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Gradazioni di rosso

 

Siamo già a metà strada sul dorso della montagna; tira vento. Indico la cima del picco di fronte a noi.
«Credi farà freddo lassù?» chiedo.
«Non so, forse» dice, poi mi lancia un’occhiata rapida e sposta lo sguardo dal mio dito alla montagna.
«Non è alta però» dico.
«È più di quel che sembra da qui. Da quaggiù sembra più bassa.»
«Chissà se farà freddo lassù» ripeto.
Restiamo immobili, rivolti verso la cima; contempliamo la sua forma strana.
«Non ti sembra un uncino rotto?» chiedo.
«A me sembra più la zanna di un leone marino. È proprio come una zanna di leone marino.»
«Così rossa?»
«E l’uncino tu dove lo vedi? Ti sembra un uncino quello? Se quello è un uncino può anche essere una zanna di leone marino.»
«Mah…!» dico. Rimaniamo in silenzio per alcuni secondi.
Mi volto verso di lui. «Che ora è?» chiedo.
«Quasi le sei. Se vogliamo arrivare in cima dobbiamo sbrigarci!»
«Bè, arriviamo col buio in ogni caso.»
«Se ci sbrighiamo ce la facciamo prima che venga buio. Vorrei essere lassù prima che faccia notte.»
«Sì…» rispondo. Però non voglio correre. In effetti non mi importa se arriviamo al rifugio stasera; mi piace dormire all’aperto, col cielo e le stelle sopra di me. Non ho voglia di correre.
Lanciamo un’ultima occhiata al monte prima di riprendere il cammino. Guardo anche in basso, alla valle ondulata sotto di noi. È come trovarsi immersi in un mare denso di inchiostro rosso. Forse per via di quei cespugli fitti dalle foglie rosse; o per la terra rossastra e le rocce. Anche l’erba ha tinte secche, verdi pallidi sbiaditi nel giallo.
«È bello da qui eh?» dico.
«Sì, ma quelle foglie fanno un po’ impressione. Non avevo mai visto delle piante con foglie così rosse…»
«È che ce ne sono tante! È quello che fa impressione.»
«Mai capitato di vederne di così rosse!» ripete.
Riprendiamo gli zaini, ce li carichiamo sulle spalle. Continuiamo a salire e camminiamo per un po’ lungo il sentiero; di tanto in tanto tagliamo le curve procedendo tra erba e sassi.

 

Più tardi raggiungiamo le scale. Non le avevamo notate prima; ci fermiamo lì vicino. Le scale spariscono giù, in qualche punto a valle. Vanno su, verso l’alto, probabilmente conducono al rifugio. Sono strane in un posto come questo. Sono costruite con pietre irregolari appoggiate l’una vicina all’altra. Le osserviamo, ci riposiamo. Dopo qualche minuto ricominciamo a salirle senza dir niente, i nostri passi sono lenti e misurati dalla larghezza delle scale.
«Queste scale sono incredibili!» dice dopo un po’ che saliamo. «Non capisco perché hanno messo queste scale proprio qui.»
«C’è il rifugio in cima. Comunque nessuno ci obbliga a salirle. Se non ti va possiamo anche camminare sull’erba.»
«No, no, va bene qui, con queste si fa prima. È solo che non capisco chi gliel’ha fatto fare di metterci tutte queste scale!»
«È un modo come un altro di fare qualcosa. C’è chi le scale le fa e c’è chi le sale. È un modo come un altro…»
«Non mi pare dei più geniali! Soprattutto qui. A che servono qui? Per salire? Ma se volevano metterci qualcosa per salire potevano anche metterci una funivia; una funivia era più pratica no?»
«Così è più divertente però» dico, lo guardo.
«Però non è economico! E poi sai che fatica che hanno fatto!»
«E che ti frega dell’economia? Le scale mica ce le hai messe tu. Saliamo le scale; che ti frega dell’economia?»
«Niente, ma…»
«Allora siamo a posto. Saliamo le scale. Al diavolo con l’economia!»
«Però non è logico.»
«Al diavolo con la logica! Sali le scale e al diavolo!»
Mi guarda di traverso, posso leggere l’incertezza nei suoi occhi. «Sei scocciato?» chiede.
«Non sono scocciato; sto solo provando a salire queste dannate scale! Solo questo…»
Non dice altro. Mi guarda ancora, poi finalmente si gira verso le scale. Continuiamo a salire; le nostre scarpe sollevano sbuffi bassi di polvere rossastra trascinata dal vento sulle scale. Non è spiacevole camminare. Il cielo è molto azzurro, molto luminoso; non ci sono nuvole, solo un vento leggero e questa valle rossa e le montagne attorno.

