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Il labirinto nella torre

Jean de Boneville, nel suo libro Storie di specchi: dal labirinto al rizoma illumina i lettori sul progetto per un labirinto di luce che Leonardo da Vinci non riuscì mai a realizzare: la Stanza Ottagonale con pareti a specchio. Pare che Leonardo, mentre indagava sulla natura delle immagini speculari, riprendendo il cerchio semicircolare di Tolomeo, abbia disegnato un intreccio di riflessi e un labirinto: otto enormi specchi rettangolari uniti assieme a comporre un mondo senza confini. Incapace di costruirsi da sé lastre riflettenti grandi abbastanza da soddisfare le sue esigenze abbandonò l’idea. Però scrisse: “Quel omo che si troverà al suo interno potrassi vedere per ogni verso infinite volte e con infinita bellezza. Perché non vede la immaginazione più grande eccellenza qual vede l’occhio riflesso.”
Riccardo Faber quel libro di de Boneville l’ha trovato in una bancarella sotto al porticato di piazza Euclide, tra altri libri usati riempiti di polvere e ammorbiditi dalla pioggia. L’ha sfogliato, l’ha comprato, poi l’ha letto con attenzione. È lì che ha scoperto Leonardo manipolatore di luce; è da lì che ha rubato l’idea per la sua costruzione. Leonardo, il suo gioco di specchi immaginato l’aveva chiamato labirinto; Faber ha fatto di più: dopo aver letto il libro, quel labirinto l’ha costruito, e gli ha persino dato un nome: la Torre degli specchi. E infatti sembra proprio una torre quella sua bizzarria che si tiene in casa: liscia, nera, che troneggia minacciosa al centro di una stanza vuota.
Faber fa il programmatore. Faber è uno qualunque: mediamente bello, mediamente capace, mediamente giovane. Racconta ai computer come risolvere problemi. Ci parla, con i computer, e sa farlo piuttosto bene; invece gli riesce meno parlare con gli altri, le persone, quelle che non funzionano sulla base di semplici algoritmi.
Faber vive da solo dentro a una vita grigia. La sera si ritrova spesso in casa davanti al computer, esattamente come gli capita durante il giorno mentre lavora. Fissa lo schermo e tiene un bicchiere in mano, vino rosso in genere, qualsiasi, della qualità non se ne cura proprio, è vino e basta, gli serve solo per decollare lontano dalla terra che abita di giorno. Beve. Abbastanza, molto, troppo. Di mangiare invece non gli interessa: si nutre, piuttosto. La cucina non è proprio il suo forte.
Faber non è affatto contento della sua vita e da anni è concentrato a definire un progetto che gli permetta di cambiarla, questa vita: vuole più soldi, più libertà, più possibilità. Però è facile che non riuscirà mai a ottenere quel che desidera. È capace, ma non abbastanza. E anche con le donne le cose non sono diverse: ci prova e ci prova, ma senza migliorare di molto. E le donne la annusano subito la sua incapacità cronica a relazionarsi, capiscono presto che da lui non potranno  avere più di tanto. Così lo incontrano, lo usano, poi lo gettano come farebbero con un kleenex stropicciato. È capitato tante volte, troppe, e continua ad accadere, ma Faber non ha imparato ancora, e non smette di provarci, e di sbagliare.
Faber si è comperato una casa medioevale in via Pitagora, nel centro perfetto della città. È una di quelle case antiche con le pareti di pietra, come non se ne costruiscono più. Dentro, la distribuzione delle stanze è un curioso omaggio ai labirinti, presenta un accenno di complessità: quattro grandi stanze quadrate si compongono in un quadrato più grande, e tutte si affacciano su una quinta stanza interna, quadrata anche questa, al centro, che prende la luce da un immenso lucernario che sostituisce il soffitto.
È in questa sala vuota che Faber ha sistemato la sua Torre. Al centro. L’ha appena terminata. Trovare il vetraio giusto è stato un lavoro lungo, difficile, gli ci sono voluti mesi. E poi far specchiare i vetri, far trasportare i pesanti specchi nella sua casa-labirinto, e farli istallare nel modo giusto, a forma di torre. Insomma, è stata una faccenda difficile, e lunga e dispendiosa.
Adesso però la Torre è pronta.
