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Sergio Cicconi

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La scoperta dell’anima

 

Ancora una donna, l’ottava, da quando ha cominciato ad uccidere. Ma questa volta anch’io gioco il mio ruolo, i miei occhi hanno visto, io ero lì nella sala rotonda al secondo piano. Vetri attorno, specchi in cui la mia immagine si moltiplica, si perde in labirinti. Camminavo, come le altre volte, mi piace percorrere queste sale vuote, quando i negozi sono già chiusi e i miei passi risuonano sui pavimenti sporchi di impronte, macchiati di liquidi. Camminavo, solo, lentamente, e vedo spuntare la donna, come una visione. Silenziosa, quasi emersa dagli specchi. Bionda, alta, il suo corpo sinuoso che si allontana da me, verso le luci, i riflessi percepiscono i suoi movimenti, la duplicano.
Allora vedo questa figura scura apparire d’improvviso, un uomo sfigurato, o senza volto, o con un volto che non riesco a catturare. Scivola verso di lei e lei non se ne accorge, io mi avvicino, guardo non visto. La figura scivola verso di lei, un braccio ruota verso l’alto, comincia una danza col coltello in mano, afferra la donna e insiste con la lama su di lei, mentre lei urla, mentre il sangue spilla da lei come un torrente luminoso, la ricopre come un manto purpureo. Il coltello entra veloce nelle nuove aperture della carne, ne esce, ripete ancora e ancora l’esecuzione dell’affondo.
Guardo, riparato dietro una colonna, incapace di distaccarmi dalle immagini di lei che urla, lei che si accascia a terra a bere i suoi liquidi, lei immobile ormai, priva di vita. L’assassino ha compiuto il suo rituale. Nessuno in giro, io soltanto ho assistito all’evento, l’assassino si muove, cerca attorno a noi qualcuno, ma soltanto io ho visto, solo io ero presente.
Li seguii. Li vidi muoversi come un solo corpo. Lei nelle sue braccia, il suo corpo dondolare, i capelli biondi che sfiorano i pavimenti. Li seguii lungo le strade buie, fino al covo dell’assassino, il luogo dove lo vidi scaricare il corpo nella gabbia, la donna nella gabbia. Poi lo vidi tornare lungo le strade, usare la notte e le strade per nascondere la gabbia. Scostare le pietre del selciato, ammucchiarle di lato, scavare un foro nella terra, gettare la gabbia nel foro, usare la notte e le pietre per nascondere la gabbia che nascondeva il corpo.
Fu allora che mi vide, forse vide la mia ombra, non so, non ha più importanza ora. Ricordo i suoi occhi, non la sua faccia. Fuggo veloce, fuggo nella notte e non odo i suoi passi rincorrermi, ma so che la memoria dell’assassino ha catturato il mio volto e che presto sarà su di me per ripetere la danza del coltello, per eliminare i miei occhi che hanno visto. Corro fin quando raggiungo la porta della mia casa.

 

Giorni dopo, la paura ancora mi abita. Ho parlato con la polizia; l’investigatore a cui il caso è affidato si affida a me sperando invano nella mia capacità di identificare, riportare, porre fine a questo. Mi chiama al telefono, assieme camminiamo nella strada dove una nuova gabbia è stata ritrovata.
Camminiamo e l’uomo fa domande, aspetta da me risposte che io non posso dare. La folla è attorno alla gabbia, curiosa. Uomini della polizia contengono a fatica i corpi della folla. Le strade pullulano di movimenti. I venditori di spezie chiamano i clienti e mostrano la merce nei mantelli colorati aperti a terra. Mi sorridono, con la stessa felice espressione dei venditori di droghe che incontriamo nelle strade più buie e più vicine al covo dell’assassino. Non ricordo bene, cercare di ricordare è come affrontare le complessità di un labirinto. Scendiamo scale, saliamo strade, saliamo scale. Il sole emerge a tratti, spicca nell’oscurità, illumina i ciottoli a terra, li infiamma come pepite d’oro. Quale, tra queste rocce, nasconde altre gabbie, altri corpi?
L’investigatore mi sorveglia, mi protegge. Altri uomini della polizia si muovono invisibili attorno a noi. L’assassino uccide donne, solamente donne, dice l’investigatore, non devo preoccuparmi. Eppure so che è in cerca del mio corpo, in cerca dei miei occhi che sanno, che hanno visto. D’altra parte, un dubbio mi prende e non mi lascia lungo il cammino: l’assassino sa che io non posso identificare i tratti del suo volto, sa che non potevo vedere. Perché mi cerca allora, perché ho la sensazione di sentire l’eco dei suoi passi seguire il suono dei nostri passi, ora che scendiamo, ora che frammenti di ricordo riaffiorano e mi indicano percorsi?
Ci avviciniamo al suo covo. Lo so, ora lo so. Infatti riconosco la casa. Quella.
Se è donne che vuole, perché sento il suo fiato su di me? Il dubbio non mi abbandona quando entriamo nella casa, quando troviamo le gabbie, le catene, macchie di sangue, la stanza vuota e, nella stanza, lo specchio che riflette i nostri corpi. Perché io? mi chiedo, ma non c’è tempo per pensare; la rivelazione è come un lampo di luce che invade l’oscurità della stanza. Nello specchio ammiro la trasformazione, contemplo i tratti armoniosi del mio volto, i miei capelli biondi e lunghi, le mie labbra sottili, i contorni del mio nuovo seno nascosti dal vestito. Nello specchio ho il tempo di incontrare gli occhi dell’investigatore, occhi che ho già visto, occhi che mi aspettavano, occhi che appartengono a un volto oscuro, sfigurato in un nulla che d’improvviso comprendo.
La lama del suo coltello luccica alle mie spalle, il suo riflesso affonda nel riflesso del mio corpo mentre io esprimo il dolore col mio urlo, e il sangue spilla caldo via da me, e mi inonda, ancora e ancora, fin quando la mia mente diventa muta, il mio corpo…