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Le superfici del tempo

 

Quando mi sveglio ho la testa pesante e la bocca impastata dal troppo sonno privo di sogni. Lentamente scivolo giù dal letto, mi vesto e, ancora stordito, scendo al pianoterra lasciando che le dita sfiorino la superficie impolverata della balaustra di legno delle scale.
Sotto c’è una penombra morbida; la luce entra dalla finestra diffusa dalla polvere incrostata sui vetri e si appoggia come liquida sui mobili accatastati alla rinfusa e ancora ricoperti di teli bianchi. Quando sono sull’ultimo scalino intravedo dalla cucina l’ombra di mio fratello muoversi verso di me. Si affaccia oltre lo stipite della porta, mi sorride.
«Finalmente!» dice.
«È molto che sei in piedi?» domando.
«Ore. Ma se ti chiamavo quando mi sono alzato sicuramente mi avresti ucciso!»
«Bè» rispondo, «non sono certo venuto in vacanza per essere buttato giù dal letto all’alba.»
Sulle sue labbra appare un mezzo sorriso in risposta alle mie parole e per un istante rimaniamo in piedi l’uno di fronte all’altro in silenzio. In quell’attimo, mentre guardo le sue guance scavate, la sua barba lunga, i suoi occhi arrossati e i suoi capelli arruffati, ho l’impressione che la notte lo abbia invecchiato un poco, e subito questo pensiero mi diverte, perché la notte deve aver invecchiato anche me allo stesso modo; anch’io devo avere stampata sul mio viso la sua stessa aria stanca, anche i miei occhi devono essere gonfiati dal sonno come lo sono i suoi. L’idea mi diverte perché da quando non viviamo più assieme ho perso l’abitudine di vedermi riprodotto in lui, e mi fa uno strano effetto ora il ritrovarmi d’improvviso davanti al suo viso così identico al mio.
«Sai» dice notando il mio sguardo insistente su di lui «quando mi sono alzato e ti ho visto nel letto, per un momento ho avuto la sensazione di vedere una copia di me stesso che dormiva mentre io ero lì sveglio ad osservarla.» Mi guarda e io gli sorrido, sorpreso all’idea che anche lui sia stato catturato dallo stesso mio pensiero.
«Non eri più abituato eh?» chiedo. Lui annuisce lievemente e a quel gesto i miei occhi si incontrano coi suoi, e d’improvviso vi leggo lo stesso imbarazzo che lui sicuramente trova nei miei occhi, quell’imbarazzo generato dalla distanza che il tempo ha accumulato tra noi. Da quello sguardo capisco che per me l’accettarlo di nuovo non sarà così facile come ho creduto. Devo pensarlo ancora come mio fratello, dopo tutti gli sforzi che ho fatto per eliminarlo dalla mente dopo che se n’è fuggito da noi, da me. E d’altra parte, come si può dimenticare? È mio fratello, la persona più vicina a me, nonostante tutto; la mia copia. Imperfetta forse, specialmente dopo questi anni che hanno certamente accresciuto le differenze tra noi. Ma è pur sempre la copia di me stesso…
Per cancellare quel disagio creato dall’incrociarsi dei nostri sguardi, subito ci muoviamo verso la cucina. Mentre mio fratello si dirige verso la credenza io mi siedo. Quando si avvicina al tavolo ha un barattolo di vetro tra le mani.
«L’ho trovato stanotte» dice indicando del caffè nel barattolo. Lo appoggia sul tavolo, toglie il coperchio, annusa il caffè. «Deve essere qui da secoli…» dice con una smorfia, poi torna verso la credenza, tira fuori una caffettiera, la svita lentamente, la riempie d’acqua e la posa sul tavolo vicino al barattolo di caffè.
Per un po’ seguo in silenzio i suoi gesti, il suo riempire la caffettiera fino all’orlo con una lentezza quasi esasperante. Non sembra ancora esserci tra noi l’urgenza di parlare. È trascorso troppo tempo da quando vivevamo con nostra sorella Irene, e so che questo silenzio manifesta la nostra incapacità di trovare il modo per ricominciare a parlarci di nuovo, per raccontarci le nostre storie e riempire così quegli anni di vuoto che ci hanno separati. Restiamo in silenzio perché entrambi sentiamo che ci vuole tempo per far riaffiorare alla memoria quei momenti che abbiamo creato assieme e condiviso, ci vuole tempo per riconquistare quel desiderio di parlare e dirsi tutto come facevamo quando eravamo ragazzi, ritrovare quel profondo senso di unione che c’era tra noi prima che lui sparisse. In fondo è per questo che siamo qui; è per ristabilire quel contatto quotidiano troppo a lungo interrotto che ci siamo inventati la scusa della vacanza assieme.
«Stanotte ti ho sentito quando ti alzavi» dico dopo un po’.
«Sì, mi sono svegliato presto. Avevo fame. La notte mi mette sempre fame, tutto quel dormire… E poi ho dormito malissimo, ho fatto sogni strani, incubi che non mi lasciavano in pace.» Spalanca gli occhi e agita le braccia mentre parla.
«Brutte storie?» chiedo.
«No, non so, non ricordo bene. Ho solo immagini in testa; immagini non storie. Non so, non ricordo nemmeno cosa fossero, ricordo solo che le immagini erano nitide, così precise che era come se le avessi davanti, come fossero reali. Però non ricordo cosa.»
Fa una pausa, appoggia le braccia sul tavolo, mi guarda, con le dita prende a grattarsi la crosta di una ferita sul pollice.
«E comunque, già che ero sveglio mi è venuta voglia di buttar giù un boccone e così mi sono messo a cercare da mangiare… Ma niente da fare; questo posto è vuoto come un cubo d’aria, niente di niente!»
«E che ti aspettavi?» chiedo divertito. «È almeno un anno che qui non ci mette piede nessuno. Cosa volevi che ci fosse?»
«Bè, speravo in qualcosa… Che so, almeno un salame appeso da qualche parte e dimenticato per sbaglio da qualcuno.»
Sorrido; lo vedo vagare affamato tra questi mobili velati di bianco, come un fantasma frugare alla caccia di cibo da far fuori. Lo ricordo in queste sue stranezze notturne fin dai tempi in cui eravamo ragazzi.
«C’era il caffè no?» dico.
«Da spalmare su una fetta d’aria! Al diavolo!» Fa un gesto come per scacciare una mosca. «Comunque, ho fatto due passi attorno alla casa per prendere un po’ d’aria.»
«Di notte?»
«Quasi giorno. E c’era la luna piena.» Mi lancia un’occhiata, poi guarda oltre la finestra verso un vecchio carretto di legno annerito e affondato nell’erba, inclinato sull’asse privo di ruota. «Da quassù si vede tutta la valle fino al mare» continua. «E con la luce della luna le colline sembravano schiene bianche di animali notturni.»
Muove gli occhi molto in fretta mentre parla, sfarfalla una mano a mezz’aria per evocare le forme delle schiene dei suoi animali. Poi si ferma; finalmente richiude la caffettiera, si muove verso il fornello, appoggia la caffettiera sulla piastra e ritorna verso di me. Afferra una sedia, ne sfiora con un dito la spalliera impolverata e si siede scrollando le spalle con aria indifferente. Con un gesto lento si pulisce il dito strofinandolo sulla stoffa della camicia. Mi guarda senza parlare per qualche tempo. Anch’io lo guardo.
«Che ne dici di chiedere al tuo spiritello notturno di tirare fuori la sua bella testolina che c’è del lavoro per lui?» dico allora ad un tratto. Lui scuote la testa senza capire.
«Le provviste da comperare in paese. Visto che hai tanta voglia di muoverti…»
«Ehi!, ma per chi mi hai preso? Và tu piuttosto che ti sei alzato ora!»
«Ma è per il bene comune no? Tu lavori e mangiamo entrambi. E poi non dirmi che non ti va l’idea di scorrazzare un po’ su e giù per le schiene dei tuoi animaletti bianchi!»
Lo guardo dritto negli occhi e con un sorriso sulle labbra, aspettando in silenzio la sua replica sarcastica, ma lui invece mi risponde con un sorriso, e allora d’un tratto ho l’impressione che questo sorriso sia diverso da quelli che mi ha lanciato finora; forse è nel modo in cui piega le labbra o apre gli occhi, non so, non ne sono certo, ma è un sorriso che sembra esprimere il primo segno di incrinatura in quell’invisibile barriera che ci ha allontanati. E infatti lui, quasi a conferma della mia sensazione, e in risposta alle mie parole, e con una reazione così familiare che di colpo cancella questi setti anni che ci hanno divisi, afferra dal tavolo uno straccio impolverato con un movimento veloce della mano, ed è già col braccio sospeso in aria pronto a lanciare lo straccio contro di me, ed io che sto al suo gioco e rido con la testa nascosta tra le mani, quando d’improvviso udiamo qualcuno che ci chiama da fuori e bussa alla porta. Sorpresi, rimaniamo per un attimo in silenzio nelle nostre posizioni ridicole, poi entrambi ci alziamo e andiamo alla porta. La apro, davanti a noi c’è una donna illuminata dal sole, la luce incide ombre nette sull’ovale perfetto del suo viso. Nuvole di capelli scuri le scivolano sulle spalle. Sorride.
«Salve» dice, e la sua è una voce calda e dolce.
«Salve» rispondo.
«Siete voi che avete affittato la casa per l’estate?» chiede e poi ci osserva facendo scorrere gli occhi da me a mio fratello, probabilmente sorpresa dai nostri volti troppo uguali.
«Già» dico «siamo arrivati ieri sera.»
«Sì, lo immaginavo. Qualcuno ha visto la macchina passare e sapete come sono i paesi… basta qualcosa di nuovo e subito tutti ne sono al corrente.»
«Già» ripeto.
«Sono un’amica del proprietario della casa. Mi aveva detto che sareste arrivati oggi. Voleva venire a salutarvi stamattina, ma proprio ieri sera è stato chiamato da un cliente in città e allora mi ha chiesto se potevo essere io a ricevervi, vedere se è tutto a posto o se avete bisogno di qualcosa…»
Mio fratello ed io ci guardiamo leggermente imbarazzati senza sapere bene cosa dire.
«Bè, grazie…» risponde poi mio fratello «ma siamo appena arrivati e non sappiamo ancora di cosa potremmo aver bisogno… Comunque si accomodi, c’è il caffè sul fuoco… Se vuole una tazza di caffè… Non sarà un gran che ma è tutto ciò che possiamo offrirle.»
Lei fa un cenno di assenso e sorride ed entra davanti a noi. Ci sediamo; lei continua a sorridere e noi continuiamo a muoverci goffamente attorno al tavolo, ancora impacciati per la sua presenza improvvisa. Mio fratello si occupa del caffè, e quando finalmente siamo davanti a tre tazze di un’orribile miscela scura e fumante la donna dice: «Il proprietario ha lasciato un pacco per voi a casa mia. Mi ha detto di avvertirvi; non so perché sia da me quando poteva benissimo lasciarlo qui; forse contiene qualcosa di valore… Comunque è piuttosto grande e io non potevo portarlo a piedi fin qua.»
«Stava giusto preparandosi per andare in paese» risponde subito mio fratello indicandomi. Io cerco di replicare, ma lui non mi lascia il tempo di parlare e continua «…per cui può passare lui a ritirare il pacco a casa sua. Se lei è d’accordo, naturalmente.»
Le lancia un’occhiata rapida e un sorriso impercettibile quasi.
«Naturalmente» risponde sorridendogli, e il tono della sua voce è così deciso e definitivo che mi sento ormai intrappolato e costretto ad andare, e nei momenti successivi, incapace di trovare le parole adeguate per protestare, rimango stizzito e muto davanti a lei.
Nei minuti che seguono sorseggiamo lentamente il caffè. Io parlo poco e lascio quasi interamente a mio fratello il compito di sostenere la conversazione con quegli argomenti generici e vuoti tipici dei dialoghi tra sconosciuti. Non so perché lui si è mostrato così ansioso di spedirmi a ritirare il pacco, ma il fatto di dovermene andare in paese così d’improvviso mi irrita enormemente. Mentre lui parla cerco con stizza i suoi occhi elusivi, ma ogni volta che gli lancio uno sguardo lo trovo preso a fissare la sua immagine rovesciata e deforme nel cucchiaino che tiene in mano, o lo colgo a contemplare la donna con una curiosa espressione di stupore.
