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Nota critica: Walter J. Ong - Oralità e scrittura

Published in: Quaderni di Ricerca e Didattica IX: Sistemi Segnici e Loro Uso nella Comunicazione Umana. Ed. Janos S. Petofi. Macerata: University of Macerata, 1993. 81-92.
 

   Cosa significa affermare, come già faceva Rousseau, che la scrittura altro non è che un supplemento della parola parlata? E’ vero che una qualsiasi forma di scrittura è soltanto un mezzo per trasferire su un supporto fisico ciò che può altrimenti essere espresso oralmente? O è invece possibile individuare nella comunicazione orale tratti peculiari non trasferibili con l’atto dello scrivere, tanto che l’una forma di verbalizzazione non sia intercambiabile con l’altra?  E a quale delle due forme si deve attribuire il ruolo egemonico nella comunicazione umana?
   La storia degli studi sul linguaggio verbale è disseminata di domande come queste, di risposte contrastanti. Fino al secolo scorso prevalente era l’opinione che fosse la scrittura a detenere il ruolo dominante. E questo perché essa dotava il linguaggio di permanenza e autorità, perché si faceva veicolo della voce dei letterati e dei potenti, perché si incaricava di fungere da sorgente normativa per definire gli standard dell’eccellenza linguistica. La parola parlata era madre di quella scritta, certo, ma data la sua carenza nell’organizzare il discorso, doveva essere relegata ad un ruolo subordinato, e gli studi sulla verbalizzazione dovevano di conseguenza soffermarsi su quella espressa attraverso la scrittura.
   Critica nei confronti dei detrattori dell’oralità fu invece quella posizione che, sviluppatasi sul nascere del secolo corrente, voleva ribaltare i ruoli e ribadire il primato dell’oralità sulla scrittura. Le ragioni per tale rivalutazione erano molteplici: innanzitutto, si diceva, non si può non riconoscere che la comunicazione orale è anteriore di millenni a quella attuata col tramite della scrittura; inoltre, contrariamente a quanto accade con la scrittura, che è privilegio di poche culture, essa assolve indistintamente alle esigenze comunicative di tutti i popoli noti; e per finire, la capacità di parlare si sviluppa naturalmente nei bambini, mentre la scrittura, essendo un sistema artificiale e derivativo, deve essere faticosamente appresa. Da tutto ciò ne consegue che, per dirla con il linguista Leonard Bloomfield, fautore del primato dell’oralità, «la scrittura non è un linguaggio, ma semplicemente un modo di registrare il linguaggio per mezzo di segni visibili». Tale promozione in favore dell’oralità, da una parte relegò la scrittura a quel ruolo di second’ordine prima occupato dall’oralità, un ruolo che si dimostrava significativo soltanto all’interno di speciali contesti comunicativi (quali quelli scientifici o letterari); d’altra parte, indirizzò gli sforzi intellettuali di molti linguisti, antropologi e psicologi verso la ricerca di sistemi e tecniche per l’analisi della comunicazione verbale orale.
   Una terza tendenza, più attuale e moderata, ha cercato di risolvere la diatriba sul primato dell’una o dell’altra forma di verbalizzazione elaborando un compromesso: non pare molto sensato intendere la scrittura come un mezzo di comunicazione ‘migliore’ dell’oralità. La società contemporanea rende disponibile ai suoi membri entrambi i sistemi di comunicazione, ciascuno dei quali è stato sviluppato per assolvere a determinate esigenze comunicative. La scrittura quindi non può né riesce a sostituirsi interamente alla comunicazione orale, né d’altra parte l’oralità può farsi carico di risolvere compiti comunicativi ad essa non pertinenti. Conseguenza positiva di tale tendenza è stata una più omogenea distribuzione della ricerca linguistica, che si è così indirizzata tanto verso l’analisi della comunicazione orale quanto di quella scritta.
   Una serie di studi è però rimasta a lungo estranea alla suddetta ricerca: è quell’insieme di investigazioni che si pone interrogativi sulle complesse e molteplici relazioni tra le dinamiche della verbalizzazione di culture prive di scrittura e le dinamiche della verbalizzazione scritta. Ed è proprio in questo ambito che possiamo meglio collocare la ricerca intrapresa da più di un trentennio da Walter J. Ong, autore di Oralità e scrittura. Muovendosi ai confini di un territorio di transito tra la linguistica l’antropologia, la critica letteraria, e «tanti aspetti della condizione umana» ─ un territorio questo già parzialmente esplorato da studiosi quali Milman Parry, Eric Havelock, Albert Lord, Marshall McLuhan ─ Ong si interroga soprattutto sui rapporti che intercorrono tra oralità e scrittura.
   Un breve dialogo tra un ricercatore e un ‘illetterato’, presentato da A.R. Luria in Storia sociale dei processi cognitivi e riportato da Ong, ci sembra riesca a delineare in maniera esemplare i tratti fondamentali della problematica affrontata in Oralità e Scrittura:

