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Le fasi del silenzio

 

Tre mesi fa i Punitori mi hanno tagliato la lingua. Da allora ho perso il contatto con il mondo dei vivi, con il mondo di coloro che fanno del silenzio una scelta e non, come me, una condizione inevitabile.
Ho amato la parola e l’arte del parlare e vengo ora punita per aver tentato invano di usare contro i Punitori le armi che i Punitori più temono: le parole. Ora mi hanno resa innocua, mi hanno trasformata in un essere muto e invisibile. Ora posso solo ascoltare, provare emozioni per il mondo attorno che riesce ancora ad esprimersi malgrado tutto, nonostante la presenza dei Punitori. Ma mi è per sempre precluso dar corpo a idee e pensieri, e l’urlo della mia mente non potrà mai più trasformarsi in suono.
Ma la punizione mi ha lanciata in un silenzio ben più profondo di quello impostomi dalla mancanza di voce. L’ingiunzione dei Punitori mi impedisce qualsiasi contatto con i normali. La tunica che sono costretta a indossare è il marchio inconfondibile della mia colpa e il segno della distanza. Nessuno può avvicinarmi; non devo avvicinare nessuno. Non posso far gesti né rivolgere lo sguardo verso qualcuno per richiamare l’attenzione su di me; non mi è neppure concesso di atteggiare il volto in un’espressione che mostri la mia paura e l’angoscia che mi tormenta. O meglio: posso farlo. Ma ogni mia azione è ormai come un segnale di luce lanciato contro un muro nero e invalicabile: ogni mio gesto, ogni mio tentativo di comunicare è destinato a perdersi nel nulla. Per gli altri è come se fossi già sparita, morta. Quando vedono la mia veste nera sanno che non è possibile far più nulla per me. Qualsiasi tipo di reazione alla mia presenza potrebbe essere fatale per loro. Chiunque potrebbe essere una spia, uno dei Controllori, addirittura uno dei Punitori. Amano nascondersi tra la folla. O almeno questo è ciò che si dice, o probabilmente ciò che i Punitori stessi sono riusciti a farci credere. Ma la possibilità che anche uno solo tra i Punitori possa aggirarsi tra noi basta a scoraggiare qualsiasi iniziativa. Un solo gesto, un’occhiata di comprensione, sarebbe sufficiente a decretare la condanna. Il rischio di essere visti è troppo alto. Gli altri non possono sprecare le loro vite per così poco; non vogliono precipitare nel mio stesso buio, nel silenzio.
  
Così da tre mesi non esisto.
Le ultime parole rivoltemi sono state quelle dei Punitori nei momenti precedenti l’inizio della pena, prima di mozzarmi lentamente la lingua. Mi hanno comunicato la condanna, poi uno di loro mi ha esposto con voce pacata i particolari che arricchiscono la pena di elementi crudeli. Ho scoperto che non c’è relazione tra l’entità della mia colpa e la durata della punizione. La condanna a vagare come uno spettro può essere reversibile oppure no; può durare un mese ancora, oppure soltanto un giorno. O settimane forse, o anni, o il resto della mia vita. Ma non mi è dato di saperlo.
La durata della pena è scritta nel Libro delle Punizioni esposto al pubblico nell’atrio del Palazzo dei Punitori. In tal modo, quelli che ancora sono capaci di leggere, quelli che mi conoscevano e sanno della mia punizione, possono soddisfare la loro curiosità inutile e morbosa. Ma non hanno la facoltà di comunicare con me e rivelarmi se la mia è una condanna a vita o soltanto di pochi giorni ancora. E qualsiasi mio tentativo di leggere nel Libro sarebbe punito con la morte, una morte atroce e lenta, che potrei leggere descritta sotto il mio nome e la durata della pena.
Così la pena del silenzio è completa e perfetta nella sua crudeltà. Punita nel corpo, non mi è neppure concessa la pace della rassegnazione. Posso ancora illudermi e sperare che la condanna abbia una fine e che entro breve potrò finalmente gettare via questa cappa nera che mi avvolge fino alle caviglie e tornare di nuovo a vivere una vita normale. O quasi.
Spesso penso al suicidio come alla sola possibilità di fuga. La morte come soluzione, la sola forma di pace che mi è ancora possibile scegliere. E prima di morire darei scacco ai Punitori, rifiutando il mio ruolo in quel gioco di speranze, illusioni e paure che mi hanno finora imposto. Trasgredirei le loro assurde regole, mi lancerei verso il Libro, saprei finalmente la durata della mia condanna, conoscerei il destino che mi è stato riservato per questa mia nuova colpa, e poi mi ucciderei lì davanti a loro in qualche modo veloce e indolore, prima che loro possano usarmi di nuovo per soddisfare i loro piaceri…
Ho pensato spesso a questo. Ma non è così semplice. Non è facile trovare la forza. Non è facile ignorare il fatto che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo della pena. Come rifiutare questa possibilità? Come eliminare la speranza? E cosa sarebbe in fondo il mio suicidio per i Punitori se non una variante già prevista della punizione studiata per me?
   
