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Gli ipertesti e la comunicazione multimediale

Published in: Quaderni di Ricerca e Didattica XIV: Semiotica, Teoria della Comunicazione e Filosofia del Linguaggio nel Quadro Interdisciplinare. Ed. Janos S. Petofi and P. Rossi. Macerata: University of Macerata, 1997. 30-49.
 

1. DAL MEMEX ALL’IPERTESTO.

"La linea consta di un numero infinito di punti; il piano, di un numero infinito di linee; il volume, di un numero infinito di piani; l’ipervolume di un numero infinito di volumi… No, decisamente non è questo, more geometrico, il miglior modo di iniziare il mio racconto. E’ ormai una convenzione di tutti i racconti fantastici l’affermare la veridicità di ciò che si narra. Dunque, anche il mio racconto è vero."

E’ così che Borges-personaggio, alter ego del Jorge Luis Borges-scrittore, comincia la narrazione degli eventi a proposito del "Libro di Sabbia", l’incubo metafisico che imprigionerà i suoi sonni. E’ l’incontro casuale con un melanconico venditore di Bibbie che bussa alla sua porta a condurlo alla conoscenza del Libro.

"Lo aprii a caso. I caratteri mi erano estranei. Le pagine, che mi apparirono rovinate e di scarsa qualità tipografica, erano stampate su due colonne alla maniera di una bibbia. Il testo era fitto ed ordinato in versi. Nell’angolo superiore la numerazione della pagina era in cifre arabe. Mi saltò agli occhi il fatto che la pagina pari indicava il numero (diciamo) 40.514 e quella dispari, la seguente, il numero 999. Voltai pagina; il numero sul dorso era di otto cifre. Riportava una piccola illustrazione, com’è in uso nei dizionari: un’àncora tracciato col pennino, disegnato dall’incerta mano di un bambino.
[…] Abbassò la voce come per confidarmi un segreto:
«Lo acquistai in un paese della pianura, in cambio di poche rupie e della Bibbia. Il suo possessore non sapeva leggere. Sospetto che nel Libro dei Libri vedesse un amuleto. Era della casta inferiore. Solo altri intoccabili potevano calpestare la sua ombra senza temere un contagio. Mi disse che il libro si chiamava il Libro di Sabbia, perché né il libro né la sabbia hanno un principio o una fine.»
Mi chiese di trovare la prima pagina.
Appoggiai la mano sinistra sulla copertina e aprii il libro col pollice quasi serrato all’indice. Tutto fu inutile: sempre si interponevano varie pagine tra la copertina e il pollice. Era come se scaturissero dal libro.
«Ora cerchi la fine.»
Ancora senza esito; appena riuscii a balbettare con una voce che non era la mia: «Questo non è possibile.»
Sempre a voce bassa il venditore di bibbie mi disse: «Non è possibile eppure è. Il numero di pagine di questo libro è esattamente infinito. Nessuna è la prima pagina; nessuna l’ultima. Non so perché è stato numerato in tale modo arbitrario. Forse per dare ad intendere che i termini di una serie infinita ammettono qualsiasi numero.»
[1]

Nell’introduzione al racconto Borges ci dice che il Libro di Sabbia è un volume di incalcolabili pagine, un oggetto avverso e inconcepibile, da incubo, una cosa oscena che infama e corrompe la realtà. Un oggetto metafisico quindi.

Nel 1945, trent’anni prima che Borges ideasse il suo Libro di Sabbia, Vannevar Bush, ingegnere e direttore capo dell’Ufficio per la Ricerca e lo Sviluppo Scientifico statunitense, pubblica nella rivista Atlantic Monthly l’articolo "As We May Think" lì descrivendo il progetto per la realizzazione di Memex, "un dispositivo nel quale un individuo registra i propri libri, il proprio archivio e le proprie comunicazioni personali, e che è meccanizzato in modo da poter essere consultato con eccezionale velocità e versatilità"[2] . Le macchine da calcolo di Leibniz, la macchina aritmetica di Babbage, la teoria dei sistemi, l’automazione, gli studi di archivistica, il ‘contatore elettronico’ (avo del contemporaneo computer), le più recenti tecniche di microfotografia, registrazione e riproduzione di segnali ottici e magnetici, i primi studi sul connettivismo e la distribuzione parallela dei processi mentali, sono le coordinate che definiscono l’ambito all’interno del quale Bush intende costruire il suo dispositivo.

Il Memex è essenzialmente una scrivania ottico-meccanica munita di "schermi translucidi obliqui" idonei alla proiezione di microfilm preregistrati contenenti libri, disegni, immagini, periodici, giornali, appunti, e, più in generale, il materiale più disparato della conoscenza umana, e quindi ideale per realizzare una libreria borgesiana con infiniti volumi. Il Memex è inoltre in grado di estendere il contenuto del proprio archivio, riproducendo su microfilm nuovi documenti per mezzo di un’apparecchiatura azionata da una leva e basata sul principio della fotografia a secco. Tramite altri dispositivi meccanici, i microfilm vengono classificati secondo un efficiente sistema di indicizzazione per associazioni che ne renda facile la reperibilità, così che l’utente abbia un libero e rapido accesso a tutto l’archivio e possa esaminare diversi elementi di conoscenza, combinarli assieme e microfilmarli, produrne delle copie, e rendere permanente la loro correlazione. In breve, il Memex è quel dispositivo che permette la correlazione di qualsiasi informazione con qualsiasi altra; è un’estensione privata della memoria individuale, il tentativo di riprodurre, anche se in maniera imperfetta, il funzionamento della mente umana.

Non è difficile supporre che nel narrarci la scoperta del suo mostro metafisico Borges non fosse a conoscenza di Memex. E naturalmente Bush non poteva aver letto il racconto di Borges mentre pensava alla sua macchina per l’archiviazione del sapere. Ma tanto il pensiero di Borges che quello di Bush convergono sullo stesso oggetto: il libro dei libri, la biblioteca delle biblioteche, un libro infinito. Un libro che, in uno spazio finito, riesca a racchiudere una quantità infinita (o almeno indefinita, e comunque idealmente estendibile all’infinito) di informazioni. Di fatto, il Libro di Sabbia non contiene (né, peraltro, vuole contenere) le istruzioni per la sua costruzione, e rimane quindi l’oggetto metafisico di un racconto fantastico. D’altro canto, il Memex non fu mai realizzato. Sebbene Bush coltivasse la convinzione che al suo tempo fosse già possibile costruire con facilità ed economia macchine meccaniche della complessità del Memex, egli non poté realizzare la sua invenzione. L’idea del libro magico era nell’aria, pronta ad essere ripresa, ma la tecnologia non era ancora idonea ad assolvere le richieste del progetto.

Devono passare circa vent’anni dall’uscita di "As We May Think" perché qualcun altro si occupi di nuovo del problema del libro infinito. Prendendo spunto dal Memex e partendo dall’idea già proposta da Bush che il computer può essere un valido strumento per il potenziamento dell’intelletto umano e dell’immaginazione[3], nel 1962 Doug Engelbart (l’inventore del word processor e del mouse) sviluppa il sistema Augment/NLS, capace di archiviare e integrare una varietà di informazioni (articoli, note, commenti, appunti, progetti) all’interno di una sorta di "giornale collettivo elettronico", e di far sì che, tramite computer, tale varietà di informazioni sia condivisibile (e rimodellabile) tra più utenti[4].