«Bene, sono pronto ad andare in paese» dico allora ad un tratto alzandomi bruscamente, sempre più irritato dal modo con cui mio fratello continua a scrutare la donna come se lei fosse un prezioso oggetto che lui è capace di ammirare ora per la prima volta nella sua vita. Entrambi si voltano verso di me e mi guardano con meraviglia.
«Andiamo a prendere questo pacco, no?» continuo con tono sarcastico fissando mio fratello negli occhi. «Se lei vuole aspettarmi in auto…» dico poi rivolto alla donna. «Mi infilo una camicia e possiamo andare.»
Lei continua ad osservarmi. «Va bene» risponde. «Però preferisco andare a piedi; le auto non mi piacciono molto.»
La guardo stupito e anche mio fratello la fissa con aria sorpresa. «È sicura?» domando, ma lei annuisce con dolcezza. «Le auto non mi sono mai piaciute» ripete. «Non si preoccupi per me. E poi» prosegue puntando un dito verso la finestra «c’è una scorciatoia proprio qui dietro. Con quella farò prima di lei, e in dieci minuti sarò a casa ad aspettarla.»
Chiede un pezzo di carta e una penna, e quando mio fratello le porge un foglio lei ci scrive il suo nome e indirizzo e poi me lo infila in mano e mi spiega la strada in maniera sommaria, con brevi e confuse indicazioni che subito dimentico. Osservo il foglio scritto, la sua calligrafia leggera e disordinata.
«È facilissimo trovare la casa. E comunque, se si perde può chiedere in giro, la gente sa chi sono» aggiunge sorridendo con le labbra leggermente dischiuse, ed è un sorriso che mi cattura, e per un momento dimentico la rabbia per mio fratello e penso che in fondo non c’è niente di male in questo viaggio imprevisto. Anzi…
Per attimi rimaniamo a guardarci in silenzio, poi salgo in camera, mi infilo una camicia e quando scendo mi dirigo verso la porta ed esco. Loro mi seguono fuori e mi accompagnano fino all’auto, poi tornano indietro e restano sull’orlo della porta mentre chiudo la portiera e avvio il motore. Mio fratello mi lancia un saluto col braccio e li vedo rientrare in casa.
Lentamente affronto i pochi metri di piazzale che circondano la casa e imbocco la strada stretta e ripida che scivola verso valle. Continuo per qualche minuto e man mano che scendo tra le curve tortuose le forme ondulate delle colline si ammorbidiscono, come succhiate e livellate dall’energia del mare che delimita d’azzurro la costa ancora lontana.
Dopo un po’ l’auto prende a sbuffare e tossicchiare in maniera strana. Cambio marcia e diminuisco la velocità e il motore dà uno strappo violento che mi lancia in avanti; continuo a procedere a strattoni sobbalzando al posto di guida per una cinquantina di metri fin quando l’auto si arresta definitivamente.
Per quasi due minuti riprovo ad avviare il motore senza risultato. Scendo, infilo le mani in tasca e guardo il mare lontano. Apro il cofano e do un’occhiata sommaria al motore senza notare nulla di strano. Risalgo in macchina, di nuovo provo ad avviare l’auto, ma ancora senza risultato. Accendo la radio a volume molto alto, senza troppa attenzione la sintonizzo sulla prima stazione che trasmette musica. Scendo ancora, mi appoggio con la schiena su un fianco dell’auto. C’è una brezza lieve e tiepida e piacevole, un cielo azzurro molto intenso, trasparente.
Con la vaga speranza di veder sbucare qualcuno fisso a lungo il punto in cui la strada sparisce dietro ad una curva, ma trascorrono una decina di minuti senza che una sola auto mi passi davanti.
Il sole scotta ormai, la brezza leggera mi agita appena i capelli sulla fronte. Guardo l’orologio; sicuramente la donna deve essere già in paese ad aspettarmi. Attesa vana ormai…
Per un paio di minuti guardo ancora la strada vuota che zigzaga verso il mare, poi entro di nuovo nell’auto, spengo la radio, richiudo la portiera e lentamente prendo a camminare verso casa.
Ogni tanto abbandono la strada tagliando le curve a gomito attraverso brevi sentieri segnati tra i cespugli e l’erba bassa, e dopo un po’ noto che le impronte che le mie scarpe incidono sulla terra umida si sovrappongono a molte altre impronte che hanno tutta l’apparenza di essere recenti e che dimostrano un uso frequente dei sentieri. Questo fatto mi incuriosisce. Che ragione avrebbero mai altre persone di passare di qui? E per andare dove?
Mentre cammino lascio vagare i miei pensieri in cerca di risposte che mi tengano occupato per un po’. Provo ad immaginare auto bloccate lungo la strada e uomini costretti come me a tagliare le curve sotto il sole e a dirigersi verso l’alto, allontanandosi senza motivo dal paese a valle. Per un momento mi diverte l’idea di pensarmi come l’unico artefice di queste tracce. Certo, mi dico, sono sicuramente già passato di qui altre volte, queste sono le mie impronte. Mi immagino come catturato tra gli ingranaggi di un meccanismo che genera la mia vita e scandisce il ritmo delle mie giornate, un meccanismo che produce eventi simili ed eventi diversi, la sensazione del tempo e dello spazio, le cose attorno. E le impronte… anche quelle impronte di terra davanti a me, impronte sovrapposte che mi fanno capire ora che il meccanismo si è inceppato così che ogni giorno sono costretto a scendere con l’auto in paese per fare provviste, e ogni volta ecco che l’auto si ferma per strada, e mi tocca pazientemente risalire a piedi verso casa sotto il sole, mentre mio fratello affamato aspetta con ansia che ritorni col cibo…
Per un istante mi fermo a pensare all’espressione incredula che farà mio fratello nel vedermi ritornare a piedi e senza cibo. E senza neppure il nostro misterioso pacco! Mi viene da ridere all’idea.
Mi volto indietro, verso il mare lontano che riflette schegge di sole. Riprendo a camminare.
Cammino per un ventina di minuti e quando finalmente scorgo il tetto della casa dietro la curva morbida di una collina mi fermo ancora una volta a riprendere fiato. Poi, ansioso di sedermi finalmente e riposare, mi avvicino a passo più svelto, ma quando sono ormai sulla porta sento ridere dentro, un risata forte di donna che mi blocca a mezz’aria nel gesto di afferrare la maniglia.
Rimango a lungo in questa posa sospesa, poi invece di entrare mi sposto cautamente su un fianco della casa e mi accosto ad una delle finestre che guardano nel soggiorno. I vetri sono molto sporchi, quasi opacizzati da uno strato incrostato e omogeneo di polvere. All’interno, tra le lenzuola che ancora avvolgono i mobili, vedo aggirarsi mio fratello come uno spettro tra altri spettri. Tra le braccia sorregge la donna dai capelli neri; il vestito di lei è sbottonato, in parte aperto sul davanti, posso scorgere porzioni chiare di pelle, una spalla lucida, il profilo incerto dei seni velati appena dalla sottoveste sottile. La vedo gettare la testa indietro e in basso scuotendo fin quasi a terra masse disordinate di capelli; la sento ridere ancora, e questa volta è un sospiro dolce quasi. Passa una mano tra i ricci di mio fratello che la fissa negli occhi sorridendo ai mormorii che lei gli lancia con le labbra dischiuse.
Subito la scena mi infastidisce. Mi ritornano in mente alcuni particolari del nostro incontro con la donna, dettagli a cui evidentemente non avevo assegnato il giusto peso: l’insistenza con cui mio fratello soffermava il suo sguardo su di lei mentre prendevamo il caffè; quelle occhiate e quei sorrisi scambiati tra loro quasi a manifestare una sorta di complicità furtiva; e poi quei loro sorrisi soddisfatti mentre me ne andavo! Penso alla fretta di mio fratello nello spedirmi a far provviste e a prendere il pacco. È questo dunque il motivo per cui ha scelto di venire qui in vacanza? E che bisogno aveva di me allora?
Continuo a guardare al di là dei vetri, mentre un’irritazione crescente si impossessa di me all’idea di essere stato allontanato dalla casa con uno stratagemma così infantile quanto inutile. Lei è ancora nelle sue braccia; li vedo scambiarsi poche battute con i visi quasi a contatto, le parole sussurrate e smorzate dal vetro mi giungono come tenui e incomprensibili suoni. Poi mio fratello la stende sul divano, con un gesto lento sfila il lenzuolo da sotto di lei e lei asseconda il suo movimento ruotando su se stessa di mezzo giro e d’un tratto, mentre lui getta a terra la stoffa accartocciata, bruscamente e senza motivo piega la testa verso la finestra, ed io non riesco a scostarmi in tempo per evitarlo e, per un attimo, i nostri occhi si incrociano.
Improvvisamente mi afferra un senso inquietante di vergogna e paura e subito mi lancio lontano dalla casa correndo in cerca di un qualsiasi posto dove nascondermi, anche se nel momento stesso in cui scatto mi stupisco del mio comportamento, perché non ho nessuna reale ragione per fuggire, tanto meno da mio fratello e in una situazione come questa. Malgrado ciò però continuo a correre tra i cespugli, sperando anzi che lui non mi abbia visto, anche se sono certo del contrario, o almeno che l’opacità del vetro gli abbia impedito di riconoscermi.
Finalmente riesco a infilarmi dietro ad un cespuglio alto abbastanza da coprirmi, e da lì, scrutando tra le foglie in direzione della casa, aspetto che accada qualcosa, che sia mio fratello a fare la prima mossa, a uscire a cercarmi e chiamarmi.
Trascorrono un paio di minuti, ma non sembra che mio fratello abbia intenzione di farsi vivo. Forse mi sono sbagliato, forse non mi ha visto, o magari mi ha visto, ma preferisce continuare ad occuparsi di ciò che aveva appena cominciato. Comunque, per precauzione, decido di rimanere nascosto dietro al cespuglio ancora per qualche minuto. Più rilassato, lascio vagare lo sguardo attorno e alla mia sinistra, a una ventina di metri dalla casa, seminascosto tra alberi e cespugli, noto l’imbocco di un sentiero che scende in basso. Cercando di orientarmi torno ad osservare la casa e poi di nuovo il sentiero. Probabilmente quella è la scorciatoia per il paese di cui parlava la donna, la direzione è la stessa. Per un po’ resto in silenzio a guardare l’imbocco del sentiero senza riuscire a decidere come comportarmi.
Fa caldo, il sole scotta e il cespuglio blocca la brezza leggera che sale dal mare. Lentamente succhio il sangue da una ferita sottile vicino al pollice, sicuramente causata da uno dei rami dei cespugli più bassi che ho superato mentre correvo a nascondermi. Sudo. Non so cosa fare. Ovviamente non posso tornarmene a casa ormai; d’altra parte, non mi sembra abbia molto senso che io scenda in paese a ritirare il pacco, anche nell’improbabile ipotesi che il pacco esista realmente. E in ogni caso è senza dubbio inutile che io continui stupidamente a rimanere nascosto dietro questo cespuglio.
Incapace di decidermi rimango immobile per lungo tempo. Poi finalmente mi viene un’idea. Esco con cautela dal cespuglio e senza avvicinarmi troppo alla casa mi infilo nel sentiero facendo attenzione a non scivolare sulla ghiaia sottile. Se la donna non è giù ad aspettarmi, allora sarò io ad aspettare lei.