Un incubo torna ricorrente ad ossessionarmi le notti. È un sogno cattivo. Nel sogno varco le soglie del Palazzo dei Punitori, mi accosto al Libro senza che nessuno noti la mia presenza. E lo apro, sfogliandolo in cerca del mio nome. Lo trovo. Ma quando finalmente ce l’ho sotto gli occhi, gli occhi corrono subito alla data che segna la fine della pena, e allora, sempre a questo punto, è la rivelazione: sono all’ultimo giorno di punizione! Allora l’angoscia mi scuote il cuore, stringe strizza spinge, si apre un varco. Così  apro la bocca, la apro bene, è uno sforzo disperato che mi costringe, la apro ancor di più, spalancata, cerco di urlare, ma non escono suoni. Niente. E invece ecco sgusciarmi dalle labbra una lingua enorme e rossa e lucida di saliva, grande e lunga, quasi mi impedisce il respiro. Saetta nell’aria senza che riesca a controllarne i movimenti, guizza come un  animale viscido. Un serpente vivo e malvagio.
Con le mani la afferro, la tiro, provo a strapparla, la spingo cerco di ricacciarla dentro, arrotolarla e riportarla all’interno della bocca, ma mi sfugge dalle dita. Scivola scappa, mi sfugge. Ed è a quel punto, mentre scuoto la testa, in alto e in basso, in alto, la scuoto, e l’aria mi manca, e percepisco il pulsare violento del sangue alle tempie, è a quel punto che vedo scendere le guardie dalle scale del Palazzo, avvertite della mia presenza vicino al Libro dal bracciale elettronico sigillato al mio polso. Provo a urlare ancora, perché quello sguardo furtivo al Libro mi ha concesso di sapere il necessario, il tempo l’ho avuto, quel che basta, ho letto nel Libro la mia nuova condanna. Condanna orribile: mi trascineranno nella Sala delle Pene per la Tortura dei Liquidi.
Reagisco come farebbe un animale: d’istinto. Non rifletto, non sono capace di cogliere l’inutilità del mio gesto. E provo a scappare lontano dalle guardie. Ma la lingua mi saetta addosso, mi copre gli occhi e mi annoda le caviglie, e dopo pochi passi inciampo e cado a terra e subito mi raggiungono le braccia rudi delle guardie. Mi afferrano e mi stringono forte. Mi trascinano via.
Il mio urlo mi sveglia; mi trovo nella mia branda, sudata, atterrita, con la bocca spalancata in cerca d’aria, con le mani che annaspano nel buio davanti alla mia faccia per cercare di strappare quella lingua lucida ormai invisibile, la lingua, la lingua che nel sonno mi riempiva la bocca.

Nei primi giorni della pena ho preso a vagare tra la folla. Sgomenta. Ore, giorni, settimane. Nessuna ragione per continuare.
Lentamente attraversavo le vie della città, superavo i ponti sui canali, mi soffermavo molto a lungo ad osservare il movimento delle luci spezzate nell’acqua o quello dei rami scossi dal vento. Quello dei rami riflessi nell’acqua. Quando ero stanca mi sedevo da qualche parte. Era il freddo a forzarmi a riprendere il cammino. Senza meta.
Per ore scrutavo la gente. Mi camminavano attorno, mi ignoravano. Sentivo il suono dei loro passi. Potevo annusarli. Li vedevo camminare. L’incedere tranquillo di chi non sa di essere osservato. Ciascuno sembrava avere una direzione precisa, un’attività, uno scopo, un senso. Il freddo condensava i respiri nell’aria. Anche il mio: la sola cosa che sarebbe potuta mai uscire dalla mia bocca ormai, uno sbuffo bianco, una nuvola vuota. Contavo teste e corpi, ero investita da frammenti di voci e grida intorno. Vedevo bocche aperte in sorrisi, davo a quei sorrisi e quelle bocche un volto. Distillavo le frequenze di ciascuna voce, erano suoni che mi venivano incontro e si allontanavano, suoni meravigliosi, dolci e incredibili, così semplici, così normali.