E’ comunque Theodor Nelson che nel 1965 per primo parla di hypertext, di ipertesto, coniando finalmente il nome per il libro infinito. Nelson ci dice che l’ipertesto è "scrittura non-sequenziale, testo che si dirama e consente al lettore di scegliere; qualcosa che si fruisce al meglio davanti ad uno schermo interattivo. […] Con un ipertesto possiamo creare nuove forme di scrittura che riflettano la struttura di ciò di cui scriviamo; e i lettori possono scegliere percorsi diversi a seconda delle loro attitudini, o del corso dei loro pensieri, in un modo finora ritenuto impossibile."[5] Già nel momento in cui Engelbart lavora alla costruzione di Augment/NLS i componenti elettronici sono più accessibili, più affidabili; la tecnologia elettromeccanica dei tempi di Bush è rimpiazzata da quella elettronica: gli schermi translucidi per la proiezione di microfilm sono trasformati in monitor di computer, le leve meccaniche vengono sostituite da pulsanti che attivano funzioni all’interno di un programma, i microfilm che riproducono fotograficamente parole e immagini diventano sequenze di cifre binarie memorizzabili su un supporto magnetico e recuperabili con velocità e facilità. Così Nelson si trova nella possibilità di fondere le idee che hanno portato alla progettazione del Memex con quelle che hanno permesso la realizzazione di Augment, e utilizzare la nuova versatilità dei sistemi elettronici per elaborare Xanadu, un sistema "particolarmente semplice da usare per i profani, ma facilmente estensibile in applicazioni di grandi complessità; […] costruito per una crescita ordinata ma illimitata, quale sistema di editoria e di archiviazione universali."[6]

L’idea di base del progetto di Nelson, in fondo già formulata da Bush, è semplice: ogni porzione di conoscenza — ogni documento — è in qualche modo connessa a molte altre porzioni di conoscenza; si deve allora realizzare un sistema che permetta l’accesso tanto al singolo documento quanto a tutti gli altri documenti ad esso logicamente e/o storicamente collegati. A partire da tale presupposto Nelson ritiene opportuno organizzare l’intera conoscenza umana in letteratura, cioè in un "sistema in evoluzione di documenti interconnessi"[7], documenti che si costituiscono in (ed esistono all’interno di) un’unica complessa rete di dimensioni mondiali, le cui porzioni sono tutte accessibili via computer e fruibili da un numero illimitato di utenti. In tale concezione, l’ipertesto non è più una forma di testo, ma un nuovo medium che ci permette di leggere e/o interagire con qualsiasi porzione di ‘letteratura’ attraverso un unico dispositivo.

Negli ultimi anni molto si è fatto per trasformare in realtà ciò che all’epoca di Vannevar Bush poteva apparire solamente come un tentativo meccanico di dar forma a un sogno. La concreta realizzazione di Xanadu (seppure in una sua versione ridotta, in quanto vengono ancora a mancare le condizioni tecnologiche, sociali ed economiche per la realizzazione su scala mondiale del sistema globale di letteratura così come pensato da Nelson) si è fatta portavoce di una tendenza sempre più marcata verso la produzione e la fruizione di comunicati ipertestuali. Attualmente, sistemi di produzione ipertestuale esistono in commercio così come esistono pure molti ipertesti (manuali, enciclopedie, opere letterarie)[8] accessibili tanto dai singoli utenti di personal computer che dagli utenti di reti informatiche di scala mondiale. Inoltre, le analisi testuali sviluppate nell’ambito strutturalista e soprattutto post-strutturalista hanno permesso una più solida collocazione teorica del testo molteplice e disintegrato. Tutto ciò fa sì che gli ipertesti e, più in generale, una logica ipertestuale, producano una trasformazione nei criteri di scambio di informazioni, nei modi stessi di fare comunicazione, e rimettano quindi in discussione molti dei paradigmi ormai assestati a proposito delle concezioni di testo, di analisi testuale, e dei rapporti che vengono a instaurarsi tra gli autori di testi e gli utenti/fruitori.

 

2. GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DEGLI IPERTESTI: NODI E LEGAMI.

Dobbiamo ora tentare un incontro più ravvicinato del libro dei libri. Ad un primo livello di approssimazione, e sulla base di quanto si è detto finora, possiamo pensare a un ipertesto come a un insieme di pagine, tra loro collegate tramite un insieme di legami di diversa natura. E’ facile notare che una tale definizione, perfettamente usabile anche per identificare il testo a stampa (o quello chirografico) al quale noi siamo normalmente abituati, ci permette di mantenere un contatto tra il testo in formato tradizionale e un qualsiasi ipertesto, tanto che potremmo intendere l’ipertesto come una estensione evolutiva del testo. Ma il legame testo-ipertesto è debole. Certamente, un qualsiasi testo è assimilabile all’interno di un ipertesto, e, in alcuni casi particolari, è anche possibile che il contenuto di un ipertesto venga a coincidere con quello di un qualsiasi testo verbale dato in forma tradizionale; ma il parlare di ipertesti generalmente impone lo svincolarsi tanto dalla struttura lineare e fissa, tipica del testo a stampa, quanto dalla materia mediale — l’argilla, il papiro, la carta, la plastica — che il più delle volte si incarica di veicolare quella struttura. Il mezzo di produzione e fruizione di un ipertesto è il computer; l’accesso alle informazioni ipertestuali è non-lineare; le informazioni sono di tipo multimediale; la fissazione di una determinata quantità di conoscenza all’interno di un certo numero di pagine ipertestuali organizzate in accordo ad una certa struttura è solamente temporanea e potenzialmente soggetta a continua revisione ed estensione.

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Figura 1

Le metafore più comuni impiegate per descrivere gli ipertesti sono la rete, la ragnatela, un gioco di scatole cinesi. Si coglie facilmente la ragione dell’uso di tali immagini confrontando la struttura fisica di un testo tradizionale (Figura 1) con quella di un ipertesto (Figura 2).

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Figura 2

 

2.1. I nodi

In entrambe le figure, ciascuna lettera contornata da un circolo rappresenta una pagina di testo o un particolare nodo di un ipertesto, cioè una porzione dell'(iper-)testo facilmente individuabile tramite qualche procedura di segmentazione. Nella maggior parte dei testi a stampa possiamo identificare una pagina come quella porzione di testo contenuta all’interno di un foglio di determinate dimensioni e impressa (normalmente) su carta in accordo con una varietà di convenzioni tipografiche. Simile sembrerebbe il caso degli ipertesti: la pagina è quella porzione di ipertesto contenuta all’interno di una cornice le cui dimensioni normalmente coincidono con quelle del monitor del computer. Ma al di là dell’apparente e quasi banale similitudine nella descrizione delle due pagine — entrambe sono circoscritte all’interno di uno spazio finito — esistono tra esse sostanziali differenze:

(i) Multimedialità: ogni pagina ipertestuale è multimediale, cioè essa è una porzione di un comunicato costruito integrando diverse materie mediali (verbale, visiva, sonora). Inoltre, una pagina ipertestuale può essere pensata come l’equivalente elettronico di una centralina di comando. Dalla pagina ipertestuale si possono infatti impartire ordini per il collegamento e il coordinamento di strumenti di produzione di comunicati multimediali, cioè programmi di gestione di immagini pittoriche (sintetiche e fotografiche) e di immagini vettoriali (per diagrammi, schemi, tabelle, ecc.); programmi di gestione dei testi verbali (word processors, impaginazione, ecc.) e programmi di gestione di suoni (sintetici, ‘naturali’, verbali orali);

(ii) dinamicità: contrariamente a quanto accade con gli elementi costitutivi di una pagina di un testo convenzionale (anche se multimediale), la cui forma e disposizione vengono fissate all’atto della stampa, e non possono venir modificati se non in una successiva edizione del testo, gli elementi, detti anche ‘oggetti’, costruiti con diverse materie mediali e costitutivi di una pagina ipertestuale sono dinamici: è infatti possibile modificare (durante la scrittura ma anche durante la lettura che, in tal modo, diventa ri-scrittura) la loro forma, la loro posizione e la loro funzione. A ciò deve aggiungersi la capacità della pagina ipertestuale di accettare facilmente, durante ogni fase di scrittura, l’inclusione di nuovi oggetti (ciascuno con una sua propria funzione programmabile) da distribuire all’interno dello spazio della pagina (immagini grafiche, foto, grafici, diagrammi, formule, note verbali e sequenze sonore).