D: «All’estremo nord, dove c’è la neve, tutti gli orsi sono bianchi. La Terranova sta all’estremo nord e lì c’è sempre la neve. Di che colore sono gli orsi?»
R: «Non so, io ho visto un orso nero, altri non ne ho visti… ogni località ha i suoi animali»

   E’ sufficiente questo scambio di battute per intuire l’incontro-scontro tra due culture lontane: quella che sa scrivere e quella che sa soltanto parlare. Ed è pure ben visibile il contrasto tra i sistemi logici di cui i due parlanti si fanno (involontariamente, inconsapevolmente) portavoce: uno è quello formalmente sillogistico e deduttivo sviluppato dalla cultura occidentale attraverso l’uso di sempre più sofisticate tecnologie della parola (l’alfabeto, la stampa, l’elettronica, ecc.), e l’altro, è quello apparentemente illogico degli ‘illetterati’, i cosiddetti ‘selvaggi’, i ‘primitivi’, i portatori di una cultura che Ong chiama a oralità primaria.
   Cultura a oralità primaria e cultura chirografica diventano così le due polarità che definiscono lo spazio d’indagine all’interno del quale Ong si muove. Ma lo sforzo di Ong va oltre: egli si impegna non soltanto a definire i tratti caratterizzanti della cultura a oralità primaria, e, di conseguenza e per contrasto, a ri-visitare e ri-definire i tratti caratteristici della nostra cultura, cioè quella occidentale. L’autore si propone anche, e questo è probabilmente l’elemento più significativo del libro, di tessere una fitta rete di relazioni tra le due forme di cultura; egli accompagna i lettori, seppure in maniera discontinua, lungo le fasi che hanno scandito il passaggio dall’una all’altra cultura, e mostra come questo passaggio abbia fortemente contribuito a produrre una nuova forma di pensiero e di espressione in coloro che sono stati investiti del privilegio di accedere alla scrittura. «La scrittura ristruttura il pensiero» afferma sinteticamente Ong a tal proposito, formulando così la tesi più rilevante del suo libro. E la scrittura ristruttura il pensiero perché, per dirla con McLuhan, durante la transizione parlare-scrivere l’orecchio si trasforma in occhio, il mondo aurale e sonoro del parlare/narrare di una cultura a oralità primaria si interiorizza a poco a poco e diventa spazio del vedere, del manipolare caratteri su superfici; la mente che ascolta si rimodella per imparare a pensare (anche e soprattutto) a ciò che vede.
   Si è detto che due sono i poli dell’indagine di Ong: la cultura a oralità primaria e quella chirografica. Per comprendere più a fondo differenze e legami esistenti tra tali polarità, per meglio esaminare il processo di rimodellizazione mentale introdotto dalla scrittura, dobbiamo chiederci ora quali sono i tratti distintivi di una cultura ad oralità primaria, quelli che assieme definiscono ciò che lo stesso Ong chiama la «psicodinamica dell’oralità».
   Ci sembra valga la pena di approfondire il discorso di Ong a tal proposito. Egli ci dice che nei popoli senza scrittura «il suono esiste solo nel momento in cui sta morendo». Il suono, e la parola con esso, è etereo, strettamente legato al parlante e alla durata del suo atto fonatorio. Come può allora la conoscenza svilupparsi in una cultura in grado di comunicare soltanto attraverso le parole/suoni? E come può questa conoscenza, una volta acquisita, essere mantenuta in assenza di testimoni che permangano nel tempo quali libri, vocabolari, enciclopedie, manuali?
   La risposta è semplice: la parola è suono certo, ma diversamente da quanto accade nella cultura chirografica e ancor più in quella tipografica, questo suono è anche potere manifesto (e magico) sulle cose, azione immediata. Parlare vuol dire agire, e agire ─ conoscere ─ significa sempre operare all’interno di una precisa situazione, di un determinato contesto d’esperienza. Si conosce tramite l’esperienza quindi, attraverso l’imitazione (e la costante ripetizione) di ciò che si ascolta o si vede compiere dai membri della comunità. E una volta catturato così un frammento di conoscenza significativa occorre fissarlo nella memoria in modo indelebile. Ed è il pensiero formulaico e tematico ad attualizzare tale necessità. Pensare, esprimersi, per i membri di una cultura a oralità primaria equivale a produrre oralmente catene di formule preesistenti, e organizzare tali catene in sequenze di temi noti.  Le formule, i temi ─ appresi a memoria e tramandati di padre in figlio ─ sono moduli mnemonici di facile accesso e conchiudono quei frammenti di esperienza/saggezza (i miti, i rituali, le regole di procacciamento del cibo e di protezione della specie) che si mostrano essenziali al perpetuamento culturale e fisico della comunità. Gli individui di tale comunità (i parlanti-poeti-cantori-narratori), del tutto ignari di quegli strumenti logici che permetterebbero loro di emergere creativamente dal guscio formulaico che li abilita a vedere e costruire il mondo, si trovano ad essere definiti/identificati dal peculiare modo che hanno di aggregare formule e temi, dal loro stile di montaggio di porzioni di una conoscenza condivisa dal gruppo a cui appartengono, dall’abilità mostrata nel lottare verbalmente con gli altri e di vincere, dal loro saper adattare la trama del pensiero formulaico alle esigenze e agli umori degli ascoltatori che di volta in volta si trovano davanti.
   Cosa accade, si chiede Ong a questo punto dopo aver delineato i fondamenti della psicodinamica dell’oralità, quando una cultura a oralità primaria si trova a costruire ‘naturalmente’ (cioè senza l’intervento esterno da parte di culture che hanno già tecnologicizzato la parola) «un sistema codificato di marcatori visivi» utile alla ‘rappresentazione’, più stabile nel tempo, di quella parola fino ad allora destinata ad esistere soltanto nello spazio sonoro e per un tempo estremamente limitato?
   L’impatto è enorme, ci risponde Ong, in quanto la scrittura ha il potere peculiare di modellare le menti e cambiarle, dotando gli esseri umani di nuove coordinate funzionali ad una percezione più articolata del mondo. «Il medium è messaggio» scandisce McLuhan; ogni medium presuppone/è una tecnologia che crea/determina la forma/contenuto del messaggio. E quale tecnologia più potente di quella della parola scritta che permette la riduzione/trasformazione del suono in spazio, che trasforma l’ora e qui in un sempre e dovunque, che separa e allontana il pensatore/parlante dal pensato/espresso e dall’ascoltatore?