Quando Faber è dentro la Torre vede un ottagono di specchi che si apre sull’infinito; da fuori, invece, guardandola da una certa distanza, magari appoggiato con la schiena a una parete della stanza quadrata, quando è l’ora del tramonto, la costruzione gli appare come un cilindro imponente e scuro che sembra estendersi oltre il lucernario fino a infilarsi nel cielo.
Leonardo da Vinci era un cercatore dell’infinito dentro al finito. Faber ha fatto di più: l’infinito l’ha realizzato. Al centro della Torre degli specchi ha messo un tavolo circolare, una sedia e otto computer a elaborazione parallela, connessi l’uno all’altro. In semicerchio attorno al tavolo ci sono ampi monitor al plasma su piedistalli di metallo. Otto. Sono queste macchine a produrre l’infinito per lui. Sono queste macchine a dare a Faber il brivido dell’onnipotenza, a illuderlo con l’idea fantasiosa che una volta conquistato l’infinito saprà comprendere meglio anche la sua vita, che ha dimensioni decisamente più contenute.

Oggi Faber è stanco, oggi è disgustato dal mondo. Ieri notte ha fatto un sogno spiacevole: nel sogno era un uomo invisibile; se ne andava in giro tra le persone di ogni giorno, conoscenti e colleghi, provava ad avvicinarsi a loro con i suoi tipici approcci goffi, ma tutti lo ignoravano più del solito per il semplice fatto che non riuscivano a vederlo. Si è svegliato piuttosto contrariato. Amareggiato.
Oggi tenterà il suo primo esperimento di immersione nella Torre alla conquista dell’infinito. Entra nella stanza quadrata al centro della sua casa, poi fa ruotare sui cardini uno degli otto specchi della Torre degli specchi e si infila oltre quest’apertura, dentro, al centro; e si siede, e accende i computer e aspetta.
Faber è un programmatore, e il pensiero logico ha conquistato una buona fetta del suo cervello. La vita e il mondo gli sembrano regolati da catene di cause ed effetti, e di ragionamenti sillogistici. E d’altra parte, neppure lui è totalmente immune agli attacchi del pensiero irrazionale. Così, a causa di qualche bizzarra falla nella sua logica impeccabile, Faber si è costruito un’illusione, e poi quella sua illusione l’ha coltivata, fino a convincersi che la sua voglia di arricchire la vita possa soddisfarla dentro alla Torre degli specchi.
È per via di un altro libro sulle religioni del mondo che Faber ha cominciato a riflettere sugli avatar. Anche questo, come quel libro su Leonardo, l’ha scovato tra la polvere e l’umidità di qualche bancarella in piazza Euclide. "Nella religione Hindu" ha letto, "l’Avatar è l’incarnazione del Dio: la manifestazione di un’idea o di una realtà superiore." Così, leggendo, Faber ha finalmente scoperto l’origine di quella parola, avatar, che nel suo mondo digitale è usata spesso e spesso a sproposito. L’incarnazione di un dio…
È a partire da questa rivelazione che ha iniziato a intuire che la sua conquista dell’infinito deve passare dalla Torre, e che saranno i suoi avatar a regalargli l’infinito dentro alla Torre.

Ha lavorato molto per trasformare l’idea di avatar in qualcosa di più concreto. Alla fine, di avatar ne ha creati otto. Uno per ciascuno degli otto computer a computazione parallela disposti a semicerchio nella Torre degli Specchi. Nel cuore pulsante di queste sue creature virtuali ha infisso una specie di scintilla vitale. Per mesi si è studiato, si è fotografato, si è filmato: dall’alto, di lato, di fronte, da dietro. Faber si è analizzato in ogni mossa, ogni movimento, ogni incertezza. Ha cercato di cogliere l’essenza del suo guscio di carne e poi l’ha trasferita dentro ai suoi burattini. È chiaro che quei suoi burattini non sono lui, ma soltanto sue copie imperfette. Però qualcosa in comune con lui ce l’hanno: dentro al loro mondo virtuale si muovono come Faber, piegano le braccia come lui, hanno gli stessi movimenti delle gambe, camminano come lui, con le stesse esitazioni. Hanno il suo stesso modo lento di piegare la testa da un lato quando lo coglie l’incertezza.
E Faber ha fatto di più: ha scansito in 3D l’immagine del suo corpo intero, e con i dati di quella scansione ha nutrito i computer e ha regalato un corpo vero ai suoi avatar, il suo, così che adesso quegli avatar non soltanto si muovono come lui, ma gli assomigliano alla perfezione. Sono lui, almeno a guardarli.
