva essere soltanto mia, nostra.