 

Cammino in discesa aprendomi un varco tra i cespugli e gli arbusti cresciuti lungo il sentiero fin quasi a cancellare le tracce del percorso, e dopo una decina di minuti mi ritrovo d’improvviso alla fine della scorciatoia e di fronte alla facciata bianca di una casa, e allora mi fermo a riprendere fiato. Il paese è lì davanti a me, con la sua forma allungata che segue l’ondulazione discendente della collina. Almeno in questo la donna aveva ragione!
Con cautela aggiro il muro della casa e lentamente mi addentro in un vicolo stretto che mi si apre davanti e si inoltra nel cuore del paese. Per un po’ procedo a caso sperando di incontrare qualcuno che mi indichi la via dove abita la donna, ma le strade che incrocio sono deserte, stranamente silenziose, senza una voce o un grido, né traffico, prive di qualsiasi lontano rumore di fondo.
L’aria è afosa. Sudo, e le gocce di sudore mi scivolano dalla fronte agli occhi, poi giù per le guance. Lancio un’occhiata veloce all’orologio da polso e mi accorgo che è fermo alle nove e dieci, e allora mi ricordo che mi sono dimenticato di caricarlo. Mi fermo a pensare. Continuo ad osservarmi attorno, guardo le strade vuote, il selciato lucidato dal sole. Guardo in alto verso l’azzurro del cielo. Che ore sono? Le dieci? Le undici? No, forse le undici e mezzo… Comincio a ricaricare l’orologio, ma ho appena iniziato e subito mi interrompo, perché scorgo un movimento con la coda dell’occhio, e quando alzo lo sguardo d’improvviso mi ritrovo davanti ad una donna che deve essere sbucata in silenzio da una delle porte sul lato della strada. È una donna anziana: indossa un abito nero che le scivola dal collo fino alle caviglie; riflessi grigi sfumano l’aureola di capelli neri oltre la stoffa del fazzoletto scuro che le fascia la testa e quasi le nasconde il volto.
Sosta sulla strada, ferma ad osservarmi con le mani appoggiate sui fianchi. Mi avvicino a lei. Anche i suoi occhi sono neri, profondi. Vagamente imbarazzato borbotto poche parole cercando di iniziare la conversazione, le chiedo l’ora, ma lei non risponde e si limita a scuotere la testa come se incapace di capirmi. Poi prende a fissarmi evitando i miei occhi, e puntando con insistenza il suo sguardo all’altezza delle mie labbra, e giù sul mio collo.
Per un po’ rimango anch’io a guardarla senza parlare; osservo le rughe che le incidono le guance, un piccolo neo sotto l’occhio destro, la sua figura scarna celata sotto al vestito, le sue mani, le sue dita sottili. Ma come il tempo e il silenzio si addensano tra noi, sempre più mi afferra la sensazione che i suoi occhi si struscino sul mio collo insistendo fino quasi a incidermi la pelle, e un profondo senso di disagio mi coglie, e allora mi scuoto e la saluto con un sorriso stentato che non trova risposta e si perde tra me e lei.
Proseguo in discesa e le mie scarpe risuonano ticchettanti sui ciottoli del selciato; afferro con lo sguardo l’altezza dei muri massicci e le facciate bianche delle case, un bianco calce luminoso che riflette a terra bagliori di cielo.
Continuo a camminare senza ragione, senza meta. Poi sento arrivare qualcuno, l’eco del suono di passi si diffonde da un vicolo pochi metri davanti a me e mi raggiunge prima ancora che io riesca a scorgere una figura o un movimento. Mi arresto di nuovo, aspettando con ansia che la persona sbuchi dalla strada dando un corpo a quello scalpiccio, e finalmente una donna esce dal vicolo, e non appena si accorge di me a pochi metri da lei, fermo a guardarla, ha uno scatto leggero all’indietro con la testa e rallenta assumendo un’espressione a metà tra stupore e paura. Muovo una mano verso di lei quasi cercando di rassicurarla e allora lei si ferma, ruota la testa verso di me e i suoi capelli lunghi e scuri sembrano aggrovigliarsi sulle sue spalle. Le lancio un sorriso leggero. I nostri sguardi si incontrano per un istante, poi la vedo perlustrarmi con un’occhiata rapida muovendo i suoi occhi neri dall’alto in basso.
«Vuole qualcosa?» dice con una voce quasi infastidita.
Esitando, le spiego che sto cercando una strada; estraggo dalla tasca il foglietto stropicciato con l’indirizzo e glielo mostro. Lei lo fissa a lungo come se le costasse fatica decifrarne le parole, e per un istante ho quasi la sensazione che non sia neppure in grado di leggere e si soffermi sulla carta senza motivo. Si strofina una mano sull’ovale perfetto del mento, per un attimo si sfiora con l’unghia un neo sotto l’occhio destro, poi distoglie lo sguardo dal foglio e mi fissa dritto negli occhi.
«Cerca qualcuno in particolare?»
«Una donna che abita a quest’indirizzo.»
Ritorna alla scritta, ma questa volta per pochi istanti soltanto. «Mora, con i capelli lunghi e neri e occhi scuri, un po’ come me?» Assume un’espressione vagamente divertita mentre parla.
«Proprio lei! La conosce?»
Non risponde, ma annuisce più volte con brevi cenni del capo e sorride piano piantando ancora i suoi occhi nei miei e piegando le labbra di lato in una strana smorfia che per un attimo le deforma il viso. Poi prende a indicarmi la direzione da seguire agitando mollemente le braccia in aria come un direttore d’orchestra. Mi spiega che devo voltare subito a destra e imboccare la prima strada a sinistra, percorrerla fino ad una piazzetta circolare e prendere la traversa di sinistra e proseguire ancora fino alla terza strada a sinistra; lì, dopo una casa dipinta interamente di giallo, l’unica del paese, devo girare a destra; quella è la strada che cerco. Frettolosamente mi rimette in mano il foglietto con l’indirizzo e ancor prima che possa chiederle ulteriori spiegazioni mi saluta esibendo di nuovo quella smorfia laterale che la fa assomigliare a un pupazzo di gomma schiacciato.
Per alcuni secondi rimango col foglio in mano guardando la donna mentre si allontana, osservo i movimenti elastici della sua gonna, le sue caviglie sottili. Poi cerco di ricapitolare la sequenza delle svolte, ma già destre e sinistre si accavallano nella mia mente in moltitudini di itinerari ipotetici. Allora imbocco la prima strada a destra. Anche lì le case continuano bianche e identiche come nella strada precedente. Al primo incrocio mi blocco esitante, giro a destra, entro in un vicolo in salita, chiaro come gli altri e come gli altri simile. Vago per minuti tra vie bianche e vuote e uguali fin quando mi accorgo di essermi perso.
Continuo a camminare ormai affidandomi interamente al caso. Quando mi imbatto in qualche negozio trovo sempre le serrande abbassate o cartelli minuscoli appesi alle porte a vetri o alle vetrine ove leggo chiuso oppure torno subito o altre frasi più enigmatiche come oggi non si apre .