I giorni sono passati via. Giorni, settimane. Quelle passeggiate mi tenevano vicina al mondo. Quei giorni erano il mio solo legame con il mondo. Ma dopo troppi giorni, dopo settimane che traboccavano di silenzio, anche il passeggiare ascoltando e guardando e spiando ha perso significato. La noia mi ha preso, catturato, si è impossessata di me. Dentro. Non esistevo per gli altri. I giorni si ripetevano uguali. Uno dopo l’altro, uno dopo l’altro, uno dopo l’altro. Cosa fare? Come può trascorrere il tempo un essere invisibile?
Poi è salita anche la paura. La paura è bianca, pesante. Una nebbia fredda. A volte, mentre ero per le strade, specialmente quando il sole spuntava d’improvviso e una fiammata di luce investiva gli oggetti e ogni persona, mi sono scoperta la paura addosso. Guardavo attorno con troppa attenzione. La testa la muovevo a scatti. Come macchina inceppata. Un automa. Una bambola. I particolari, erano quelli a preoccuparmi. I particolari a poco a poco diventavano più accessibili: spigoli, bordi, fenditure, superfici complesse emergevano alla mia vista, i miei occhi erano lenti d’ingrandimento, cristalli acutissimi di microscopio. Vedevo oltre. Profondamente. Tutto. Il mondo mi esplodeva davanti, grande, gigantesco, carico. Intuivo tutto. Ogni cosa mi riempiva la mente. In quei momenti gli oggetti emanavano fragranza acide e forti, luci speciali, una brillantezza, un colore poco noto. Mi parlavano, le cose. Troppo…
È per quello che ho cominciato a spaventarmi. Era la voce dei particolari. Il richiamo dei particolari.
L’urlo dei particolari si è fatto più frequente, più astuto col passare dei giorni. Sempre più insistente. Sempre più ho avuto la sensazione di essere incapace di muovermi. Gli oggetti diventavano molto importanti, mi riempivano la visuale, potevo perdermi in ognuno. È chiaro che ciascuno di essi avrebbe potuto catturarmi. Le cose, coscienti del silenzio che mi era stato imposto, volevano aprirsi a me che passavo, parlarmi, comunicarmi messaggi normalmente celati.
Questo ha cominciato a spaventarmi. Perché ho intuito che era la prima conseguenza del silenzio, della distanza; il primo segno della seconda caduta, quella verso la follia, la distanza assoluta.
 
Forse è stato proprio per sfuggire alle voci dei particolari che a poco a poco ho trasformato la notte e le zone più pericolose della città nelle dimensioni che meglio accolgono la mia vita, i miei movimenti. Sempre più trascorro il giorno nella mia stanza, al buio. Esco quando scende la sera. Di solito mi dirigo verso le strade che si affacciano sui canali; qui le luci brillanti spariscono, i contorni delle cose sfumano, e la folla è diversa, sono diverse le espressioni dei volti, i riflessi negli occhi della gente: predominano ombre, i suoni sommessi, le parole sussurrate. Nell’oscurità vicino all’acqua, o nei tunnel sotto l’acqua, ci sono i locali dove la gente si ubriaca. Ci sono luci fioche, quelle rosse o blu, o quelle tremolanti delle fiamme delle candele che creano ombre danzanti e figure incerte.
Questo è il mondo dove perfino i Punitori hanno paura di avventurarsi o di installare le loro macchine di controllo. O forse dove i Punitori meglio controllano i nostri istinti lasciandoci l’illusione di libertà. Qui, notte dopo notte, uomini e donne si trasformano in animali violenti, e cercano nell’alcol e nel sesso anonimo rifugio dalla paura che li domina durante il giorno.
Qui gli odori forti dei cibi si mescolano nell’aria, e le voci diventano risa rauche prive di identità, e allora non c’è più spazio per i particolari, non c’è più tempo, non c’è possibilità. Qui i particolari piombano nel buio, azzerati, annichiliti, dissolti. Ma per me non c’è scelta. Questo è l’unico mondo che mi è rimasto. Solo qui posso ancora sperare di mantenere la sanità mentale. Qui posso ancora sperare nello sguardo di qualcuno, in un contatto, in poche parole rivolte a me, a me, anche quando sono soltanto le parole biascicate da qualche sconosciuto ubriaco nelle cui braccia faccio scivolare il mio corpo per un’ora.
 