(iii) interattività: facendo uso di bottoni[9] da azionare con il mouse è anche possibile per il lettore intervenire su elementi inizialmente non visibili o non ascoltabili nella pagina, ma ad essa appartenenti per scelta dell’autore, così da renderli percettibili e fruibili (pensiamo, ad esempio, alla possibilità di visualizzare disegni, diagrammi, foto, animazioni, note o commenti correlati a determinate aree della pagina, o di attivare l’esecuzione di una certa partitura musicale, o la recitazione di un testo verbale già presente sullo schermo).

D’altra parte, i bottoni dovrebbero anche assolvere ad altre funzioni. Si deve infatti pensare che gli ipertesti possono assumere dimensioni ragguardevoli — potenzialmente infinite — e impiegare, per la costruzione degli oggetti multimediali, una varietà  di strumenti applicativi. Allora diventa necessario includere in ciascuna pagina ipertestuale degli "utensili" che permettano tanto la navigazione in strutture complesse quanto la creazione, in qualsiasi momento, di nuovi oggetti multimediali. Così,  lo  scopo  fondamentale dei bottoni di aiuto è proprio quello di facilitare il compito di utilizzo dell’ipertesto, visualizzando  su  richiesta: 

  1. informazioni in  merito al significato e all’uso dei vari oggetti presenti all’interno di ogni pagina ipertestuale;
  2. informazioni in merito all’uso degli strumenti e/o dei programmi impiegati per la costruzione di quegli oggetti;
  3. mappe locali e globali (strutturali e tematiche) del territorio informativo coperto dall’ipertesto, in grado di fornire ad ogni istante al lettore la sua posizione all’interno dell’ipertesto esplorato, così da permettergli di orientarsi negli spostamenti da una pagina all’altra e da un luogo tematico ad un altro;
  4. un insieme di comandi per effettuare i salti tra le pagine.

(La Figura 3 mostra una tipica pagina ipertestuale ed evidenzia alcune delle possibilità sopra descritte.)

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Figura 3

 

2.2. I links

Della Figura 2 abbiamo finora considerato soltanto quegli elementi che rappresentano i nodi di un ipertesto. Ora, nel momento in cui prendiamo in esame le linee di congiunzione tra coppie di nodi dell’ipertesto, ci sembra opportuno eliminare l’assunto semplificativo che ci ha portato a identificare ogni nodo dell’ipertesto con una sua pagina. Infatti, ciascun elemento/oggetto di una pagina ipertestuale (sia essa un bottone, una parola, un’immagine ecc.) che contenga un frammento unitario di informazione e che rimandi ad un altro oggetto può essere pensato come un nodo vero e proprio dell’ipertesto. Possiamo così distinguere i nodi in relazione alla diversa natura mediale di cui essi sono costituiti (nodi-grafici, nodi-verbali, nodi-sonori) e in relazione al contributo informativo, più o meno locale, che essi apportano (nodi-oggetto, nodi-pagina, nodi-ipertesto). Sulla base di tali specificazioni, è facile vedere che l’oggetto in precedenza identificato come pagina ipertestuale, viene ora a costituirsi come un nodo-pagina, ovvero come una porzione di un documento multimediale che accentra e coordina una serie di nodi-oggetto che vanno intesi come unità minime di significazione ipertestuale.

Ritorniamo ora alla figura 2 e prendiamo in esame le linee munite di direzione che collegano tra loro diversi porzioni del documento ipertestuale; quelle linee indicano l’esistenza di un legame (detto anche link) tra un nodo dell’ipertesto e un altro; mostrano la possibilità di instaurare una relazione tra le due porzioni di documento ipertestuale. La relazione è determinato sulla base della materia mediale del nodo e sulla base del tipo di associazione/i che l’autore dell’ipertesto vuole stabilire tra i dati contenuti in ciascuna coppia di nodi, così da soddisfare il compito  più o meno locale per il quale l’ipertesto è stato creato.[10] Tramite quei legami potremo allora collegare tra loro: a) diversi nodi-oggetto (ciascuno dei quali può essere un nodo-verbale, un nodo-grafico, un nodo-sonoro, o un nodo risultante dalla integrazione di informazioni costruite con diverse materie mediali) interni ad uno stesso nodo-pagina; b) un nodo-oggetto di un nodo-pagina con un nodo-oggetto di un altro nodo-pagina; c) un nodo oggetto di un nodo pagina con un nodo-ipertesto (cioè, con un altro documento ipertestuale).

E’ chiaro che anche in questo caso, saranno alcuni bottoni azionati dall’utente ad incaricarsi di operare la transizione da un nodo all’altro. Potremo allora estendere all’intero ipertesto il concetto di interattività già impiegato nella descrizione delle proprietà di una pagina ipertestuale. L’intero ipertesto è interattivo, in quanto ogni suo nodo lascia all’utente la possibilità di scegliere il salto verso un nodo successivo e quindi di costruire in tal modo la sua propria rotta di navigazione ipertestuale. (Per un esempio di transizione da un nodo-pagina all’altro all’interno di uno stesso ipertesto si veda la Figura 4).

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Figura 4

 

3. LE PROPRIETÀ DEGLI IPERTESTI: NON-LINEARITÀ E ILLIMITATEZZA.

Si è detto che contrariamente a quanto avviene nella lettura lineare tipica dei testi scritti su carta, in cui il lettore è forzato a procedere da sinistra a destra, dall’alto in basso, da pagina 1 alle successive, la lettura ipertestuale favorisce una lettura da-oggetto-a-oggetto, da-tema-a-tema, da-documento-a-documento, una lettura che avviene in maniera principalmente (anche se non necessariamente) non-lineare e all’interno di uno spazio di contenuti la cui forma e le cui dimensioni variano nel tempo in relazione al numero di utenti che utilizzano quello spazio e (eventualmente) lo ampliano/ri-scrivono. Cerchiamo ora di esaminare più nei dettagli almeno le due principali proprietà che qualificano gli ipertesti: la non-linearità e l’illimitatezza.

3.1. Non-Linearità

Nei testi manoscritti e in quelli a stampa il tradizionale ordine di accesso alle informazioni contenute nelle diverse pagine è lineare: durante la lettura di uno qualsiasi di quei testi, la cui struttura abbiamo visto sintetizzata in Figura 1, procediamo dalla pagina 1 alla pagina 2 e dalla 2 alla 3 e così via fino alla fine del testo. Relativamente al testo della figura, [a-b-c-d] è l’unica sequenza di lettura possibile, la sola che rispecchia l’organizzazione decisa dall’autore in relazione a un tacito e convenzionale criterio di lettura secondo il quale la pagina 2 segue inevitabilmente la pagina 1 e precede la pagina 3. Tale lettura è la sola che, salvo rare eccezioni[11], ha un senso logico compiuto. E in ogni caso, la sequenza [a-b-c-d] descrive l’unico e immutabile ordine delle pagine del testo pensato come oggetto fisico, o come complessa serie di significanti.