Continuo a camminare, ma non riesco a trovare né la piazzetta circolare né la casa gialla, né tantomeno qualcuno a cui domandare la strada, e questo mi stupisce e mi inquieta anche, perché è come se si fossero tutti serrati in casa per nascondersi da qualcosa, o allontanati dal paese per qualche motivo a me sconosciuto. Soltanto una volta, per un attimo, ho l’impressione che la persiana di una finestra al primo piano di una casa si apra appena con un leggero cigolio, e mi sembra di intuire un’ombra curiosare, probabilmente qualcuno richiamato dal suono dei miei passi.
Proseguo a destra ancora e a destra, poi a sinistra. A sinistra di nuovo. Richiamo alla memoria regole antiche per uscire da labirinti. Per una decina di minuti decido di voltare a destra ogni volta che incrocio una strada. Cerco tracce nel percorso, etichette da appendere ai luoghi del mio passaggio per generare differenze che mi aiutino a identificare le strade. Un getto leggero d’acqua che scivola fino a terra in un rivolo lucido da una fontana di marmo a forma di bocca incastonata in un angolo bianco di una casa; una crepa lunga che spezza come una gigantesca tela di ragno l’uniformità candida di una facciata due metri prima di una svolta; una buca nella strada con tre sassi divelti e appoggiati sul bordo del marciapiede; la buccia lucida di una fetta di melone abbandonata in mezzo alla strada.
Invano cerco coordinate nella posizione del sole, ormai alto al centro di un cielo di mezzogiorno. Considerando la relativa grandezza del paese e il fatto che sto camminando da più di mezz’ora devo supporre che, perso qualsiasi riferimento, sto insistendo stupidamente negli stessi luoghi senza rendermene conto. Allora, dato che il paese si estende in lungo e in discesa, per un po’ imbocco tutte le strade in salita sperando almeno di ritornare nei pressi della scorciatoia dalla quale sono venuto, ma prima o poi incappo in vicoli ciechi o mi trovo davanti a muri alti e bianchi che, curvando, mi costringono verso il basso.
Una volta ritorno nell’angolo con la fontana a forma di bocca; scarto nella direzione opposta a quella presa in precedenza, ma dopo un giro complicato di stradine e scalette e ponticelli in ferro che scavalcano canali e fossati mi ritrovo di nuovo all’angolo con la fontana.
Mi accosto alla fontana, stendo le mani verso il getto d’acqua gelida e bevo a piccoli sorsi. Mi siedo sul bordo della fontana. Guardo i ciottoli lucidi del selciato e di colpo l’assurdità della situazione mi salta agli occhi con la violenza di un insetto fastidioso; mi vedo con gli occhi di uno degli invisibili abitanti di questo paese: un intruso, un estraneo incapace che è riuscito a trasformare questa semplice rete di strade in un labirinto del quale è ora stupidamente prigioniero…
D’improvviso, a una decina di metri davanti a me, si spalanca una porta e una bambina si lancia in strada di corsa. Saltella per quattro o cinque passi veloci, poi mi scorge e si blocca a guardarmi. Sorpreso dalla sua apparizione, incapace di reagire, anch’io mi limito a guardarla. Mi fissa a lungo e i suoi occhi neri e profondi mi disturbano. È strana, un po’ goffa forse; dimostra non più di nove anni, dieci al massimo; ha un viso ovale e la testa curva sulle spalle, i capelli neri e lunghi che le nascondono il collo, le braccia e le gambe che sembrano appena più corte di quello che dovrebbero essere, come strappate ad una nana e appiccicate per sbaglio a quel suo corpo sottile.
Prima ancora che riesca a parlarle la vedo interrompere quel suo sguardo inquisitorio su di me, e immediatamente riprende a correre quasi a cercare rifugio lontano da questa imprevista e misteriosa figura seduta che io devo apparire ai suoi occhi. Stupito dalla sua reazione improvvisa resto per un istante a guardarla allontanarsi, ma poi mi scuoto e mi alzo e mi lancio di corsa dietro di lei gridandole di aspettarmi perché non voglio farle niente, voglio solo parlarle, voglio soltanto un’informazione. Lei però sembra decisa a non volermi ascoltare, si limita a voltarsi verso di me un paio di volte, ma senza minimamente mostrare l’intenzione di rallentare o fermarsi. Continua a correre su quelle sue buffe gambe corte muovendosi veloce e sicura davanti a me tra queste strade deserte, e gli unici suoni che si odono sono i nostri passi sfasati e frettolosi, il mio ansimare sempre più insistente.
Mentre la seguo noto che ha uno strano modo di correre, con le braccia ripiegate sul petto e una falcata ampia che presuppone una familiarità con la corsa certamente anomala in una bambina così piccola. Per un istante la vedo rallentare e voltarsi di nuovo verso di me quasi per accertarsi che io la stia ancora seguendo, e io allora riesco ad avvicinarmi fin quasi a toccarla, ma subito lei guizza via in un vicolo a sinistra e mi sfugge di nuovo, e quando anch’io raggiungo l’imbocco della strada ho appena il tempo di udire il suono secco di una porta che si chiude inghiottendo la bambina dietro di sé.
Esasperato mi avvicino alla porta e senza esitare prendo a battere i pugni con violenza contro il legno massiccio così che la strada è di colpo inondata di tonfi ripetuti, suoni che nel silenzio perfetto sembrano boati di tuono scatenati da un improvviso temporale.
Senza preoccuparmi troppo per le possibili conseguenze del mio gesto continuo a picchiare i pugni contro la porta. Continuo, ma non accade nulla, non il più piccolo segno di reazione da parte degli abitanti della casa. Eppure qualcuno deve esserci! Come ha fatto la bambina ad entrare altrimenti? Non può avere avuto il tempo di aprire la porta con una chiave, io le ero troppo vicino! La porta doveva essere già aperta quando lei è arrivata, e questo significa che qualcuno deve esserci dentro. E in ogni caso, almeno la bambina deve essere ancora in casa, almeno lei deve esserci! Ma allora perché non aprono, perché non riesco ad ottenere un qualsiasi segno di vita?
Continuo a picchiare contro la porta per un po’, ma con sempre meno convinzione. L’unico risultato che i miei colpi sembrano ottenere è quello di condensare la stanchezza che ho accumulato nella mattinata, così che improvvisamente sento i muscoli allentarsi e le forze abbandonarmi, e allora smetto e mi siedo sull’orlo del marciapiede con i gomiti tra le ginocchia e le mani nei capelli.
Resto in questa posizione nell’attesa vana che qualcosa accada. L’intera situazione mi appare paradossale e ridicola allo stesso tempo: mi vedo qui solo, sfinito, incapace di uscire dal paese, incapace di entrare in una qualsiasi casa o un qualsiasi negozio, e senza la possibilità di comunicare con qualcuno. Come invisibile, estraneo al tempo e a me stesso.
Non il minimo rumore spezza il silenzio. Sento le palpebre farsi pesanti e lentamente scivolo in un torpore leggero con la testa tra le ginocchia.