In realtà c’è anche un’altra e più importante ragione che ha fatto della notte il mio giorno e di questa parte della città la mia città. Una ragione che ha acceso in me la speranza e ha ricacciato indietro l’idea del suicidio. E’ la possibilità che esistano eventi, seppur minimi, che sembrano sfuggire all’occhio onnipresente dei Punitori: le riunioni segrete degli altri incappucciati. E’ qui, in queste zone vicino all’acqua, dove stretti cunicoli tracciano reticoli complessi di strade, che ho scoperto di recente la loro presenza. O piuttosto è probabile che siano stati loro a lasciarsi scoprire. Sono come me: anche loro vittime della crudeltà dei Punitori, e dividono con me la pena del silenzio. Loro sanno, comprendono bene il senso della punizione e le sue conseguenze. E’ per questo che si riuniscono. Ed è con loro che forse mi è concessa la sola possibilità di una comunicazione reale, più profonda di quella breve e casuale che scopro durante i momenti in cui mi dischiudo al sesso.
E’ tra queste strade che li ho visti la prima volta ed è qui che ritorno a cercarli. Anche stasera, ora.
Adesso, mentre cammino vicino alle fogne, grossi ratti neri mi guizzano tra le gambe. Qui sono i padroni della città, i signori della notte; i loro squittii mi inseguono, percepisco odori aspri, so del loro pelo umido e lo temo, tremo al pensiero che potrebbero afferrarsi coi denti ai bordi della mia veste, risalirmi su fino alle gambe e afferrarsi poi con quei denti alla mia carne.
Quest’idea mi atterrisce al punto tale che presto più attenzione a dove metto i piedi che alla direzione da seguire e in breve mi accorgo di essermi persa in questo labirinto di strade buie. Ma in fondo non ha troppa importanza; gli incappucciati sanno ormai di me e mi cercheranno come hanno fatto le altre volte, mi troveranno. L’importante per me è rimanere in questa zona.
Aspetto che siano loro a farsi vivi. Mi muovo cercando un posto più largo e in vista, così che possano trovarmi senza difficoltà. Vedo una piazza; mi fermo. Posso solo aspettare ora. Spero soltanto che facciano in fretta, prima che siano i seguaci della Setta del Muro a trovarmi. Sembra che questo sia il loro regno, sono voci a mormorarlo, ma non è possibile sapere con esattezza dove vivono o come operano, o quanti sono. Si sa soltanto della loro fama, della loro crudeltà che si dice pari a quella dei Punitori. In effetti, neppure si è certi della loro esistenza, o se siano piuttosto leggenda, una voce che i Punitori hanno diffuso in giro per scoraggiarci dall’entrare in zone dove per loro è più difficile esercitare il controllo.
Non so. Eppure ricordo quando hanno trovato in questo quartiere i corpi di quelle ragazze… Come avevano ridotto i loro visi… gli occhi…
Mi scuote un brivido. Il buio mi terrorizza. L’attesa mi terrorizza. Ma devo aspettare; non so neppure dove mi trovo. Posso soltanto continuare così, in attesa, sperando che gli incappucciati si facciano vedere presto…