Ben diversa invece è la situazione quando ci muoviamo all’interno di informazioni organizzate secondo strutture simili a quella rappresentata in Figura 2. Ricorrendo a un menù presente nel primo nodo a cui accediamo, il nodo [a], possiamo raggiungere tre diversi nodi dell’ipertesto, i nodi [b], [c] e [j]. Ciascuno di questi ci rimanda ad altri e questi ad altri ancora. Da [a] possiamo così arrivare ad uno stesso nodo [j] seguendo diversi percorsi possibili ([a-j], [a-c-e-g-j], [a-b-d-h-f-i-g-j]); oppure ci è data l’opportunità di ritornare su un nodo già esaminato in precedenza, e da quello, sulla base delle informazioni acquisite durante la lettura, procedere verso nodi ancora inesplorati (ad esempio la sequenza [a-b-d-h-f-i-h-d-e-…]).

E’ questa la non-linearità tipica delle strutture ipertestuali. Fermo restando che un ipertesto tipologicamente analogo a quello rappresentato in Figura 2 ancora rimane un’unità testuale organica chiusa e finita, il cui numero dei possibili percorsi navigabili è dettato dalla quantità dei nodi e dei salti permessi da un nodo all’altro, esso pone il lettore nella condizione di scegliere interattivamente i passi della propria navigazione e la quantità e qualità degli interventi esercitati sul materiale utilizzato.

3.2. Illimitatezza.

Un’altra proprietà fondamentale che caratterizza gli ipertesti, e connessa alla loro non-linearità, è la loro illimitatezza, o, piuttosto, il loro possedere dimensioni indeterminate. Si è già visto che ogni pagina di un ipertesto può accogliere al suo interno un numero variabile (e idealmente infinito) di oggetti, un numero che è limitato soltanto dalla capacità gestionale del programma ipertestuale e dalla memoria a disposizione. Lo stesso accade con i nodi: ogni nodo può essere potenzialmente il centro di smistamento verso un nuovo ramo, o verso altri rami esistenti in altre zone dell’ipertesto. L’ipertesto permette questo; di più: come si è visto, la logica ipertestuale si è sviluppata proprio per favorire l’integrazione di porzioni normalmente non connesse (ma eventualmente connettibili) di conoscenza.

Vediamo questo più dettagliatamente. Prendiamo un qualsiasi semplice documento, diciamo un testo verbale [T] (ad esempio quello lineare della Figura 1), cioè ciò che nella nostra cultura, fortemente influenzata dalla tecnologia tipografica, spesso e volentieri identifichiamo con un testo a stampa. Un tale testo contiene una quantità finita di informazioni formalmente organizzate in accordo a una serie di scelte operate dall’autore del testo. L’insieme di quelle informazioni compongono una conoscenza ‘locale’ [CL] a proposito di una determinata porzione del mondo [PM]. Usando gli ipertesti, il testo [T] può essere facilmente integrato all’interno di una struttura ad accesso non-lineare che si occupa di organizzare in maniera più comprensiva un insieme di conoscenze locali [CLi], contenute in altrettanti testi [Ti], e tutte in qualche modo relative alla porzione del mondo [PM] (si veda Figura 5). Il fatto che [T] sia un testo lineare non ha importanza. Il ramo che nell’ipertesto riproduce [T] riproporrà la struttura lineare originale di [T], così che l’accesso di [T], pur se tramite schermo, sarà ancora lineare (anche se, in questo caso, è pure pensabile una lettura ‘non-convenzionale’ del testo fatta a partire da una qualsiasi sua pagina/porzione e procedendo poi ‘a salti’ non lineari tra le diverse pagine). Su una scala più vasta però, contrariamente a quanto accadrebbe se [T] rimanesse un’unità testuale isolata, sarà possibile intendere [T] come il nodo (temporaneamente) terminale di una complessa struttura ramificata che prevede, per sua stessa natura, la possibilità della sua estendibilità a partire da uno qualsiasi dei suoi nodi. E’ proprio in questo senso che diviene allora possibile ipotizzare — come fa Nelson nel momento in cui propone Xanadu come sistema integrato di editoria per l’archiviazione del sapere — la creazione di una letteratura globale intesa come l’insieme di tutti i possibili documenti multimediali (quelli già esistenti, ma anche quelli ancora da creare) tra loro interconnessi e/o interconnettibili.

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Figura 5

 

4. GLI IPERTESTI E LA RAPPRESENTAZIONE DEL SAPERE.

Si è visto che un ipertesto è un insieme (potenzialmente) illimitato di nodi e legami ad accesso non-lineare, organizzato in accordo ad una struttura definita, ma modificabile ed estendibile, concretamente costruito facendo uso di un programma di computer e fruibile via computer; ogni nodo è un segmento di un comunicato/documento multimediale complesso, che contiene:

  1. informazioni relative ad una certa porzione del mondo;
  2. i comandi per attuare le transizioni da un nodo all’altro;
  3. eventualmente, i comandi che forniscono il lettore di informazioni relative all’uso delle porzioni dell’ipertesto e alla sua navigabilità;
  4. i comandi per creare nuovi nodi.

Finora  ci  siamo  comunque  limitati a considerare brevemente le  proprietà  degli  ipertesti — in  particolare  la  non-linearità e l’illimitatezza —  in  senso  prevalentemente  strutturale, senza cioè  tener  conto  dei mutamenti che tali proprietà introducono nel processo di creazione e di fruizione dei comunicati multimediali. Ma sembra attendibile ipotizzare che la logica ipertestuale  avrà  un peso sostanziale nella rimodellizzazione delle strutture cognitive attraverso le quali acquisiamo, organizziamo, manteniamo, riproduciamo e usiamo la conoscenza sul mondo. Nel seguito, vogliamo allora proporre alcune considerazioni preliminari su quella che è soprattutto su quella che sarà l’influenza della logica ipertestuale in una cultura quale la nostra che ha finora usato il testo a stampa (e prevalentemente verbale) come strumento privilegiato di produzione e trasmissione del sapere, e ha di frequente cercato di organizzare il sapere in accordo ad una logica essenzialmente di tipo lineare e proposizionale.

La  prima  considerazione  che  ci pare opportuna è quella relativa alle conseguenze che l’illimitatezza o, se vogliamo, l’estendibilità  quasi  senza  limiti  della  quantità  di  informazioni immagazzinabili  in  forma  ipertestuale,  introduce  nella  gestione  informatizzata  del  sapere.  Chiaramente,  l’estensione di  un  dominio  del  sapere  tramite l’inglobamento di certe nuove,  o  comunque  non  ancora  integrate,  porzioni  locali  di conoscenza  non  è  una  pratica  che  entra  a far  parte della  nostra  cultura  soltanto con l’introduzione degli  ipertesti.