 

Mi ridesto dopo alcuni minuti, e quando alzo lo sguardo i miei occhi sono subito attratti dai riflessi gialli nella facciata di una casa che sembra infrangere come per magia la continuità bianca del paese. La casa gialla, la casa gialla! di colpo ricordo le istruzioni della donna, devo girare a destra dopo la casa gialla! La via che cerco deve essere o la prima traversa a destra o la precedente a sinistra! Subito mi dirigo a destra quasi correndo; in alto, su una targa di marmo appesa al muro, leggo il nome della via e lo confronto soddisfatto con quello scritto nel biglietto che ho estratto dalla tasca. Eccitato percorro la via in discesa sfiorando i muri con gli occhi e cercando il numero della casa fin quando finalmente sono davanti alla porta e allora mi arresto esitante, aspetto alcuni istanti prima di suonare il campanello, bloccato ora dalla consapevolezza dell’inutilità del mio gesto, certo che nessuno verrà a rispondermi.
Ad ogni modo decido di provare. Suono, e con mia sorpresa quasi subito la porta si apre, e dietro c’è proprio la donna che stamattina era da noi.
«Salve» dico, turbato dalla sua apparizione inattesa.
«Salve» risponde lei fluida.
«Allora è già tornata?»
Mi guarda come se non capisse. «In che senso?» chiede.
«Bè» dico sfumando la voce di sarcasmo «prima si è… trattenuta da noi, e non credevo di trovarla qui così presto.»
«Ci conosciamo?» dice lei spalancando gli occhi e scuotendo appena la testa di lato.
«Lei non pensa?»
«Sinceramente non ricordo di averla mai vista. Potrebbe anche sbagliare non crede? Succede a volte…» Agita una mano in aria come a sostenere un oggetto invisibile.
«Sono abbastanza certo di quello che dico.»
«Bè, anch’io!» risponde decisa. «E questo dimostra che uno di noi sbaglia. Dunque cosa vuole?»
Rimango a guardarla in silenzio per alcuni istanti cercando di comprendere il suo gioco. «Intanto potrebbe anche dirmi perché lei e mio fratello mi avete costretto a venire fin qua con la storia del pacco; se volevate restare da soli potevate anche parlare chiaramente senza tanto bisogno di inventare stupidi stratagemmi per liberarvi di me.»
«Continua ad essere così certo di non sbagliare?» risponde con decisione.
«Certissimo» dico senza neppure cercare di contenere il mio sarcasmo. «Vuole che le rinfreschi un po’ la memoria?»
«Non mi dispiacerebbe, la prego. Così saprò finalmente il motivo della sua presenza qui» dice con un crescente tono di sicurezza che mi mette a disagio.
«Devo restare sulla porta?» domando.
Mi fissa dritto negli occhi. I suoi occhi neri mi confondono.
«E chi mi dice che lei…» comincia, ma poi si interrompe, esita un attimo a labbra dischiuse prima di continuare, come in cerca di parole adeguate. «Prego» dice alla fine compiendo un mezzo arco col braccio e invitandomi ad entrare.
«Finalmente qualcuno!» dico mentre lei richiude la porta alle mie spalle. «Tutti viscidi come serpenti! Come mai questo paese è così deserto?»
Restiamo in piedi fermi nell’ingresso, e lei sembra mettere a fuoco la domanda per due o tre secondi. Si appoggia con la mano sulla maniglia della porta e dice: «Non so, non esco spesso, la gente non mi piace, in genere.»
«Non le piacciono le auto, non le piace la gente… ma se era da noi fino a poco fa!»
«Non mi sono mai mossa da qua» ripete con sicurezza.
«Sta mentendo!» dico, incapace quasi di controllare la mia voce.
«Per quel che mi riguarda è lei a raccontare storie. Le ripeto che non mi sono mai mossa di qua; lei piuttosto non mi ha ancora detto cosa vuole da me.»
«Non è possibile!» dico. «Era in casa mia non più di due ore fa.»
«Non è possibile. Probabilmente si riferisce a qualcuno che mi somiglia.»
«Ne è sicura?» dico sorridendo alle sue parole.
«Mia sorella, per esempio.» Sorride anche lei ora, ha alterato appena il tono della sua voce, è più soffice ora.
«Ha una sorella?»
«Gemelle; siamo uguali. È uscita stamattina presto, ma non so dove sia. A casa sua, mi pare di capire. Comunque vede, le avevo detto che può capitare di sbagliare a volte. Piccoli errori d’identità. Tutto qui. Dunque, vuol dirmi ora cosa vuole da me?»
«Sta scherzando?» dico confuso da quel suo tono troppo deciso.
«Affatto. Venga.» Mi guida nel soggiorno attraverso un corridoio scuro. Io la seguo camminando rasente alla parete. Quando entriamo mi indica una fotografia in bianco e nero contornata da una sottile cornice d’argento macchiata in più punti, appesa al muro sopra ad una cassapanca di legno.
«Questa è mia sorella» dice avvicinandosi alla foto. «E quella sono io» continua mentre si dirige verso un’altra foto appesa al muro non lontana dalla prima, incorniciata anch’essa da una linea d’argento screpolato. La stacca dal muro e me la mostra da vicino. La prendo in mano e la osservo per qualche secondo. È un primo piano della donna vista di tre quarti: le guance più scavate e un’espressione tesa, con gli occhi troppo aperti e le labbra atteggiate in una strana smorfia, danno la curiosa sensazione che la donna ritratta sia più vecchia di quella che ho davanti in carne ed ossa, quasi che la foto appartenga al suo futuro piuttosto che al suo passato.
«O se preferisce è il contrario. Io sono l’altra e questa è mia sorella, non ha molta importanza in fondo.» Guarda me, si guarda attorno senza attenzione.
«A me sembrano semplicemente due copie della stessa foto» dico confrontando i tratti dell’immagine che ho davanti con quelli dell’altra alla parete.
«A volte, guardandole, lo penso anch’io sa? Non ricordo neppure quando l’abbiamo scattata. Ma comunque questo non ha importanza non crede? Piuttosto, non doveva dirmi qualcosa…?»
«E perché lei non esce mai di casa?»
«Mia sorella: lei non vuole perché dice che sono pazza. Dice che è meglio per tutti se me ne sto tappata in casa.»
«Ed è vero?»
«Che sono pazza? No. Solo mi piace divertirmi.» Sorride. «Basta mettersi d’accordo sulle parole e siamo a posto.»
«E riesce a divertirsi qua dentro, senza mai uscire?»
«Secondo lei divertirsi e uscire sono la stessa cosa?» Si ferma un attimo a pensare con lo sguardo puntato al soffitto e una mano appoggiata al mento. Dice «Ecco! Complementari forse, ma non uguali. O forse no, ma non importa. Le piacciono i complementi?»
«Dipende dai casi» rispondo cauto cercando di adeguarmi al suo strano modo di parlare.
«Bè, io complemento mia sorella. È per questo che lei dice che sono pazza; perché non le assomiglio! Questo caso le piace?»
«Sinceramente non sono sicuro di capirlo bene; troppo poco tempo, non le pare?» chiedo tentando di eludere la sua domanda.
«Ma il tempo non è un problema» dice, mi lancia un sorriso a fil di labbra.
«Naturalmente» rispondo io senza capire, solo per aggiungere qualcosa. «Comunque sono qui per il pacco.»
«Ah sì, il pacco, il pacco è vero. Mi parli pure di lei e di questo suo pacco che viene a cercare in casa mia con tanta irruenza.»
«Solo se qualcuno me ne fornisce l’occasione» aggiungo con sarcasmo leggero. Lei ignora le mie parole e si limita a sorridere ancora scuotendo leggermente la testa. Allora le racconto della visita della sua presunta sorella stamattina, del pacco che dovevo prelevare qui, dei problemi con l’auto, dell’incontro tra mio fratello e sua sorella, del mio vagare in questo paese strano e vuoto. Alla fine la fisso negli occhi sperando di leggere in lei tracce delle sue bugie.
«Nessun pacco per nessuno» afferma sicura.
«Lo sospettavo. A sua sorella piace mentire?»
«Sì, a volte le piace; in questo siamo come due gocce d’acqua. Ma anche lei, come me, vuole sani motivi per farlo. Sa darmene uno?»
Rifletto per alcuni istanti; la guardo negli occhi. «Veramente non ricorda di avermi visto altre volte qui?»
«Se non lo sai lei! E comunque me ne ricorderei. Questo c’entra qualcosa con le menzogne di mia sorella?»
«Anche io e mio fratello siamo gemelli. Uguali voglio dire. Se lei si ricordasse di me, allora potrebbe aver visto lui. In fondo è stato mio fratello a scegliere questo posto per le nostre vacanze. Forse lui e sua sorella si conoscevano già da prima di stamattina, e la storia del pacco è stata solo un pretesto per allontanarmi da casa.»
«Questo la turba vero?»
«Non mi turba affatto. Solo avrei preferito che fossero stati più chiari. Avrei risparmiato la fatica di arrivare fin qua.»
«E così perso il gusto per il nostro incontro? Due gemelle che incontrano due gemelli; non le sembra un buon gioco arrotolato dal caso?»
Per qualche secondo ripenso alle sue parole strane. «Il caso dice? Sua sorella che piomba da noi e lei lo chiama caso?»
«Dico piuttosto che dato che è qui ormai potrebbe anche mettersi a suo agio, sedere e rilassarsi, bere un buon bicchiere e smetterla di preoccuparsi.»
«Non mi sto preoccupando; vorrei solo una spiegazione.»
«Non si sta divertendo vero?»
«Lei sì?»
«Abbastanza. Fosse posso tentare di addolcire questa visita che il caso ha montato per lei? Vuole qualcosa da mangiare, qualcosa da bere? Vuole riposarsi? Qui trova ciò che vuole; basta chiedere.»
Senza attendere la mia risposta mi afferra con per un braccio con leggerezza e mi spinge a sedere ad un enorme tavolo di legno scuro che domina il centro della stanza.
«Aspetti qui due minuti» dice. «Le preparo qualcosa di veloce da mangiare» e mi lancia un sorriso dolce e scivola verso la cucina e sparisce.
Una volta solo nella stanza sento la necessità di ripensare a quanto mi è successo stamattina, ripercorrere con la mente la sequenza di eventi e organizzarli in modo da dare un senso a ciò che mi sta accadendo, e provare così finalmente a controllare la situazione, almeno in parte, piuttosto che lasciare che sia la situazione o il caso o entrambi a controllare me. Mio fratello e questa donna, o questa donna e sua sorella e mio fratello, o io e questa donna e mio fratello e sua sorella. Si conoscevano già in precedenza? E mio fratello mi ha mentito? E se l’ha fatto, perché, che bisogno aveva di farlo? O è stata la donna di stamattina a mentire e io e mio fratello siamo vittime di un suo gioco misterioso? O è sua sorella a mentire? O entrambe? E poi il mio essere qui ora, con questa strana donna, col suo linguaggio oscuro che mi rende difficile il compito di trovare un modo adeguato per reagire a lei, e quel suo guardarmi dritto negli occhi, quei suoi occhi scuri e profondi e troppo uguali a quelli della sua presunta sorella, occhi che mi turbano più di quanto dovrebbero…
Non so, tutto ciò mi appare confuso, ho la sensazione di stare osservando troppo da vicino i particolari di una fotografia, così che pur se i dettagli di ogni elemento dell’immagine emergono chiaramente alla vista, mi resta difficile decifrare l’immagine nel suo insieme. E di nuovo mi afferra ora quella stanchezza che mi ha colto dopo l’inseguimento della bambina, una sorta di confusione mentale, una nebbia sottile che sembra insinuarmisi nel cervello, così che mettere a fuoco i pensieri mi diventa quasi impossibile.