Non parlano, non ancora almeno, non in questa fase degli esperimenti. Ma lo faranno in seguito, Faber sta lavorando su questo. E comunque è soddisfatto dei suoi burattini, anche se sono muti: vedersi copiato e moltiplicato in loro, in maniera quasi perfetta, gli sembra già un sogno.
Per osservarli e per studiarli Faber ha scelto di manifestare i suoi otto avatar in un unico mondo virtuale. L’ha chiamato Aleph. È una terra deserta, gialla e sabbiosa, e con un cielo azzurro senza nuvole. I computer eseguono il loro lavoro con perfezione, la potenza di calcolo è enorme: la risoluzione grafica di Aleph e degli avatar in Aleph è altissima, ed è impossibile distinguere l’aspetto degli avatar di Faber, vivi dentro agli schermi e nel deserto di Aleph, da una delle immagini di Faber riflesse negli specchi della Torre degli specchi nella quale Faber conduce il suo esperimento.
Per cominciare con i suoi studi di simulazione, Faber si è divertito a organizzare un incontro tra i suoi otto burattini in un sotto-spazio di Aleph che è una copia della Torre degli specchi nella quale conduce il suo esperimento. Così, nel mezzo del nulla, al centro del deserto infinito di Aleph, ha piantato la Torre degli specchi.
Faber non riesce ancora a capire che questo gioco della moltiplicazione di sé non gli permetterà certo di comprendere meglio i modi in cui lui funziona, o non funziona, in mezzo agli altri. Invece crede di aver trovato la soluzione: moltiplicandosi all’infinito, pensa ingenuamente, e guardandosi dal di fuori in infinite versioni diverse, pensa seriamente, riuscirà a vedersi come lo vedono gli altri, e a scoprire così da dove nascono le sue mancanze. E quindi potrà migliorarsi.
È piuttosto imbarazzante pensare che un uomo che cerca se stesso dentro all’infinito armi per questo scopo un esercito striminzito di soldati muti e inerti, e intraprenda la sua ricerca poche ore appena dopo aver sognato di essere invisibile al mondo. Eppure è così con Faber: è un uomo ridicolo, e non se ne rende conto.
Ora, Faber invia comandi agli avatar attraverso la tastiera. Ogni avatar nella Torre degli specchi su Aleph vede gli altri avatar attorno, e vede molteplicità di copie di sé riflesse negli specchi della Torre degli specchi, e vede molteplicità di copie degli altri avatar riflesse negli specchi della Torre degli specchi. Avatar e riflessi di avatar riproducono, da molteplicità di prospettive, molteplicità di varianti del comportamento di Faber. Ciascun monitor nella Torre degli specchi dove Faber è seduto per controllare l’incontro dei suoi avatar nella Torre degli specchi in Aleph riporta l’incontro con gli occhi di uno degli avatar. Ogni monitor produce molteplicità di copie di se stesso nelle pareti a specchio della Torre degli specchi dove Faber è seduto e quindi molteplicità di varianti di avatar e di riflessi di avatar generati nella Torre degli specchi simulata in Aleph.
Finora si è detto che gli avatar vedono. In realtà è ovvia la distanza tra il loro vedere e il vedere di Faber. Gli avatar sono soltanto marionette, scimmie prive persino di parola, impegnate nel simulare semplici varianti visibili del comportamento più complesso del loro dio-creatore. Per loro vedere è soltanto riprodurre. Così tale incontro di avatar è meglio pensarlo come un tentativo maldestro di Faber di rappresentare frammenti della sua vita visibile su un palcoscenico virtuale.

Faber porta vanti il suo esperimento per un po’, per un po’ fa muovere i suoi avatar dentro la Torre degli specchi su Aleph, ma è perplesso. Ora sta riflettendo sul problema insolubile dell’enumerazione, sia pure parziale, di un insieme infinito. Sta pensando: le mie copie sono riflessi lievissimi della mia complessità. Sono scatole nere stupide. Dietro di loro, tra le pieghe del software che li anima, c’è ben poco, forse nulla, di umano. Nessuna di esse supererebbe il Test di Turing. Ma se solo una di queste copie, solo per un istante, per accidente, per fluttuazione probabilistica, per errore di software, fosse capace di trascendere i limiti della sua stupidità imposta dai processori che la inventano? Se solo una scintilla d’immaginazione digitale fiorisse dagli occhi di una di quelle mie copie? Una, una sola, per un istante. Allora quella scintilla infinitesima moltiplicata infinite volte nel labirinto di riflessi digitali dilagherebbe infinita in tutti i riflessi, su, fino al mio mondo di carne.