Anzi, una larga parte della storia dell’acquisizione della conoscenza può dirsi parallela alla storia dei tentativi di sistematizzare e unificare la conoscenza acquisita all’interno di un sistema quanto più completo e unitario possibile[12]. In tal senso, gli ipertesti, che riproducono elettronicamente operazioni già note di gestione di informazioni, non sembrerebbero proporsi come nuova forma di organizzazione del sapere. D’altra parte, dobbiamo pensare che normalmente, per diverse ragioni (la distanza tra il luogo di immagazzinamento di un comunicato e un utente, la costituzione di luoghi di conservazione del sapere che, al fine di preservare il patrimonio culturale, rendono quasi inaccessibili le informazioni in essi contenute, ecc.) non tutti i comunicati mono-mediali o multimediali creati nel corso dei secoli (in teoria, tutti i comunicati verbali, visivi, acustici, olfattivi e tattili che siamo riusciti a fissare su un qualche supporto fisico) sono facilmente a nostra disposizione. Basti pensare che nel momento in cui abbiamo bisogno di consultare un certo testo a stampa, siamo spesso costretti ad accettare quelli che sono i tempi e i modi del tradizionale processo di ricerca: ci dobbiamo recare in biblioteca, dobbiamo consultare schede o database locali, richiedere il libro, attendere, ecc.. Se poi vogliamo costruire una rete di legami intertestuali relativa a quel testo abbiamo bisogno di riferirci ad altri testi — manuali, enciclopedie, dizionari, ecc. — ciascuno dei quali, a sua volta, ci rimanda ad altre operazione di ricerca, altre schede, eventualmente altre biblioteche, e così via.

Diversa risulterebbe l’esperienza di fruizione di quel testo nel momento in cui esistessero delle sue traduzioni in forma elettronica. Innanzitutto il testo sarebbe accessibile via computer in tutti quei componenti che contribuiscono alla costituzione del testo inteso come un complesso segnico[13]; inoltre, se quel testo fosse parte di un rete ipertestuale più vasta, quelle rete di letteratura globale già postulata da Nelson, sarebbe possibile accedere velocemente, sempre tramite lo stesso computer, a tutti quei comunicati, verbali e non-verbali, che sono in una qualche relazione con quel testo (pensiamo, ad esempio, alla possibilità di poter confrontare tutte le traduzioni di quel testo registrate dalla storia, di poter ascoltare una sinfonia ispirata a quel testo e che porta lo stesso titolo, di poter visionare un film tratto da quel testo, o una serie di illustrazioni che riproducono visivamente alcune delle sequenze narrative contenute in quel testo, ecc.). Gli ipertesti favoriscono questo approccio essenzialmente intertestuale ad un testo[14]. Ma nel momento in cui permettono l’accesso rapido e attraverso un solo strumento ad una varietà di informazioni multimediali, nel momento in cui facilitano il reperimento di una quantità di informazioni ben più difficilmente rintracciabili attraverso le tradizionali tecniche di ricerca, gli ipertesti non si limitano semplicemente ad aumentare l’efficienza di un processo già esistente, traducendo operazioni meccaniche in operazioni elettroniche. Essi contribuiscono anche a modificare l’impatto che queste informazioni hanno su di noi, e quindi anche l’uso che noi, di queste informazioni, possiamo fare. Dobbiamo ricordare infatti che la creazione di interpretazioni di un qualsiasi comunicato multimediale è strettamente connessa a due fattori: (a) la situazione comunicativa all’interno della quale il comunicato ci è dato, e (b) alla conoscenza del mondo che noi, in quanto interpreti, possediamo e usiamo per "interagire" (cioè ‘vedere’, definire, capire) col comunicato[15]. Allora, nel momento in cui siamo in grado, attraverso gli ipertesti, di estendere — più rapidamente e facilmente che con le tradizionali tecniche di ricerca — la nostra conoscenza di certe porzioni codificate del mondo, inevitabilmente modifichiamo le condizioni per la percezione che noi abbiamo di quelle porzioni di mondo e, di conseguenza, cambiamo pure i tipi di interpretazioni che possiamo produrre[16].

Un’altra importante considerazione da proporre nel momento in cui ci troviamo ad esplorare la logica ipertestuale ci sembra quella a proposito della forma di rappresentazione del sapere. Abbiamo già accennato alla schematizzazione presentata da Eco in merito ai diversi modelli che, nel corso dei secoli, sono stati ideati per organizzare il sapere inteso come insieme di informazioni sul mondo (si veda nota 12). Eco ci ricorda che nel periodo ellenistico ci troviamo davanti ad una organizzazione accumulativa del sapere che raccoglie in maniera incondizionata le più svariate informazioni sul mondo senza interrogarsi sulla veridicità o falsità di quanto si è collezionato. Successivamente, durante il medioevo, le informazioni sul mondo vengono invece vagliate e composte sulla base di una precisa ipotesi sulla forma del mondo; il risultato è un sapere organizzato in struttura gerarchica — una struttura ad albero analoga a ciò che si crede sia la struttura del mondo — che per disgiunzioni binarie procede dall’uno al molteplice, dal Creatore alla moltitudine di cose create, dal generale al particolare. Il terzo modello, quello illuministico, non è molto diverso dal precedente: la struttura ad albero viene mantenuta, e il sapere di nuovo è organizzato in accordo con un sistema di riferimento costruito relativamente ad una concezione sulla forma del mondo. Ciò che però differenzia questa rappresentazione dalla precedente è l’atteggiamento che porta ad organizzare il sapere all’interno di quel sistema: viene ad esplicitarsi la consapevolezza che la struttura gerarchica non riproduce più la struttura del mondo, ma semplicemente si presenta come il modo più funzionale ed economico per rappresentare e organizzare le informazioni sul mondo. Questa consapevolezza porta ad un lavorio più intenso sulla definizione di quelli che sono i percorsi intermedi tra i vari nodi dell’albero; essa determina lo sviluppo di particolari sotto-alberi, ciascuno dei quali si incarica di organizzare, ancora in forma gerarchica, la conoscenza relativa ad un certo dominio del sapere. Questi sotto-alberi, una volta collegati tra loro, compongono assieme l’albero portante di tutto il sapere, l’Albero Enciclopedico così come definito nel progetto di creazione dell’Enciclopedia illuminista. L’albero così costruito si trasforma in mappa, guida per lo spostamento globale e locale nei territori del sapere.

Finalmente giungiamo alla quarta forma di rappresentazione del sapere, quella contemporanea, che Eco chiama rappresentazione strutturale di una enciclopedia semiotica[17]. La quantità di informazioni a nostra disposizione è enorme; enorme è la varietà delle informazioni e degli strumenti conoscitivi impiegati per rendere quelle informazioni ‘visibili’ e verificabili. E’ chiaro allora che la costruzione di un quadro unitario e stabile che si occupi di organizzare in maniera permanente un sapere così composito diventa un progetto impraticabile. Certamente non si può evitare la realizzazione di un sistema organizzante, ma questo diventa una struttura illimitata e in costante evoluzione, un progetto aperto, un sistema che coordina altri sistemi i quali, a loro volta, si incaricano di organizzare in senso più locale e in accordo a concezioni più ‘locali’ e parziali del mondo (teorie scientifiche, filosofiche, letterarie, psicologiche, religiose, ecc.), certi aggregati più limitati e maneggevoli di informazioni. Tale rappresentazione strutturale ha la forma di labirinto di dimensioni potenzialmente (idealmente) infinite. Permette la molteplicità dei percorsi, permette la rimodellizzazione della propria struttura. Essa, ci suggerisce Eco, è "una rete di interpretanti, e cioè di definizioni che sostituiscono altre definizioni, di situazioni che chiariscono il senso di un termine, […] di rappresentazioni visive che spiegano espressioni verbali e viceversa, […] di sinonimi organizzati a catena."[18]