Provo a rilassarmi; cercando di distrarmi prendo a perlustrare la stanza con lo sguardo lasciando che i miei occhi sfiorino le superfici degli oggetti senza soffermarsi su nessuno in particolare. Nell’angolo sotto la coppia di foto c’è la cassapanca di legno massiccio; a fianco un divano addossato alla parete, rivestito di una stoffa ruvida bianco-perla con minuscoli fiori stampati a tinte smorzate. Di fronte c’è un comò di legno scuro con quattro cassetti e il ripiano di marmo lucido. Appeso all’altra parete, un grande specchio con macchie irregolari nere d’argento scrostato sulla superficie duplica la stanza alle mie spalle, il tavolo, le sedie, il mio volto teso che mi guarda.
Distolgo gli occhi dalla mia immagine che mi scruta. Dalla cucina provengono suoni di piatti e allora mi alzo in silenzio e incuriosito mi dirigo verso il corridoio e poi prendo a vagare tra le camere in cerca di non so neppure io cosa, aprendo le porte una dopo l’altra senza fare rumore, quasi col timore di sorprendere donne dormienti nascoste nel buio e strapparle d’improvviso al loro sonno leggero.
Continuo la mia perlustrazione e in breve mi accorgo che non c’è molto da scoprire: alcune stanze sono completamente vuote, in altre stanze la luce non si accende e posso soltanto intravedere i profili degli oggetti e vagamente intuire le posizioni dei mobili. E più mi guardo attorno, più l’architettura della casa mi ricorda con fastidio quella della nostra casa in collina. Stessa la disposizione delle stanze, identiche o quasi anche le posizioni di quei pochi mobili che ho l’occasione di vedere. Nella sala da pranzo c’è perfino la stessa scala di legno con la balaustra che guida al primo piano. Se potessi coprire questi mobili con delle lenzuola non mi sarebbe difficile credere di essere stato proiettato indietro nel tempo e nello spazio e trovarmi ancora nella mia casa in collina, e di aver immaginato tutto questo ed essere in un sogno mattutino.
Mentre mi muovo tra le stanze sento la donna uscire dalla cucina e allora interrompo la mia perlustrazione e velocemente ritorno nel soggiorno. Quando mi siedo la trovo già seduta al tavolo; davanti a lei c’è un vassoio con pane e salame e una brocca di vetro con del vino rosso. Mi guarda.
«Le ho preparato questo per uno spuntino veloce» dice sorridendo. «Il resto più tardi, se vuole.»
Annuisco e le sorrido in risposta per ringraziarla.
«Ha trovato qualcosa?» chiede d’improvviso.
«Come?»
«Ha avuto tutto il tempo di dare una buona occhiata alla casa, no?» chiede con un tono ambiguo, una mistura di curiosità e sarcasmo. «Volevo sapere se ha trovato qualcosa di interessante…»
«Bè, sì, mentre l’aspettavo ho dato un’occhiata in giro» rispondo con imbarazzo abbassando gli occhi sul cibo. «È una strana casa» aggiungo poi cercando di eludere la sua domanda. «Sembra identica a quella che mio fratello ed io abbiamo affittato in collina.»
«Già. Poca fantasia. Le fanno tutte uguali vero? Poca fantasia!»
«E perché tutte quelle stanze vuote e al buio?»
«Per lei deve esserci sempre una risposta a tutto?» chiede subito lei eludendo la domanda così come io ho fatto in precedenza con lei, e poi piega la testa e mi fissa ancora una volta negli occhi. Io continuo a sentirmi a disagio e non so cosa rispondere; rimango in silenzio e neppure lei sembra voler aggiungere altro. È seduta di fronte a me, appena spostata verso lo spigolo del tavolo, e mi osserva lanciarmi sul cibo e addentare il pane. Le sue mani poggiano aperte sul bordo del tavolo, l’una sull’altra. Tra un morso e l’altro vuoto bicchieri di un vino scuro dal sapore aspro e forte. In silenzio, masticando, allargo con la punta delle dita le tracce più o meno asciutte, più o meno nette, intrecciate e circolari lasciate in strati successivi dal fondo umido del bicchiere sul piano del tavolo. Gioco con le briciole aggiungendole alle geometrie liquide spezzate. Lei continua a guardarmi bere e mangiare, osserva le mie mani, la bocca, gli occhi, la bocca. Entrambi non vogliamo o sappiamo aggiungere parole alla scena.
Quando ho finito di mangiare e bere ci alziamo dal tavolo e ci spostiamo verso il divano. Mi siedo e mi sembra quasi di sprofondare nel tessuto morbido dei cuscini e mi sento avvolgere da una piacevole sensazione di calma e pace.
Probabilmente accorgendosi della mia espressione finalmente più rilassata lei dice d’un tratto: «Pensa ancora a suo fratello?»
«Non ha importanza ormai.»
«Bene; è in buone mani con mia sorella, non deve preoccuparsi.» Muove una mano col palmo aperto verso di me come per rassicurarmi.
«Non mi sto preoccupando. Non ha importanza.»
«Bene allora.» Fa una pausa e sorride schiudendo le labbra.
«Si sta divertendo vero?» le chiedo notando la sua aria soddisfatta.
«Abbastanza. In genere ho solo bisogno di un po’ di rincorsa. E lei?»
«Cosa?»
«Lei non si diverte?»
«Bè, non so… cosa c’è di divertente?»
«Bè, intanto la sua rincorsa goffa, il disagio scritto nei suoi occhi che non riesce ancora a mascherare bene. Lei insomma!» Sorride ancora, piega le labbra sottili in quella strana smorfia laterale che le deforma il viso, rendendola ora simile alla donna della foto, per un attimo invecchiandola appena.
«Posso raccontarle qualcosa per rilassarla?» aggiunge con dolcezza. «Per esempio dirle dei miei capelli o le mie mani o i piccoli oggetti che sono qua attorno a noi e irradiano segreti da scoprire. Basta solo l’occhio giusto. Scommetto che lei non si è mai osservato le mani con l’occhio giusto!»
«Lei sì invece?» chiedo sfiorandole gli occhi coi miei occhi, scorrendo gli occhi sul profilo del suo naso sottile, sulle punte delle sue dita che si muovono in aria in piccoli cerchi.
«Certo! Qui ho tutto il tempo per aprirlo e guidarlo a svelare le tracce minute ma importanti che descrivono la struttura misteriosa delle cose.»
«E l’occhio giusto…?»
«È tutto ciò che vuole; è guardarsi un’unghia come fosse sempre la prima volta, cercare una storia in un capello, in un fruscio di un vestito, nello sbattere di una porta, nelle labbra, in un occhio. Basta solo qualcosa dentro che ci dica che ogni parte del mondo va guardata con l’occhio giusto. Forse…» dice con aria divertita e misteriosa «…forse il suo occhio giusto è proprio in quel vino che ho portato per lei. Forse è quello il suo trampolino.»
«Se l’occhio giusto è quello» dico indicando il bicchiere vuoto «allora a volte anch’io ho l’occhio giusto.»
«Certo! Tutti ce l’hanno a volte, ma non basta! Bisogna desiderarlo per averlo, altrimenti è solo un incidente, qualcosa che succede per caso, e allora sì che è qualcosa che tutti hanno! Ma che spreco in quel caso! Ma lo sa che dentro di noi c’è uno spazio poetico e l’occhio serve a rivelarcelo?»
La guardo, la fisso negli occhi sempre più a disagio. «In che senso?» chiedo.
«Dobbiamo sognare per restare vivi. Il sogno è la nostra poesia, il sogno ci lascia scie colorate e calde dentro che si freddano durante il giorno. Di notte siamo poeti, lasciamo che l’armonia dell’universo ci inondi, ci immerga nel suo grembo colorato. E l’occhio è proprio la lente tra il dentro e il fuori, tra il sogno e la realtà, tra il giorno e la notte. È per questo che bisogna imparare ad usarlo.»
«Lei pensa spesso a questo vero?» borbotto impacciato, sprofondato nel divano, incapace di seguirla fino in fondo.
«E lei mai vero? Certo, come tutti gli altri… Ecco perché non si diverte! Ma si rende conto che i sogni sono la nostra unica speranza di sopravvivenza in un mondo altrimenti così inutilmente monotono e identico? Quando sogniamo blocchiamo il tempo, o lo facciamo slittare un po’ in avanti, o lo tratteniamo indietro per i suoi lembi sfilacciati, e regoliamo gli orologi del tempo come ci piace. Ma si rende conto? Sognare è come catturare in un istante spazi diversi e sfaccettati ed essere capaci di poter lambire tutte quelle superfici e affacciarsi verso di loro e spaziare dentro e vedere cose, e specchiarsi e vedersi dentro come in un diadema prezioso.»
«E il tempo…» continua fissandomi con uno sguardo ipnotico «ci serve l’occhio per vedere il tempo. Il tempo dovremmo percepirlo con dolcezza, come durante i sogni, perché il tempo opera nella nostra mente con meccanismi delicati, macchine fragili che si spezzano facilmente. E se i motori si inceppano il tempo diventa sfuggente, sguscia via e diventa una linea veloce che si allontana, quel tempo noto e monotono che scandisce le nostre giornate più noiose. Invece si devono coglierne tutte le facce. Si deve guardare al tempo per scoprire futuri luminosi, futuri possibili, tutti i futuri normalmente invisibili e impossibili, tutti i presenti da trasformare in molteplici passati, tutti i passati paralleli che si combinano assieme… Tutto questo è l’occhio: è la capacità di vedere i sogni, di capire il tempo, di capirsi dentro…»
Si interrompe, si perde con lo sguardo in un punto di spazio in basso, forse su una riga scura in un quadrello di legno del pavimento.
«Aspetti un attimo.» Fa un gesto col braccio, lentamente si alza e con calma si dirige verso il comò. Apre un cassetto e vi fruga dentro e ritorna verso di me con un foglio e un paio di forbici e un rotolo di nastro adesivo tra le mani. Si siede sul divano al mio fianco. Con le forbici taglia una striscia di carta lunga e sottile; stringendone le estremità tra pollice e indice ruota le mani sui polsi l’una opposta all’altra e con un movimento ad arco unisce le dita, pollice contro pollice. Poi salda con il nastro adesivo la striscia di carta piegata in quello strano anello.
Me lo mostra sorreggendolo davanti ai miei occhi.
«Questo non è un anello normale come sembra appena lo si vede» dice. «È un anello magico. È come il tempo. Se lo si percorre con un dito ci si accorge che è un sentiero senza fine. Certo, come tutti gli anelli, ma questo è speciale, perché si può scivolare dalla superficie interna a quella esterna senza mai staccare le dita da essa, e si può continuare avanti per sempre e si va da dentro a fuori e da fuori a dentro e fuori ancora…»
Mi mostra la cosa facendo scorrere un dito sulla superficie del nastro per una decina di secondi, seguendo il movimento con gli occhi spalancati e sorridendo.
«Non è strano?» domanda. «Si crede di passare da una faccia all’altra, si vedono due facce e invece ce n’è una soltanto. Una continua e circolare. Tutto è dentro, tutto è fuori, dentro e fuori insieme…» dice, si blocca e mi osserva con occhi grandi e profondi, resta con la striscia di carta in mano, le luccicano quei suoi occhi. Ha pupille dilatate, scure, anellate appena di un azzurro intenso, come magico. Mi sento strano, caldo. Mi sento come catturato dal suo sguardo. Mi sento succhiato nei suoi occhi, perché nei suoi occhi dolci scintillano macchie grigie che non riesco bene a decifrare, come se codici misteriosi si fossero spezzati d’improvviso, azzerati e dispersi in profondi… cosa mi sta…? cosa sta facendo con… Me, sì, è strano, sono prigioniero di un incanto… è come se… sto perdendo la capacità di… completamente il fine, l’abilità per scappare… viscida, qui c’è, lei c’è, luce, bianca, riflessi molti, bianca molto, molto bianca splendente chiara luminescente sfarfalla luminosa luce molto molto molto molto molto molto chiudo. Gli apro. Occhi. Apro anche di nuovo la. Bocca…sua