   Platone, già parzialmente ‘ristrutturato’, suo malgrado e a sua insaputa, dal potere della scrittura che pure egli (scrivendo) aspramente critica, nel Fedro fa dire a Socrate, tra le altre cose, che la scrittura, fingendo di ricreare fuori dalla mente ciò che soltanto al suo interno può esistere, indebolisce la memoria. E non si può negare un fondo di verità a questa sua affermazione. Eppure è proprio tale ‘liberazione’ della mente dal fardello di un pensiero formulaico che ha fortemente favorito lo sviluppo del pensiero analitico. E’ la parola tecnologicizzata attraverso la scrittura e il suo sistematico insieme di norme che promuove al ragionamento analitico esplicativo: il poter vedere il pensiero incarnato in un supporto esterno al pensatore, il poter ritornare più volte su di esso, il poter prendere coscienza degli errori in esso contenuti così da correggerli. Come sarebbe possibile questo ri-pensare al pensiero affidandosi semplicemente a sequenze di formule fisse fugacemente espresse nello spazio dei suoni?
   Consapevoli di ciò, possiamo allora ripercorrere con Ong la storia del genere umano e accorgerci che quella storia (almeno a partire dal 1500 a.C., quando i Semiti inventarono l’alfabeto) è (anche) la narrazione di come l’uomo ha escogitato sistemi sempre più sofisticati per tecnologicizzare la parola, così da accrescere il suo potere di definizione e manipolazione del mondo.
   Non bisogna comunque credere che la scrittura abbia ‘attaccato’ le menti dei suoi utilizzatori spazzando via in un solo colpo l’intero pensiero a carattere formulaico della tradizione orale. Piuttosto si può facilmente constatare il contrario: l’azione modellatrice della scrittura, la sua interiorizzazione, è stato il risultato di un processo lento continuato per secoli, se non addirittura per millenni. «La vista si può spesso ingannare, l’udito serve come garanzia», affermava ad esempio S. Ambrogio di Milano nel suo Commentario a Luca, e la sua massima ben ritrae l’attitudine di una cultura che pur saldamente chirografica (siamo ormai verso la fine del V secolo) ancora conservava forti residui di pensiero orale. Era una cultura all’interno della quale pochi individui (i ‘letterati’, i detentori di potere) elaboravano su carta pensieri il più delle volte strutturati ad imitazione di quelli espressi oralmente, e molti altri individui (il popolo, gli illetterati) guardavano alla scrittura (quando ne conoscevano l’esistenza) come a un macchinoso (e forse magico) strumento di riproduzione dei pensieri di ben scarsa utilità nella pratica quotidiana.
   Né si può affermare che la disposizione mentale verso la scrittura fosse molto diversa durante il Medioevo o buona parte del Rinascimento. Certamente la logica, l’arte retorica, e quella del narrare ebbero grande sviluppo (e questi sono probabilmente gli effetti più vistosi dell’influenza della scrittura sull’articolazione del pensiero), ma le culture manoscritte continuarono ad far uso del materiale scritto in maniera quasi esclusivamente sussidiaria all’ascolto, rimanendo così sempre largamente orali-aurali. E’ stata la stampa a caratteri mobili ─ la seconda forma di tecnologia della parola ─ a segnare nel XV secolo la più vistosa rottura psicologica sull’ordine precedente, e a fornire l’impulso essenziale per rafforzare lo spostamento dall’orecchio all’occhio già intrapreso dalla mente.
   Se infatti la scrittura alfabetica riesce (quasi perfettamente) a suddividere la parola negli equivalenti spaziali delle unità fonetiche, la stampa fa ben di più: fissa le parole nello spazio visivo. Questo accade perché i caratteri alfabetici mobili preesistono alle parole che essi andranno a formare e suggeriscono, in modo ben più vistoso di quanto poteva accadere in una cultura chirografica, l’idea che le parole siano cose, unità visive la cui esistenza e posizione sono accuratamente calcolate e interne allo spazio della pagina. E’ questo modo nuovo di ‘vedere’ le parole che favorisce la scrittura di eventi verbali visivi del tutto assenti nelle culture orali e scarsamente sfruttati nelle culture chirografiche.
   Si sviluppano così le liste (cataloghi, elenchi) che vengono impiegate per le classificazioni di individui/attività; gli indici alfabetici, che favoriscono la correlazione (mentale) tra informazioni e ‘luoghi’ (spazi) dei testi a stampa; le etichette/insegne non iconiche che servono ad identificare titoli di libri, frontespizi, classi di oggetti; i dizionari e le enciclopedie, che integrando i concetti di lista e indice, costruiscono nello spazio del testo liste ordinate di definizioni/informazioni. Ed è chiaro che liste, indici, etichette e dizionari sempre più svincolarono la parola dal suo aspetto fonico e pretesero una riorganizzazione spaziale (mentale) dei dati di esperienza.
   Così come era già successo alla scrittura, anche la stampa ha impiegato del tempo per spazzare via l’elaborazione aurale. Ma la maggior leggibilità dei testi stampati (e la conseguente maggior rapidità di lettura), così come la meccanizzazione del processo di riproduzione accelerarono di molto la diffusione della parola spazializzata e inaugurarono una fase più adulta del pensiero analitico. Basti pensare, ad esempio, che l’esattezza della riproducibilità di asserzioni verbali e visive (disegni, schemi) permessa dalla stampa portò all’avvento di quella scienza moderna che riusciva per la prima volta a correlare un’esatta osservazione degli oggetti e dei complessi processi sottoposti ad indagine con una loro esatta descrizione tanto verbale che grafica. E si deve pure alla cultura della parola dello spazio visivo una forma di narrativa-specchio del mondo ─ la novel, il romanzo moderno così come noi lo conosciamo ─ in cui il plot, l’intreccio, si libera dai vincoli imposti dalla necessità di ripetere-per-conservare-il-sapere, tipico delle narrazioni orali, e si incanala lungo le nuove direzioni dischiuse dal pensiero analitico (quali le trame lineari con climax o le trame enciclopedico-pulviscolari che mimano la struttura-caos del mondo); in cui i personaggi "a tutto tondo", quelli che sono sulla base di ciò che pensano, si sostituiscono agli eroi "piatti" della cultura orale, inevitabilmente definiti in base a ciò che fanno.