Eco dà un altro nome a questa rappresentazione: rizoma, rimandando con questo termine alla metafora vegetale proposta da Deleuze e Guattari nell’introduzione al loro libro Mille Plateaux[19]. "Un rizoma," scrivono Deleuze e Guattari "come stelo sotterraneo si distingue assolutamente dalle radici e dalle radicelle. I bulbi, i tuberi sono rizomi. […] Il rizoma in se stesso ha forme molto diverse, dalla sua estensione superficiale ramificata in tutti i sensi fino alle sue concrezioni in bulbi e tuberi."[20]

Vale qui la pena di ricordare sinteticamente alcune delle proprietà della struttura rizomatica così come indicate dagli autori:

  1. qualsiasi punto del rizoma può essere connesso a qualsiasi altro e deve esserlo;
  2. nel rizoma non ci sono punti o posizioni, come se ne trovano in una struttura ad albero o a radice. Non ci sono che linee;
  3. un rizoma può essere spezzato in un punto qualsiasi e riprende seguendo una delle proprie linee;
  4. il rizoma è antigenealogico;
  5. il rizoma ha sempre un proprio esterno con cui fa ugualmente rizoma;
  6. il rizoma non è un calco, ma una carta; la carta è aperta, può essere connessa con qualcos’altro in ogni sua dimensione, è smontabile, rovesciabile, suscettibile di continue modificazioni;
  7. una rete di alberi che si aprano in ogni direzione può far rizoma (il che equivale a dire che in ogni rizoma può essere artificialmente ritagliata una rete di alberi parziali);
  8. il rizoma è acentrico e pertanto in esso le iniziative locali possono essere coordinate indipendentemente da un istanza centrale o originaria.

A cosa rimandano tali proprietà del rizoma, se non alle strutture complesse che governano le forme dell’enciclopedia semiotica, memoria contemporanea del nostro sapere, quelle stesse strutture che trovano la loro concreta realizzazione nella scrittura ipertestuale?

Molti nodi del discorso sembrano ormai trovare un punto di convergenza: il libro di sabbia, la biblioteca delle biblioteche, il Memex, la letteratura universale, l’enciclopedia semiotica, il rizoma, la comunicazione multimediale interattiva su scala mondiale. Gli ipertesti sembrano porsi come centro focale di tale fascio di idee. Fino a non molti anni fa l’enciclopedia semantica globale a struttura rizomatica e custode del sapere universale poteva soltanto configurarsi come un ideale regolativo. "Questa enciclopedia non esiste — scrive ancora Eco a conclusione del suo saggio — eppure è la totalità di ciò che l’umanità ha detto, ed ha un’esistenza materiale, perché quanto detto è stato depositato sotto forma di altri libri, di quadri, di film, di comportamenti, di costruzioni architettoniche, di leggi, di strade…. […] Tutta l’enciclopedia di quarta forma è importante proprio perché non esiste come oggetto riconoscibile. E’ ancora, come per Dante, ciò che per l’universo si squaderna: salvo che si tratta dell’universo della cultura e non è visibile legato in un volume. Almeno non in uno solo."[21] Certamente quell’enciclopedia generale che dovrebbe rendere conto in un solo volume di ogni dominio del sapere tuttora rimane un progetto ideale e regolativo. Ma la traduzione in una forma elettronica unificata, non-lineare, estendibile e modellabile di un sempre più cospicuo numero di informazioni sul mondo, ci ha con molta probabilità avvicinato di un altro passo a quell’ideale.

Non è questo il luogo per un approfondimento ulteriore sugli effetti molteplici che gli ipertesti avranno nella nostra cultura, nel nostro modo di rappresentare il sapere, e di produrre e fruire comunicati multimediali[22]. Ma ci sembra importante concludere proponendo almeno un’ulteriore, breve riflessione. Se è vero, come ci ricorda Walter Ong, che la nostra storia è la storia della tecnologicizzazione della parola[23], allora, la parola elettronificata, ipertestualizzata e immersa in un universo multimediale, sicuramente favorirà il configurarsi di una nuova fase in quel processo di rimodellizzazione delle nostre forme di pensiero iniziato millenni fa con l’invenzione della parola aurale. La scrittura chirografica, e successivamente quella tipografica, hanno fortemente modellato l’organizzazione del nostro pensiero, tanto che ormai siamo portati ad intendere la struttura lineare e proposizionale dei testi a stampa come la più fedele rappresentazione dell’articolazione del pensiero. Ma nonostante la paradigmatizzazione del ‘pensiero-a-stampa’, un testo a stampa rimane un’approssimazione molto vaga (e comunque artificiale) del fluire dei nostri pensieri. "La struttura del pensiero — scrive Theodor Nelson — non è di per sé sequenziale. E’ un sistema intrecciato di idee. […] Nessuna idea viene necessariamente prima delle altre; ripartire queste idee lungo una presentazione sequenziale è un processo complesso e arbitrario. E’ spesso anche un processo distruttivo, poiché nel suddividere il sistema di collegamenti per poterli presentare sequenzialmente, difficilmente possiamo evitare di spezzare — ossia tralasciare — alcuni dei collegamenti che sono parte del tutto."[24] Certamente anche gli ipertesti, proprio perché in qualche modo derivati inevitabilmente dai testi a struttura sequenziale, tendono a configurarsi come delle riduzioni approssimative delle nostre esperienze. Ma proprio per via del loro carattere dinamico e non-lineare, del loro possedere una struttura rizomatica, gli ipertesti — anche quelli solamente verbali — sembrano più idonei a rappresentare il rapido susseguirsi dei nostri pensieri, il loro procedere per intersezioni, per salti, per collegamenti, costantemente ri-costruendo e ri-organizzando gli elementi più eterogenei di esperienza. E ciò è vero ancor di più nel momento in cui teniamo conto del fatto che gli ipertesti sono per loro natura testi multimediali e capaci quindi di riprodurre, pur se sempre tramite una operazione di semplificazione e di sintesi, non soltanto elementi verbali ma anche alcuni di quelli non verbali — in particolare, per il momento, quelli visivi e acustici — di una determinata esperienza conoscitiva.

Tra non molto anche la componente olfattiva e quella tattile diventeranno parte dei comunicati multimediali e questi comunicati multimediali saranno inclusi all’interno di quella letteratura globale descritta da Theodor Nelson e che si configura come l’immensa memoria della nostra storia. Allora, forse riusciremo a vedere più concretamente che la logica ipertestuale, la multimedialità, le realtà virtuali e, più in generale, il nuovo paradigma della comunicazione che sta ora prendendo forma, avranno un ruolo vitale nella riconfigurazione dei nostri processi cognitivi, del modo in cui apprendiamo, interagiamo, lavoriamo, giochiamo, pensiamo[25].

 

NOTE

[1].  Jorge Luis Borges, El Libro de Arena, Emecé Editores, Buenos Aires, 1975, pp.95-99.

[2].   Vannevar Bush, "As We May Think", in The Atlantic Monthly, luglio 1945, trad. it. "Come possiamo pensare", in Theodor Nelson, Literary Machines 90.1. Il progetto Xanadu, Franco Muzzio Editore, Padova, 1992, p.1/49. Per una panoramica sulla storia degli ipertesti si veda Jakob Nielsen, Hypertex & Hypermedia, Academic Press, San Diego, 1990; Carlo Rovelli, I percorsi dell’ipertesto, Elettrolibri,  Bologna e Roma, 1993; Emily Berk & Joseph Devlin (editors), Hypertex/Hypermedia Handbook, McGrow Hill, New York, 1991. In particolare, il libro di Nielsen contiene una vastissima bibliografia ragionata sugli ipertesti e sulla iper/multi-medialità. Si vedano anche il recente articolo di Fabio Vitali, "Verso un futuro ipertestuale?" e la sua bibliografia sugli ipertesti "Note sugli ipertesti", entrambi in Semio-News, anno III, n.8, marzo 1993, p.3 e p.7.