——————————————bocca
———————————————————-chiudo
——————-li apro


—————————————-Occhi

—————————————————-ma non…

————————————————————————————-Bocca

—————la sua bocca mi sorridebolmente.
Apre, ma non
———————————————————so

so bene aprire, credo di scivolare lentamente nel liquido morbido sciolto e

appena, in oblii slittati, spostati deviati laterali piegati che. Cerca di carpirmi oltre dalla mente il mio cervello. Mente, sì, la mente. Perché…
…Apro gli occhi. Provo ad… Afferrarmi a lembi d’aria sospesi mentre sto precipitando, cadendo percepisco il mio corpo inclinarsi a velocità crescente vorticoso affrontare la terra. Osservo il pavimento di legno, gli intarsi geometrici ingrandirsi e corrermi incontro grandi giganteschi…
Apro gli occhi e lei è davanti a me sorridente.
«Non è niente» dice dolce.
«Cosa?»
«Niente. È l’effetto. Ma te ne accorgi solo all’inizio.»
«Cosa?»
«Era nel vino, ma poi non te ne accorgi più.»
«Cosa? Di cosa devo…?»
«È per aprirti al tempo, al divertimento. Te l’ho detto, il tempo è un anello magico. Poi non ti rendi più conto. Semplicemente non te ne accorgi più. Te ne dimentichi. Dimenticato…»
«Ma di che stai parlando?» urlo. La percepisco lontana col cervello, qui col suo corpo, eppure lontana da qui.
«Non importa. Veramente, non importa ormai.»
«Ma che stai farfugliando?» la afferro per le spalle, la scuoto con violenza eccessiva. Però lei mi lascia fare, asseconda i miei movimenti vibrando con me senza reagire.
Lentamente la libero. Ha una piega dolce negli occhi, i capelli arruffati le coprono il viso in parte, le fasciano il collo, le nascondono in parte un sorriso oscuro che lascia affiorare appena i suoi denti dietro le sue labbra luminose.
Restiamo a lungo a sondarci in silenzio.
Mi mostra ancora l’anello di carta nelle sue mani e io, confuso, non riesco a reagire a lei, a fermarla in questo suo insistere eccessivo che mi trascina nel suo mondo senza che io possa impedirglielo. «C’è più di una via per scavalcare lo spazio» dice. «Come puoi andare da un punto all’altro della superficie di questo anello?»
Attende che dica qualcosa. Resto immobile di fronte a lei, la guardo, formulo pensieri vaghi senza riuscire a concentrare l’attenzione su parole o gesti adeguati. Sono soltanto capace di fissarla, sposto a tratti lo sguardo da lei alla carta arrotolata e a lei di nuovo.
«Hai detto che è ad una sola faccia no?» chiedo dopo molto tempo. «Allora basta andare sempre avanti. Così da ogni punto arrivi sempre ad un altro punto!»
«Vero! Ma credi che le strade più lunghe siano sempre le migliori? E se invece scavalcassimo lo spazio deviando di lato? E se facessimo un foro sulla superficie?»
Con le forbici apre un foro rettangolare nella superficie di carta. «Guarda…» indica il foro. «Se la superficie è a una sola faccia, allora aprendo un foro su di essa vai da una zona all’altra della stessa superficie attraverso la via più breve, come una porta che si affaccia su due spazi lontani e li avvicina, un ingresso che scavalca lo spazio. Non credi che sia magico questo? Come il tempo, un tempo magico che ti permette di muoverti in avanti saltando sezioni di tempo, o muoverti indietro dove ti piace tornare e generare cicli, anelli di tempo, anelli speciali, come questo.»
Le brillano gli occhi mentre parla, una luce misteriosa.
«Pensi spesso a queste cose vero?» ripeto. La guardo preoccupato e a disagio, ansioso per qualcosa di oscuro che sembra prenderla dentro, lanciarla veramente troppo lontana da me, lontana da qui e da se stessa.
«E tu mai vero? È così che resti ancora nel buio, come tutti gli altri, come mia sorella che mi crede pazza perché le racconto tutto questo.» Piega la testa di lato e continua a sorridere con un’espressione allucinata, gli occhi sbarrati e le labbra dischiuse.
«Ora, se tu fossi magnetico» sussurra avvicinandosi d’improvviso, colorando la sua voce di toni caldi «mi attireresti come si attira il metallo fuso.»
«Sono magnetico?» chiedo, scambiando sorrisi anch’io, incerto, mal lanciato nel suo gioco.
«Si può provare a scoprirlo, e giocare a cercare i piccoli campi elettrici che inondano l’aria attorno al tuo corpo.» Prende ad agitare le braccia e le mani attorno alla mia testa, sembra sondare un guscio a me invisibile che mi incarta.
«Forse…» dice divertita.
«E tu sei metallo fuso?» chiedo.
«Certamente!»
Subito me la ritrovo addosso; mi abbraccia come una piovra scura stringendomi forte.
«Vedi? Come lava e calamita!»
D’improvviso le nostre bocche si toccano, sfiorano, tirano aperte coi denti pelle di guance e mento e lingua. Contatti morbidi si sovrappongono nella mia mente, zone calde confondono le mie dita. Emergono densità diverse affastellate in fasce contigue di spazio di corpo.
«Vedi che può esserci un tempo di sogno?» bisbiglia staccando i suoi denti dai miei.
«Non siamo in un sogno ora.»
«Ne sei così sicuro? E in ogni caso mi piace crederlo. Le possibilità del dubbio…»
Si sfila il vestito nero e lungo che scivola sul suo corpo fino a terra con un fruscio liquido, come un mucchietto accartocciato scuro le copre i piedi nudi e le caviglie.
«I tuoi futuri luminosi prevedevano questo?» domanda mentre mi si arrotola vicino.
«Può darsi. Quelli luminosi può darsi…»
«Andiamo di sopra» dice allora guardandomi, schiudendo le sue labbra lucide.
La contemplo per lunghi istanti. «Sei un meccanismo misterioso» le sussurro ridendo piano.
Allora mi afferra la mano, la stringe, mi guida in fretta per le scale di legno e in camera e sul letto. Mi guida verso di lei e su di lei e io la lascio fare. Mi spoglia rapida avvinghiandosi alla mia pelle. Mi guida a sfiorarla e toccarla in punti di vibrazione, mi guida verso nicchie nascoste e calde del suo corpo e superfici tenere da assaggiare. Fino alle sue unghie da succhiare, polpastrelli e profili di dita lunghe, e sbandamenti di vene, intarsi di pelle e leggere pelurie che dorano dune di carne riflettendo le luci della stanza.
Colgo il suo cuore di lava, le affinità misteriose che sbocciano dal contatto dei nostri corpi stretti. Mi guida verso fasce sode di corpo, ondulazioni di schiena e tagli improvvisi, mi avvolge con masse di capelli neri, sfioro i suoi piedi sottili, le sue caviglie, il suo ventre caldo, e i seni, le spalle, il suo collo tornito, la linea limpida del suo naso, il suo neo perfetto sotto l’occhio destro. Mi guida verso le sue zone scure, verso luci che salgono nel cervello, verso il suo buio che diventa il mio.

 

Nel sonno dopo l’amore mi dimeno su strati eccessivi e morbidi di stoffa e pelle amalgamate.
Sogno: episodi brevi, confusi nel sudore; luci abbaglianti seguono momenti di tenebra, precedono sequenze meccaniche di gesti, ripetizioni di eventi che poi si dissolvono per morte da dimenticanza.
Sogno: corpi identici di donne eteree partorite da una sola radice, umida e bianca che emerge dalla linea liquida di un mare di sangue. Le figure si dimenano e contorcono anelando al distacco dalla madre generatrice, e precipitano nel magma cupo, l’una sull’altra, gemendo; le loro braccia si muovono frenetiche e le bocche aperte mostrano lingue e denti; i capelli arrossati, lunghi, si intrecciano e si fondono, e i corpi si addensano con rumore di ossa, sciolti si compongono in un ammasso informe di carne chiara che spicca dal liquido agitando braccia e protuberanze, come rami morbidi di una radice bianca.
Sogno: labirinto bianco che si piega su se stesso in dimensioni invisibili e infinite. Sono sempre dentro, nato lì dalla materia fusa del labirinto stesso; sono sempre il labirinto, dentro, bianco, sono sempre stato dentro, e l’ingresso, sbocciato da braccia di donna, trovato e dimenticato, è ora l’uscita, agognata e impossibile, che riconduce al labirinto stesso, ancora e ancora.
Sogno: occhi schiacciati, annodati, arrotolati, con bocche voraci e altri occhi ossessivi, fissi, che cercano l’immagine della propria vista; emergono pulsanti da ogni zona della superficie vitrea del bulbo e scompaiono inghiottiti da altri occhi più recenti.
Il sudore mi gela nel sonno, nel tempo dell’oblio e dell’indifferenza. Le differenze sono perse ormai, annullate; invano cerco connessioni troppo in fretta svanite dalla memoria, perse ormai, ormai dimenticate.

 

Mi sveglio di colpo dopo ore di ossessioni. Guardo l’ora ma l’orologio è fermo. Fuori è buio, riflessi di luna piena entrano dai vetri e velano d’azzurri e bianchi pallidi le superfici degli oggetti nella stanza.
Ho sete e fame; mi alzo, una pesantezza alla testa mi inchioda stordito sul bordo del letto, chiazze mobili di luce impresse nella retina svaniscono a fatica. Ho la bocca impastata come se avessi bevuto del vino di pessima qualità.
Mi vesto e scendo al pianoterra ancora assonnato e intontito. In cucina bevo a lunghi sorsi direttamente dal rubinetto, poi inquieto apro tutti gli sportelli della credenza, sfilo i cassetti in cerca di qualcosa da mangiare, ma la sola cosa che riesco a trovare è un barattolo di vetro con del caffè. Niente altro. Allora prendo a vagare tra le stanze con i crampi allo stomaco; confuso, mi abbandono ad una ricerca asistematica di cibo, vado avanti e indietro, apro porte e le chiudo, ruoto maniglie, giro la testa attorno. I miei occhi invano cercano riferimenti tra questi mobili che mi appaiono tutti uguali, in parte celati nell’oscurità, forse in parte avvolti con lenzuola chiare.
La casa è più grande di come la ricordavo. Continuo ad aprire porte e richiuderle dietro di me. Trovo un lungo corridoio che si affaccia su un lato della casa che non avevo ancora esplorato. Ci sono porte a destra, porte a sinistra. Vado avanti, alla fine del corridoio c’è ancora un’altra porta. In qualche modo è diversa dalle altre, meno rifinita forse, quasi come un’uscita tagliata nella superficie del muro dopo la costruzione del muro stesso. La apro, passo attraverso, mi ritrovo all’esterno. Scendo pochi gradini di pietra fino al prato, cammino lento sull’erba con le gambe rigide. Giro attorno alla casa; a sud si allarga la valle e le colline morbide illuminate dalla luna sembrano branchi ammassati di strani animali notturni, immobili, con le teste piegate nel sottosuolo e le schiene inarcate rivolte al cielo. Il mare lontano si intravede come una fascia compatta più chiara, una linea d’argento sbiadito.
Mi siedo a terra con le gambe distese e le braccia gettate all’indietro, cercando invano di mettere a fuoco i pensieri turbinosi delle ultime ore di sonno e incubi.
In breve l’umidità dell’erba mi penetra nei vestiti e poi dentro fin nelle ossa. I primi bagliori dell’alba colorano il cielo ad est. Rientro in casa, in cucina mi siedo al tavolo e appoggio la testa sulle braccia ripiegate. Scivolo presto in un torpore senza sogni per un tempo indefinito.

 