 

Le scale tracciano una linea più chiara nel rosso, salgono fino alla base della punta e scompaiono dietro, non si vedono da qui.
«Chissà a che servono?» dice ancora.
«Le scale?»
«Già. Chissà a che servono quassù?»
«Se vuoi camminiamo sull’erba.»
«No, no, te l’ho detto, qui va bene. Solo che ancora non capisco a che servono.»
«Per salire» dico. «Anche per scendere. Dipende.»
«Va bene, va bene, ho capito. Accidenti alle scale!»
«Al diavolo!» dico. Alzo un braccio mentre cammino.

 

Mezz’ora dopo stiamo ancora salendo le scale. È faticoso ora, non sono sicuro che mi piacciano molto ora. Mi prude un orecchio, ho voglia di bere un goccio. Sgancio la borraccia, tolgo il tappo, bevo a lunghi sorsi e l’acqua scende fresca nel mio stomaco.
«Ne vuoi?» gli dico. Lui ruota la testa verso di me, annuisce.
«Sì, dammene un goccio» dice. Ne beve un buon goccio.
«Oh, va meglio adesso» dice. Mi restituisce la borraccia e sorride.
«Ti va di parlare?» chiede.
«Delle scale?»
«Al diavolo con le scale!»
«Allora parliamo.»
Esita prima di cominciare. «Perché sei voluto venire con me?» chiede.
«Non dovevo?»
«No, non è questo. Voglio dire… vorrei parlare con te. Non… insomma, sai quello che voglio dire. Non ti importa di quello che è successo?»
«Cosa?»
«Di me e di lui… Non ti importa di questo?»
Mi fermo un momento. «Tu credi che non mi importi?» domando, gli lancio un’occhiata veloce che lui evita di cogliere.
«No, non lo so. Appunto chiedevo…»
«Ecco. Allora me ne importa.»
«E perché mi hai invitato allora? Voglio dire, perché siamo qui adesso?» Ora è lui a cercare i miei occhi. Ci fermiamo ancora.
«Siamo amici no?» dico.
«Sì, ma come puoi…»
«Non vedo il nesso» dico. Di nuovo lui si gira verso di me, mi guarda, i nostri occhi si incontrano per un istante. I suoi occhi sono socchiusi per via della luce del sole diretta che gli cade sul viso. Riprendiamo a salire le scale.
«Quella è un’altra cosa» dico. «Qui saliamo queste dannate scale per arrivare in cima» indico la vetta. «Quella è un’altra faccenda.»
«Ma come un’altra faccenda? Come puoi dire che quella…»
«Qua ci siamo solo noi no? Lui non c’è adesso. Siamo amici, e lui adesso non è qui, né con te né con me. Quella è un’altra faccenda.»
«Sì, va bene, ma io e lui…»
«È qui con noi adesso?»
«No, però…»
«Non c’è. Allora quella è un’altra faccenda.»
«Ma come fai a dire che quella è un’altra faccenda? Siamo qui, io e te, e lui… Come fai a dire che…»
«Quella è un’altra cosa ti dico!»
Si ferma di nuovo. «Se non ti va di parlarne puoi anche dirlo.»
«Ok, non mi va di parlarne. Va bene adesso?»
«Bè…»
«Non mi va di parlarne. Non c’è niente da dire. Le cose stanno così. Non c’è niente che possiamo fare per cambiarle.» Allargo le braccia. «Ha scelto te, e io non posso farci niente. Poteva restare con me, ma non l’ha fatto. Non posso farci niente. Se stava con me eri tu a starci di merda ora. Ha scelto te, di merda ci sto io. Così vanno le cose. Cosa c’è da dire? Niente.»
«Ma tu mi hai invitato qui. Io credevo che volessi stare da solo con me così potevamo parlare!»
«Non c’è più niente da dire. Ti ho invitato perché siamo amici. Questo è tutto.»
«Va bene, se non ti va di parlarne non ne parliamo» dice.
«Bene, non ne parliamo. Non c’è niente da dire.»
Per un po’ camminiamo in silenzio. Non abbiamo parole da aggiungere. I minuti sono riempiti dai suoni leggeri prodotti dai nostri passi sulle scale. Ogni tanto insetti ci ronzano attorno alla testa per attimi, ci esplorano e subito volano via. Il resto è silenzio. L’aria è fresca.