[3].   Cfr. Theodor Nelson, Literary Machines 90.1, op. cit., sez. 1/6.

[4].  Cfr. Jakob Nielsen, Hypertext & Hypermedia, op. cit., p.32.

[5].  Theodor Nelson, Literary Machines, op. cit., sez. 0/2-0/3.

[6].  Ivi, sez. 1/6.

[7].  Ivi, sez. 2/8.

[8].  Per ciò che riguarda una lista dei più importanti pacchetti applicativi per la produzione ipertestuale, si veda il libro di Carlo rovelli, I percorsi dell’ipertesto, op. cit. e si veda anche l’ottimo testo di Jakob Nielsen, Hypertext & Hypermedia, op. cit., e la raccolta di saggi a cura di Emily Berk & Joseph Devlin Hypertext/Hypermedia Handbook, op. cit. che tratta una grande varietà di aspetti teorici e pratici connessi alla produzione alla fruizione degli ipertesti. Per quanto riguarda le applicazioni ipertestuali più strettamente connesse alle discipline umanistiche si veda Paul Delany & George Landow (a cura di), Hypermedia and  Literary Studies, The MIT Press, Cambridge-London, 1990. Per una panoramica sulla letteratura ipertestuale si veda  Robert Coover "Novels for the Computer", in The New York Times Book Review, August 29, 1993.

[9].  Per bottoni  intendiamo delle sezioni di pagina di forma e colore diverso costruite per registrare la presenza del cursore del mouse all’interno del proprio dominio, e per eseguire particolari compiti sulla base degli ordini impartiti dall’utente attraverso i tasti del mouse.

[10].  Per una tipologia accurata tra i legami possibili all’interno di un qualsiasi testo verbale (chirografico e a stampa) si veda Maria Teresa Serafini, Come si scrive, Bompiani, Milano, 1992. Anche se nel libro non si parla esplicitamente di legami ipertestuali, mi sembra che la descrizione dei collegamenti tra una porzione del testo (sia essa una parola, una frase,  un paragrafo, o un capitolo) e un’altra sia di grande utilità nel momento in cui si vuole produrre un’analisi descrittiva di un ipertesto o quando si voglia creare/scrivere un ipertesto. Per un più generale discorso sulla scrittura ipertestuale si vedano gli articoli della "Section V:  Designing Hypertexts" in Hypertext/Hypermedia Handbook, op. cit. pp.143-226. In particolare, in Ordering the Information Graph, H. Van Dyke Parunak propone una analisi dettagliata dei tipi di legami possibili. Ai fini del nostro discorso, è sufficiente indicare la distinzione proposta da Parunak tra legami associativi (che riflettono i vari modi in cui un nodo rimanda ad un altro per associazione di idee), legami aggregativi (che riflettono i legami tra un nodo che rappresenta un tutto e le sue parti), e legami di revisione (che riflettono il legame tra un nodo e le sue versioni precedenti e successive, e identificano così una storia dell’evoluzione della scrittura di quel nodo). Per i dettagli più tecnici si rimanda alle pp.299-325.

[11].  Esistono alcune opere di narrativa che possono essere pensate come pre-ipertestuali, e che postulano e/o producono una rottura della linearità della narrazione e immergono il lettore in un universo narrativo all’interno del quale situazioni identiche si ripetono o eventi contraddittori co-esistono. Si pensi, tanto per ricordare alcuni titoli, all’ipercitato Il giardino dai sentieri che si biforcano, di J. L. Borges, nel quale si teorizza di un libro-labirinto di dimensioni infinite che narra infinite storie componibili e/o parallele, e che si dipanano in infiniti tempi che si biforcano. O si pensi ancora al romanzo Dans le Labyrinth di Alain Robbe-Grillet, all’interno del quale i diversi spostamenti di un soldato mimano il procedere di un esploratore  (il lettore) all’interno di un labirinto: perdendosi nel tempo e nello spazio intricato creato dal romanzo-labirinto, ripercorrendo gli stessi corridoi e le stesse stanze,  o corridoi e stanze di una porzione del labirinto appena diversa da quella lasciata, il soldato/esploratore si trova a dover (ri)affrontare situazioni identiche, o quasi, a quelle già precedentemente vissute. Oppure si pensi a The Babysitter di Robert Coover, dove la ragazza protagonista del racconto si trova a vivere esperienze tra loro inconciliabili (alla fine è viva ed è morta, è violentata da un uomo che, contemporaneamente, non l’ha potuta avvicinare, ecc.) narrate nei diversi capitoli che si susseguono (linearmente) nella storia. Su questi e su altri autori (ad esempio Calvino, Cortazar, Joyce, Perec, Pynchon, Queneau, Vonnegut) che, in un modo o nell’altro, con i loro testi, preconfigurano la logica ipertestuale, si veda Bolter Jay D., Writing Space: The computer, Hypertext, and the History of Writing, Hillsdale, NJ: Lawrence Erlbaum, 1991; Joyce Michael, "Notes Toward an Unwritten Non Linear Electronic text. ‘The Ends of Print Culture’", in Internet: Michael_Joyce@UM.CC.UMICH.EDU; Moulthrop Stuart, "Toward a Paradigm for Reading Hypertexts: Making Nothing Happen in Hypermedia Fiction", in Berk e Devlin, op. cit.; Rees Gareth, "Tree Fiction", in Internet:Gareth.Rees@cl.cam.ac.uk. Si deve comunque notare che testi come quelli indicati, pur puntando a una organizzazione non lineare della struttura narrativa, hanno ancora bisogno di  una lettura lineare, impossibilitati come sono a svincolarsi dalle costrizioni lineari imposte dal testo a stampa (anche nella Babysitter, gli eventi di un qualsiasi capitolo n, pur se cronologicamente anteriori a (o in contraddizione con) quelli presentati nel capitolo n-1, verranno sempre letti, almeno ad una prima lettura, in un tempo successivo a quello necessario per la lettura del capitolo n-1).

[12].  Si veda a tal proposito il saggio di Umberto Eco, "Dall’albero al labirinto", in Achille Bonito Oliva (a cura di), Luoghi del silenzio imparziale, Milano, Feltrinelli, 1981, pp.39-50. Eco  identifica nella storia della rappresentazione del sapere quattro diversi atteggiamenti verso l’impresa enciclopedica, cioè nei confronti del tentativo di fornire un sistema che unifichi tutte le conoscenze di una determinata epoca. Ad ogni atteggiamento corrisponde una diversa concezione di enciclopedia: l’enciclopedia a cumulo tipica del periodo ellenistico, sostituita nel periodo medievale dall’enciclopedia ad albero, che lascia il posto a quella illuminista ad albero\mappa la quale, a sua volta, si trasforma in quella semiotica\rizomatica del nostro secolo. In ciascuna di queste fasi, si cerca di raccogliere quante più possibili informazioni su quella che si ritiene sia la forma del mondo, (in alcuni casi) si prova a soppesare la veridicità e rilevanza di tali informazioni in relazione a qualche più o meno esplicito criterio di verità, e finalmente si tenta di organizzare le informazioni all’interno di un quadro unificato. Si veda anche più avanti nel testo.