Aspetto molto a lungo, forse un’ora, ma finalmente li scorgo davanti e lontani; sono tre questa volta, nell’oscurità riesco appena a distinguere le sagome delle loro vesti lunghe; li riconosco dal loro modo di procedere scivolando come spettri. Faccio un segno col braccio e uno di loro traccia nell’aria un gesto amico di risposta, e si fermano, e aspettano che mi avvicini. Allora mi copro la testa col cappuccio e mi accosto a loro, e li seguo quando riprendono a camminare.
Camminiamo appiattiti ai muri degli edifici come rettili. Dopo poco imbocchiamo uno dei tunnel sotto il Muro. La luce è fioca e distinguiamo malamente i contorni delle pareti. Ci investe l’odore dolce di muffa, mescolandosi a quello dell’urina in combinazioni pungenti.
Quando raggiungiamo il locale destinato all’incontro il silenzio è perfetto. Ai tavolini siedono gli altri incappucciati; le luci delle lampade ad olio illuminano i movimenti frenetici delle loro mani, amplificano con ombre la danza delle loro dita.
Sono passate ormai tre settimane da quando ho scoperto l’esistenza di questi incontri. Da allora, quasi ogni sera mi ritrovo con loro. Sto cercando di apprendere il linguaggio dei gesti per svelare i significati racchiusi in una flessione della mano, in un polso piegato, o in uno scatto rapido delle dita. Sembra che soltanto dopo una lunga pratica sia possibile tradurre in segni idee e pensieri. Mi pare di aver capito che nel passato c’era un libro che insegnava il linguaggio dei gesti, ma per motivi che non sono riuscita a comprendere il libro non esiste più. Forse si è consumato pian piano tra le dita di tutti quelli che l’hanno letto. O forse qualcuno che lo usava è stato arrestato prima di poterlo restituire, e il libro è finito nelle mani dei Punitori. Forse…
In realtà dubito che il libro sia mai esistito veramente. A parte i microfilm segreti che ho consultato nel Palazzo di Giustizia e Cultura durante il mio lavoro prima di essere punita, l’unico testo che conosco, l’unico che ho mai avuto occasione di vedere, è il Libro delle Punizioni. Forse il libro col linguaggio dei segni è uno tra i tanti libri che esistono soltanto nei racconti narrati da quelli vecchi abbastanza da ricordare gli anni in cui ancora si leggeva e si produceva la carta, prima che Punitori ne proibissero l’uso.
Non so, non è chiaro, non riesco veramente a capire quello che gli altri incappucciati vogliono dirmi. Per ora, le mie mani, strumenti primitivi e non addestrati a riprodurre le mille sfumature nella posizione di un’unghia o nella distanza di due dita, non possono che trasmettere il vuoto generato dai miei movimenti confusi. Le mie dita esprimono soltanto spezzoni di pensieri, frammenti di frasi. Ma l’idea di poter parlare di nuovo, anche se con questo linguaggio silenzioso, ha riacceso in me la speranza. Un giorno anch’io potrò conoscere come gli altri quei segni, un giorno anch’io potrò finalmente comunicare l’angoscia del silenzio e l’amore che mi è rimasto dentro per tutte le parole che non potrò più pronunciare; potrò descrivere la voce della follia, i richiami suadenti delle cose, degli oggetti, del mondo esploso…
Più passa il tempo però, più mi sembra che ci sia qualcosa di strano nei nostri incontri. Ho l’impressione che i codici che governano questo linguaggio siano eccessivamente complessi, così che, a volte, anche quelli che più a lungo hanno sopportato la pena e appaiono più esperti sembrano in difficoltà. Ho l’impressione che la molteplicità dei segni sia infinita, che le regole che controllano il nostro dialogo muto in realtà non esistano, o che, come oggetti fluidi, mutino di giorno in giorno, o addirittura nel corso di una stessa conversazione.
Ho pensato molto a questo e non riesco a togliermi dalla mente l’idea che Punitori stessi siano gli ideatori di questi segni e codici assurdi. Mi viene perfino il sospetto che queste riunioni che crediamo segrete non siano altro che una crudele e astuta componente di quel gioco organizzato dai Punitori con le nostre vite. A volte non posso fare a meno di immaginarli mascherati come noi, con lunghe vesti e cappucci, mentre vengono in piccoli gruppi nei luoghi prescelti per gli incontri. Riesco quasi a percepire il loro piacere perverso nel farsi beffe della nostra lotta contro il silenzio. Li vedo mescolarsi tra noi, sedersi ai tavolini e iniziare la conversazione con le dita, facendo uso di quei segni che noi già conosciamo. E poi li vedo aggiungere pian piano a quei segni noti nuovi segni tra loro discordi, così da fuorviare le idee e accrescere i nostri dubbi, così da confonderci e rendere ancora più difficile la nostra comunicazione già precaria.
Anche ora, mentre sono seduta al tavolo in attesa del mio istruttore, non mi è difficile pensarli tra noi. Chiunque tra i miei compagni potrebbe essere uno di loro. Forse il mio maestro; forse questa figura che mi si avvicina.
Non so, non posso sapere. Non c’è modo per provarlo. Non c’è più ragione per provarlo. Ma questo pensiero mi riempie di tristezza. Mi guardo attorno e vedo noi, poveri sciocchi fantasmi muti, cercare invano un senso, un messaggio nascosto in quei segni. Così continuiamo ad agitare le mani in aria senza capirci realmente, illudendoci di essere capaci di parlare e di leggere nei gesti degli altri conferme a ciò che pensiamo di dire. Dubbiosi, incerti sulla logica dei segni e dei codici, ma ansiosi di apprendere i nuovi segni e trovare conferme nei vecchi, con la speranza di possedere un giorno il sistema nella sua completezza ed essere in grado di comprendere finalmente, di comunicare come persone, come i vivi.