 

Lentamente la pendenza delle scale cambia, diventa più dolce perché c’è un tratto di salita più lieve. Le scale sono anche più larghe ora, è come se la montagna volesse finire lì, alla base di quel picco di fronte a noi.
«Da qui non sembra più una zanna di leone marino» dice d’improvviso; la sua voce è più rilassata ora. «Sembra soltanto una montagna strana, molto stretta.
Annuisco. Ci voltiamo indietro, verso il percorso già fatto, alle scale che scendono giù fino a valle. Così rossa è molto strana; è come essere in un altro pianeta, un mondo diverso. Marte.
«Accidenti com’è rosso!» dico.
«Hai visto le scarpe?» dice. Guardo le scarpe: uno strato di sottile polvere rossa le ricopre. Sono così rosse che si confondono quasi col terreno. Le sbatto forte contro i gradini e alzo sbuffi rossi.
«Si sta facendo notte» dico. Il cielo comincia a tingersi di arancioni diversi, azzurri cupi e strisciate di giallo. Il sole è ormai a metà dietro la cresta di un monte. I colori sono molto netti, asciutti, poco filtrati dall’atmosfera.
«Siamo già alti eh?» dico.
«Abbastanza.»
«Ci conviene fermarci qui per stanotte.» Lo guardo, sorrido. «Al rifugio ci arriviamo domattina. Non è prudente salire col buio.»
Lui non risponde subito. È catturato dall’ultima fetta di sole che scompare; i suoi occhi sono socchiusi. «Va bene, fermiamoci qui» dice quasi in un bisbiglio.»
Per un po’ cerchiamo un posto pianeggiante per la tenda.
«La possiamo mettere lì» dico quando vedo un punto adatto vicino alle scale. Lui annuisce. Ci togliamo gli zaini. Apro il mio ed estraggo la tenda.
«Comincia a far fresco eh?» dico, di nuovo apro lo zaino, cerco il maglione pesante, me lo infilo.

 

Quando abbiamo montato la tenda è già praticamente notte. C’è una luna piena che illumina intorno. La valle è come risplendente, le montagne sembrano impregnate di rosso intenso. Anche di notte, col bianco della luna, la valle emana riflessi rossi.
«Facciamo un fuoco?» chiedo.
«Con cosa?»
«Con quei cespugli lì» indico i cespugli rossi attorno a noi, le foglie rosse. «Sono così rossi che sembrano già accesi.»
Annuisce. Ne raccogliamo una decina senza fatica strappandoli direttamente con le radici. Le foglie sembrano molto secche, ruvide.
«Secondo me non bruciano» dice.
«Ma se sono secchi!»
Li accatastiamo l’uno sull’altro, in una sorta di semicerchio. Dalla tasca estraggo la scatola dei fiammiferi, accendo un tovagliolo di carta e lo infilo alla base del mucchio di cespugli. Immediatamente prendono ad ardere, scoppiettanti, con poco fumo, si dissolvono nelle fiamme.
«Hai visto come prendono?» dico.
Annuisce, dice «Ce ne vogliono altri però…»
Andiamo a prenderne altri, li appoggiamo sull’erba, per terra vicino al fuoco. Ci sediamo, ogni tanto ne lancio uno sulla fiamma per ravvivarla.
«È bello qua eh?» fa lui.
«Già» dico. Lui ispira molto forte l’aria fresca della notte, distende le braccia in alto, coi pugni chiusi. Mi alzo, vado verso lo zaino e apro una delle tasche. Torno con una busta di cuoio lunga e stretta. Mi siedo.
«Cos’hai lì?» chiede.
«Un coltello.» Lo sfilo dalla custodia, lo afferro per il manico con la lama rivolta verso di lui. «È un regalo» dico. Glielo mostro, glielo porgo.
«È un bel coltello» dice lui. La lama splende, quando la inclina vi si riflette una scheggia di luna. Guarda il coltello per un po’, poi me lo restituisce. Io afferro uno dei cespugli rossi e col coltello ne taglio via la cima con un colpo solo, netto e preciso.
«Accidenti come taglia!» dice.
«L’ho fatto affilare quando ho saputo che venivamo quassù» dico, gli lancio un’occhiata rapida.
«Può essere utile» aggiungo.
Lui mi guarda, apre la bocca come per dire qualcosa, ma poi si ferma, non dice una parola.
So che vuole parlare ancora. Rimango in silenzio e continuo a tagliare pezzi del ramo con colpi sicuri. Mi piace usare il coltello. I pezzi di ramo schizzano via attorno a noi. Il fuoco gli lancia sul volto ombre guizzanti. Abbiamo tempo per parlare, per dirci quello che dobbiamo. Abbiamo tutta la notte.