  In  Oralità e scrittura Ong, per sua stessa ammissione, non può che delineare tendenze. L’indagine degli oralisti è relativamente recente, l’irruzione della scrittura e poi della stampa nella cultura un tempo orale determina conseguenze difficilmente identificabili/esplorabili nella loro interezza e complessità. Ed è con tale intento proteso ad aprirsi verso nuove strade di ricerca che Ong si/ci pone un interrogativo: la scrittura ha prodotto un mutamento della percezione dall’orecchio all’occhio; la stampa ha intensificato/completato tale spostamento; cosa accade ora in noi, nelle nostre menti modellate dalla più recente forma di tecnologia della parola, quella elettronica?
   Innanzitutto, l’elaborazione elettronica, massimizzando l’affidamento della parola allo spazio e al movimento, ottimizzando la sequenzialità analitica e rendendo la trasmissione dei testi pressoché immediata ha favorito ulteriormente la diffusione della parola spazializzata. Inoltre, i mezzi di comunicazione di massa, figli della tecnologia elettronica, hanno condotto la cultura tipografica verso una nuova forma di oralità, quella che Ong definisce «secondaria». Tale oralità, simile per molti versi a quella primaria nel ri-creare un pensiero quasi-formulaico e un senso comunitario di appartenenza al gruppo (basti pensare agli slogan pubblicitari o a quelli politici), è però più deliberata e consapevole, essendo permanentemente basata sull’uso della scrittura e della stampa.
   Ong non si spinge oltre nell’analisi di un fenomeno che egli sente come troppo vasto per essere trattato nel suo libro, e lascia ai lettori (e ad altri suoi libri) il compito di esplorare più a fondo le interazioni tra oralità e le più recenti forme di tecnologia della parola. Ma ora, a più di dieci anni dalla pubblicazione di Oralità e scrittura, non si può non constatare la giustezza della direzione indicataci da Ong. La proliferazione dei media ci ha portato sempre più alle soglie del «villaggio globale» postulato da McLuhan. Questo è l’amalgama di libri e giornali e telefoni e radio e televisori e cinema e ri-produttori/ri-creatori di suoni e immagini, ma, anche e soprattutto, è/sarà l’insieme di comunicazioni computerizzate on-line e di ‘ambienti artificiali/virtuali’ che sempre più scalzeranno il primato finora detenuto da una comunicazione (spesso a senso unico) prevalentemente orientata sull’asse acustico-visivo e favoriranno una comunicazione-interazione tesa ad un coinvolgimento dell’intero apparato sensoriale umano. E tale intreccio di comunicazioni multimediali ci sembra ideale per estendere gli orizzonti dell’oralità secondaria in cui già siamo immersi, e per rivitalizzare quel feed-back immediato tra produttore e ricevente che la parola scritta aveva relegato in second’ordine, separando nel tempo e nello spazio l’atto della produzione da quello della ricezione.