Faber sorride a questo pensiero. Ne coglie a un tempo la potenzialità e l’impossibilità. Poi, incapace di tenere a freno la molteplicità di movimenti che saturano il suo spazio visivo, distoglie gli occhi dagli schermi. Ma non serve; può soltanto avvertire altre molteplicità di sue copie riflesse negli specchi della Torre degli specchi. Allora scioglie gli occhi nel vuoto, sfocando lo sguardo tra molteplicità di riflessi, sperando in una redenzione dalla moltiplicazione.

Ora basta! Sono stanco e così smetto il mio esperimento di vita simulata e la vita di Faber. Io sono come Faber, una divinità dilettante, però di ordine superiore, così che Aleph è un’invenzione di Faber e Faber è una mia invenzione. La sua vita piena di incertezze, i suoi insuccessi con le donne, i suoi desideri di riconoscimento, i suoi deliri di onnipotenza a caccia dell’infinito: tutto inventato. Un inganno. Faber non esiste. È una simulazione dentro al mio computer. È solo un esperimento, una mia proiezione. Ed è per questo che posso permettermi di terminarlo senza problemi. Lo faccio semplicemente con un click del mouse: arresto la sua vita mentre Faber se ne sta perplesso e ignaro del suo destino, a modo suo credendosi vivo, seduto al centro della sua Torre degli specchi, mentre mi regala questa speranza per l’avvento di un’immaginazione che scaturisce dalla complessità quasi per accidente probabilistico, o magari per alchimia elettronica, e trabocca nel suo mondo e ancora più su, fin dentro al mio mondo. Lo termino. Un click, ed è già bloccato nel tempo.
Forte della mia posizione di burattinaio con potere assoluto, zoomando indietro, esco con gli occhi dallo schermo attraverso il quale ho osservato finora i risultati del mio esperimento, quello schermo che racchiude la simulazione di Riccardo Faber, mio avatar e alter-ego in minore, e della sua Torre degli specchi, e le simulazioni dei suoi riflessi, e dei riflessi dei suoi avatar nei monitor, e degli avatar nella Torre degli specchi in Aleph, e dei riflessi degli avatar negli specchi della Torre degli specchi in Aleph. Allontanando ancora il mio sguardo i riflessi di riflessi di riflessi perdono definizione. Si intrecciano fittamente fin quando nello schermo si disintegrano assumendo l’aspetto di pulviscolo, di vibrazioni elettroniche: brusio di rumore di fondo.
È a questo punto che fermo il moto di allontanamento. È a questo punto che sul vetro del monitor, attraverso il vibrare di microriflessi intrecciati, colgo il riflesso dei miei occhi. Dentro vi leggo scandita la stessa perplessità che ho scoperto negli occhi di Faber: questo mio avatar di certo non supererebbe il Test di Turing ¾ mi viene da pensare. ¾ Ma se solo per un instante un barlume della sua creatività si riflettesse dentro a uno di quei riflessi, allora forse ci sarebbe lo spazio per l’avvento di un’immaginazione che scaturisca dalla complessità quasi per accidente probabilistico, o magari per alchimia elettronica, e trabocchi nel suo mondo e ancora più su fin dentro al mio mondo…
Formulato il pensiero, un altro pensiero mi affiora improvviso: la ricorsività del processo che mi ha portato a formulare il pensiero sull’immaginazione nell’era digitale e a pensarlo scaturire da pensieri di riflessi di riflessi di riflessi. È a questo punto che si forma in me il pensiero di essere pensiero di altri. È a questo punto, mentre penso a immaginazioni di immaginazioni di immaginazioni, che mi sento addosso la sensazione di altri occhi su di me, da dietro e dall’alto. Li sento che mi osservano mentre me sto qui, seduto al centro di questa torre ottogonale che ho chiamato la Torre degli specchi e che ho costruito al centro della stanza più grande della mia casa. Invisibili, quegli occhi mi osservano, lo sento, mentre sono qui, immobile davanti a un monitor che riproduce Faber dentro alla sua Torre degli specchi che guarda nei monitor i suoi avatar nella Torre degli specchi di Aleph.
Allora non mi è difficile immaginare molti altri livelli, molte altre immaginazioni.