[13].  Ci si riferisce qui alla concezione del testo come complesso segnico formulata da J. S. Pet_fi. Se ad esempio avessimo la possibilità di consultare la copia in forma elettronica di un particolare testo antico, diciamo un manoscritto, di cui magari esiste soltanto un esemplare custodito in una pressoché inaccessibile biblioteca, potremmo accedere, tramite computer, non soltanto alla componente verbale di quel testo, ma anche alla sua manifestazione visiva, cioè alle immagini delle pagine di quel testo così come ci apparirebbero nell’originale; in altre parole, abbiamo accesso al vehiculum di quel testo, ovvero alla configurazione degli oggetti fisici (certi tipi di lettere con una certa forma e una certa dimensione, certi disegni, ecc.) che insieme costituiscono il significante del testo e la sua immagine mentale. Si veda, ad esempio, J. S. Pet_fi, "Verso una teoria e filosofia semiotica della comunicazione umana prevalentemente verbale", in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Macerata, XXII-XXIII (1989-90), pp.621-641.

[14].  Per una analisi del lavoro intertestuale tramite l’uso di ipertesti e dei problemi teorici, psicologici e politici emergenti in seguito all’introduzione delle nuove tecnologie informatiche nella pratica letteraria si veda Hans-Peter Mai, "Bypassing Intertextuality", in Heinrich F. Plett (a cura di), Intertextuality, De Gruyter, Berlin-New York, 1991, pp.30-59.

[15].  A tal proposito, si veda, ancora una volta, Pet_fi, "Verso una teoria e filosofia…", op. cit.. Dovrebbe essere notato che se vogliamo adeguatamente tener conto del cambiamento che le nuove tecnologie elettroniche e gli ipertesti introdurranno nella rimodellizzazione delle nostre strutture mentali, quanto appena detto diventa un punto essenziale. Abbiamo allora bisogno di sviluppare: (a) un modello articolato e flessibile di situazione comunicativa (cioè un modello che descriva tutti gli elementi costitutivi dei possibili contesti all’interno dei quali un certo complesso segnico è collocato durante l’atto comunicativo), e (b) un modello che descriva adeguatamente l’ancor vaga nozione di "conoscenza a proposito del mondo" (cioè l’insieme di sistemi di valori, credo, ideologie, ipotesi, competenze, stati psico-fisici, ecc.) posseduta dall’interprete.

[16]. Qui vogliamo soltanto accennare al problema di come la ricontestualizzazione di comunicati multimediali modifichi il modo in cui noi percepiamo quei comunicati e, di conseguenza, produciamo interpretazioni ad essi relative. Per comprendere la complessità del problema dovrebbe essere sufficiente considerare il fatto che quando percepiamo diversi elementi multimediali (immagini, suoni, parole, ecc.) combinati assieme in un nodo ipertestuale, siamo di fronte a: (a) significanti fluttuanti (se, per esempio, attraverso l’interattività, combiniamo assieme sullo schermo due diverse immagini originalmente appartenenti a due diversi contesti, il significante ottenuto dalla combinazione è solo temporaneamente fissato (da noi) sullo schermo. Inoltre, possiamo considerare quelle due immagini come due diversi significanti temporaneamente coesistenti all’interno dello stesso contesto, oppure come un solo significante ottenuto tramite il temporaneo atto di integrazione; (b) contesti fluttuanti (in quanto l’attività interattiva rende molto difficile decidere, ad ogni dato momento, cosa costituisce il/i significante/i e  cosa è/sono il/i suo/loro contesto/i all’interno dello spazio del monitor).

[17].  Si vedano in particolare le pagine conclusive di Eco, "Dall’albero al labirinto", op. cit..

[18].  Ivi, p.49.

[19].  Felix Guattari, Gilles Deleuze, "Introduction: Rhizome" in Mille Plateaux, Edition de Minuit, Paris, 1980, pp.9-37.

[20].  Ivi, p.14.

[21].  Eco, "Dall’albero al labirinto", op. cit. p.50.

[22].  Almeno due ci sembrano le riflessioni più importanti per un futuro  approfondimento  del discorso: il decentramento del testo, e la costituzione di una nuova forma di retorica, quella non-lineare e ipertestuale. Per quanto riguarda il decentramento possiamo qui accennare al fatto che, come si è visto, con gli ipertesti viene smantellato il testo tradizionale gerarchicamente organizzato in accordo ad una logica lineare e proposizionale. La conseguenza di questo smantellamento è la perdita di un nucleo formale e concettuale assunto come centro del testo e la costituzione di una varietà di assi portanti in continuo mutamento. In tal senso il testo ipertestuale diventa (paradossalmente) una incarnazione del testo decentrato, in grado di favorire quel libero gioco delle strutture e quella molteplicità di letture/interpretazioni auspicata da Jacques Derrida nel suo saggio La structure, le signe et le jeu dans le discours des sciences humaines che ha avviato l’analisi decostruzionista. A tal proposito, si veda anche il saggio di George P Landaw e Paul Delany, "Hypertext, Hypermedia and Literary Studies", in  George P Landow e Paul Delany (a cura di), Hypermedia and Literary Studies, op. cit., pp.3-50. Per ciò che riguarda la costituzione di una nuova retorica, qui possiamo solo accennare alle tre principali nuove regole che governano la scrittura e la lettura di ipertesti e che si aggiungono e/o modificano e/o sostituiscono le regole retoriche classiche e consolidate nella scrittura tradizionale: 1) dove mi trovo? (retorica della navigazione): ovvero come colloco le nozioni che sto apprendendo all’interno della rete più globale del sapere complessivo contenuto nell’ipertesto? 2) dove vado?  (retorica della partenza): ovvero come posso fissare in modo chiaro i collegamenti, le idee e le associazioni che la lettura genera nella mia mente? 3) dove sto entrando? (retorica dell’arrivo): ovvero, nel momento in cui la lettura genera in me il desiderio di agganciarmi ad un altro segmento dell’ipertesto, come faccio a muovermi tra gli oggetti della pagina che sto leggendo e creare il collegamento voluto? A tal proposito si veda Carlo Rovelli, I percorsi dell’ipertesto, op. cit., pp.85-103. Si vedano anche gli articoli nella Sezione III:"Conventions for Writers/Readers of Hypertext", Emily Berk and Joseph Devlin (a cura di), Hypertext/Hypermedia Handbook, op. cit..

[23].  Qui ricordiamo Walter Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, Il mulino, 1986. Nel libro Ong ci racconta della riconfigurazione dei processi cognitivi umani in relazione all’evoluzione delle forme di rappresentazione del pensiero — le diverse tecnologie della parola: la parola aurale, quella chirografica, quella a stampa e quella elettronica  — ideate dagli esseri umani nel corso dei millenni.

[24].  Theodor Nelson, Literary Machines, op. cit., sez. 1/14.

[25].  Per un ‘modello di mondo’ fondato sul nuovo paradigma della comunicazione si veda l’articolo di Robert Jacobson "Memorie del futuro", in Virtual, anno 2, n.5, gennaio 1994, pp.10-15.

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Rees Gareth,
1995        "Tree Fiction", in Internet: Gareth.Rees@cl.cam.ac.uk.

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1959        Dans le Labyrinthe, Les Editions de Minuit, Paris.

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1993        I percorsi dell’ipertesto, Elettrolibri, Bologna e Roma.

Serafini Maria Teresa,
1992        Come si scrive, Bompiani, Milano.

Vitali Fabio,
1993a      "Verso un futuro ipertestuale?" Semio-News, anno III, n.8, marzo, p.3.
1993b      "Note sugli ipertesti", Semio-News, anno III, n.8, marzo, p.7.

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