   Un’ultima osservazione ci sembra qui opportuna. Ong, membro di una cultura figlia di sofisticate tecnologie della parola, non può evitare di compiacersi, qua e là nel testo, della sua cittadinanza nel villaggio globale elettronico. Egli ci dice che l’oralità non è un ideale, né lo è mai stato. «Accostarsi ad essa in maniera obiettiva» scrive a conclusione del suo libro, «non significa augurarla ad alcuna cultura come condizione permanente. La scrittura apre alla parola e all’esistenza umana possibilità inimmaginabili senza di essa.» La filosofia, la letteratura, la scienza non esisterebbero senza la possibilità di demandare a una memoria artificiale ─ sia essa la tavoletta d’argilla, il papiro, un foglio di carta o la memoria di un computer ─ il compito di custodire la sterminata mole di frammenti di conoscenza che una memoria umana non potrebbe mai, da sola, contenere.
   D’altro canto, tale consapevolezza non ci deve condurre ad affermare la supremazia della cultura chirografica e tipografia su quella orale. «L’oralità non è disprezzabile» scrive ancora Ong; «essa può creare opere al di là della possibilità degli alfabetizzati». Quindi, non c’è primato dell’una o dell’altra forma di comunicazione verbale. Dobbiamo ‘interiorizzare’ l’idea che ciascuna di esse assolve a particolari esigenze comunicative. E dobbiamo pure imparare a intendere più a fondo i legami che congiungono strettamente l’una forma all’altra ─ e Oralità e scrittura è senza alcun dubbio un notevole contributo in tal senso ─ perché, come lo stesso Ong afferma, «le dinamiche oralità-scrittura sono parte integrante della moderna evoluzione della coscienza verso una maggior interiorizzazione e anche verso una maggiore apertura.»

[Walter J. Ong – Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, Il Mulino, 1986. – [Ed. orig. Orality and Literacy. The Technologizing of the Word, London & New York: Methuen, 1982.]

 

 

 

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