Il suono dei passi di qualcuno che scende le scale mi sveglia di soprassalto, e subito un misterioso impulso dentro, un prepararmi alla difesa contro un pericolo invisibile, mi fa scattare in piedi prima ancora che io abbia aperto gli occhi. Oltre lo stipite della porta vedo un’ombra muoversi giù dalle scale e, ancora prigioniero del sonno, ancora preso dalla sensazione di muovermi in un sogno che non ricordo di aver cominciato, abbandono il tavolo e mi avvicino alla porta, fin quando l’ansia generata dal mio risveglio brusco si placa finalmente, perché riconosco mio fratello fermo sull’ultimo scalino.
«Finalmente!» gli dico.
«Ehi!, ma ci si sveglia all’alba in questo posto?» chiede lui appena mi vede.
«Bè, se credi che sia l’alba…» rispondo indicandogli la finestra e la luce intensa del sole che filtra dentro.
Lui non aggiunge altro, ma segue con gli occhi la direzione del mio dito verso la luce. Per istanti restiamo immobili e in silenzio, ci guardiamo, lui un palmo più in alto di me fermo su quell’ultimo scalino, io più in basso, intontito dal sonno, incapace di staccarmi dalla sensazione di essere saltato da un sogno ad un altro, di essermi svegliato solo per scoprire di stare ancora dormendo e sognando. Gli sorrido a occhi socchiusi e lascio scorrere lo sguardo su di lui, sui suoi ricci scomposti, su quei suoi occhi arrossati dalla notte, e le sue guance scavate scurite dalla barba lunga. Ho l’impressione che questa sua aria stanca lo invecchi. In fondo ha la mia età, in fondo lui dovrebbe essere il mio specchio, la mia copia perfetta. Eppure io non sono come lui, non mi sembra di… No, è che ho perso l’abitudine di confrontarmi in lui e di accettarlo come un’estensione del mio corpo, una duplicazione del mio volto. O magari, dopo tutti questi anni, forse è vero che non ci somigliamo più; l’esperienza ci cambia, cambia la mente, ma anche i muscoli, le contrazioni, il modo in cui sorridiamo o chiudiamo gli occhi e muoviamo la bocca; il tempo e gli eventi cambiano anche quello, e siamo diversi, se possibile ancora più diversi da come eravamo prima, il tempo e lo spazio che intensificano la distanza tra noi.
Ma non so, non so bene, perché d’improvviso mi salta alla mente l’immagine di lui stanotte nel suo letto, quando mi sono alzato, il pensiero che mi ha colto allora, quando l’ho visto dormire, un pensiero opposto a quello che ora mi sfiora, sono io, ho pensato allora, ecco la mia copia che dorme e io sono qua in piedi di fronte a me a guardarmi dormire…
«Sai» gli dico «stanotte, quando mi sono alzato e ti ho visto nel letto, per un momento ho avuto la sensazione di una copia di me stesso che dormiva mentre io ero lì sveglio ad osservarla.» Gli sorrido.
Continuo a guardarlo e da come lui risponde al mio sorriso col suo sorriso sono sicuro che anche lui nel vedermi ora, qui di fronte a lui, è stato colto dallo stesso pensiero. Lo so, posso sentirlo. In fondo, anche se il tempo ci divide, siamo ancora gemelli. In qualche modo ancora riesco a intuire i suoi pensieri.
«Non eri più abituato eh?» mi risponde e io annuisco e poi i miei occhi si incontrano coi suoi finalmente, ma allora mi accorgo che non è come ho pensato e sperato, leggo qualcosa di strano in lui, sento nella sua voce una nota di disagio sicuramente generato dalla mia presenza, quello stesso disagio che aveva cominciato ad farsi strada tra noi negli ultimi tempi in cui vivevamo assieme con Irene, prima di quel giorno…
Mi accorgo che non è ancora riuscito a perdonarmi di aver scelto la sola cosa veramente giusta per entrambi, essermene andato e averlo lasciato con Irene. Così ora restiamo ancora lì in piedi, lui imbarazzato e ormai anch’io colto da un imbarazzo leggero per quel prolungato silenzio tra noi.
Poi finalmente è lui a muoversi verso la cucina e io allora lo seguo. Ci sediamo e prendiamo a guardare il tavolo, la finestra, le nostre dita. Trovare le parole non è facile.
«È molto che sei alzato?» mi domanda dopo un po’.
Punto gli occhi su di lui. «Abbastanza. Avevo fame e così sono sceso a cercare qualcosa da metter sotto i denti, ma niente di niente, questo dannato posto è vuoto come l’aria!»
Lo vedo sorridermi divertito. «Bè, dopo un anno che è disabitato… Pretendevi anche che qualche servizievole spiritello ti apparecchiasse la tavola commosso dal tuo appetito famelico?»
«Ma se è da ieri che non mangio!»
«Poveretto!» dice simulando un’espressione rattristata. «Vuoi commuovere anche me?»
«Piantala!» gli urlo brusco. «Piuttosto fa’ il caffè, che è l’unica schifosa cosa che sono riuscito a trovare qua dentro.»
Mi alzo, vado a prendere dalla credenza il barattolo di caffè che ho trovato stanotte e lo appoggio sul tavolo.
«Ehi, ehi calma!» dice lui guardando il barattolo e poi me. «Io mi sono appena alzato; non puoi chiedermi questo…»
«Bè, potresti almeno…» comincio, ma poi mi interrompo. Gli lancio un’occhiataccia, ma non ho voglia di parlare ora. Non per il caffè, in ogni caso. Prendo la caffettiera dal lavandino, torno al tavolo, apro il barattolo del caffè e lentamente comincio a riempire la caffettiera.
Lui segue i miei movimenti con gli occhi, sembra quasi cercare segni misteriosi nascosti nei miei gesti, mi guarda e guarda e continua a non parlare. Mi piacerebbe sapere cosa gli sta passando per la testa ora. Sicuramente è il disagio per avermi davanti di nuovo e d’improvviso dopo tutti questi anni. In fondo anch’io provo lo stesso disagio. Certo, come potremmo evitarlo? Ma vorrei sapere se è stata veramente una buona idea quella di venire qua in vacanza per cercare di recuperare il tempo perduto tra noi. Non so, siamo gemelli, dovrei conoscerlo come conosco me stesso, e malgrado ciò ora non riesco neppure a capire cosa gli sta passando per la testa. È lì che mi guarda in silenzio, e magari vorrebbe dirmi cose e invece… È strano, non dovrei neppure pensare questo dopo appena poche ore, ma ho la chiara sensazione che lui non sia cambiato affatto; come se quell’ingenuità adolescenziale che allora entrambi condividevamo si fosse conservata in lui perfettamente identica. Ho la spiacevole sensazione che il tempo per lui si sia fermato a quando vivevamo ancora assieme. Lo vedo sforzarsi nel riprodurre quelle frasi e quelle espressioni e quel modo di essere con me che ci univa allora e che per me ormai appartiene soltanto al passato. Anche dopo appena poche ore mi è chiaro ormai che quel legame stretto che c’era tra noi, quel capire le cose al volo senza bisogno di parole, quel dialogo con gli occhi, quella forza segreta tra noi che ci divertivamo a chiamare la magia dei gemelli non esiste più.
Mi domando se riusciremo mai a parlarci di nuovo, o se questa vacanza che ho cercato di organizzare per farmi perdonare da lui finirà invece in qualcosa di insoluto, qualcosa che ci farà ripetere ancora e ancora parole e gesti ormai consumati, senza la possibilità di poter uscir fuori da un passato che ci lega e che pure ormai non ci appartiene più.
Quando ho finito con il caffè chiudo la caffettiera e la appoggio sul fornello e poi ritorno al tavolo e mi siedo.
«Grazie fratellino» dice allora lui indicando la caffettiera.
«Non ti preoccupare, avrai modo di ringraziarmi a suo tempo.»
«Cosa sta elaborando ora quella tua testolina insana?»
«Provviste. Manca tutto qua e bisogna che qualcuno vada in paese a far compere.»
«E non pretenderai che io…»
«Io il caffè tu le provviste. Te l’ho detto, aspetta a ringraziare. E poi non posso andare io, ho mal di testa. Ho avuto incubi tutta la notte e anche maledettamente reali, come veri.»
«Brutte storie?» domanda.
«Non so bene, non ricordo. So solo che sembravano veri. Immagini lucide. Non ricordo cosa, ma ho questa sensazione strana, queste immagini che si ripetevano come in un ciclo, ossessive; una dopo l’altra, due o tre volte, e poi da capo, la prima, e poi la seconda ancora, e così tutta la notte! Terribile! Come se avessi bevuto troppo! Credevo di non venirne più fuori… È anche per questo che mi sono alzato presto. Sono uscito a prendere una boccata d’aria fresca.»
«Di notte?» chiede stupito.
«Era quasi giorno.» Lancio lo sguardo oltre i vetri sporchi della finestra, per secondi lascio vagare gli occhi sul profilo di un vecchio carretto di legno annerito e affondato nell’erba, inclinato sull’asse privo di ruota. Mi gratto la crosta sottile di una ferita vicino al pollice. «E poi c’era la luna piena» continuo. «Si vedeva la valle e le colline. Era strano, irreale quasi, tutte quelle colline sembravano quasi le schiene imbiancate di animali notturni addormentati» gli spiego agitando le mani in aria per riprodurre con le dita le rotondità delle colline.
Lo vedo sorridermi mentre gli racconto questo. Sento che sta facendo di tutto per tentare di riavvicinarsi a me e adeguarsi al mio modo di essere, anche se è chiaro dall’espressione del suo volto che le mie parole e i miei gesti devono apparirgli estranei, troppo diversi da quei gesti e quelle parole che definivano il dialogo tra noi. Lo guardo ancora negli occhi e allora gli sorrido anch’io, cercando di minimizzare questa sensazione di lontananza che mi trovo a provare nel vedermelo davanti. Gli sorrido, e mi accorgo che lui assegna un qualche significato speciale a questo mio sorriso, lo capisco da come reagisce, da come apre gli occhi e allenta finalmente quell’espressione tesa che ha avuto finora stampata sul suo viso. E sta quasi per aprire la bocca e parlare, ma la sua frase gli resta muta tra le labbra perché d’improvviso udiamo qualcuno bussare alla porta e chiamarci.
Il caffè bolle sul fuoco, corro verso il fornello e lo spengo, poi lancio un’occhiata incuriosita a mio fratello, ma lui scuote la testa, e allora andiamo alla porta. La apro, ferma davanti a noi c’è una donna giovane, bellissima, col sole che le riempie il volto di luce, coi capelli neri che le avvolgono le spalle, neri come gli occhi che ci punta addosso mentre ci sorride.
Subito ci saluta con cordialità, la sua voce è piacevole e bassa, una nota di viola quasi.
«Siete i nuovi inquilini?» domanda. Annuiamo e lei allora ci guarda per un momento spostando gli occhi da mio fratello a me, sicuramente sorpresa nel notare le nostre facce identiche.
«Scusate il disturbo, così di mattina, senza avvertirvi» continua rivolta ad entrambi.
«So che il proprietario della casa voleva venire a salutarvi, lo so perché sono una sua amica, però è via per affari, e così mi ha telefonato pregandomi di venire io qua e vedere se tutto è a posto e insomma, sì, ad aiutarvi se avete bisogno di qualcosa.»
Dopo queste parole rimane in silenzio per alcuni secondi e sofferma i suoi occhi su di me e mi sorride, un sorriso strano, intimo quasi, quasi di complicità, e improvvisamente e senza ragione mi afferra un forte disagio; è come se avessi già visto quello schiudersi di labbra, un ricordo lontano che affiora ora di colpo alla mia mente, ma è un’immagine che mi sfugge, non riesco a definirla con chiarezza, non ricordo dove o quando, è solo un senso di familiarità con quell’aprirsi leggero delle labbra e scoprire i denti, l’idea di ammirare la ripetizione di un sorriso che devo aver già visto. È una sensazione d’un attimo, ma sufficiente perché io rimanga in silenzio un momento di troppo, e mio fratello nota la mia incertezza, così che ora anche i suoi occhi meravigliati sono su di me, accrescendo così il mio senso di disagio.
«È molto gentile da parte sua» dico lentamente, nel tentativo di celare il mio imbarazzo «ma non sappiamo ancora…»
«Siamo appena arrivati ieri sera» mi interrompe mio fratello accorgendosi che sono ancora in difficoltà «ed è difficile dire di cosa potremmo aver bisogno. Comunque, già che è qui prego, si accomodi. Abbiamo appena fatto del caffè. Non c’è niente da mangiare, ma almeno una tazza di caffè possiamo offrirgliela.»
Ci sorride e ringrazia e allora ci scostiamo per lasciarla entrare, e mentre lei ci cammina disinvolta davanti verso il soggiorno io e mio fratello ci scambiamo un’occhiata interrogativa, anche lui, come me, lo so, ancora incapace di reagire adeguatamente a quest’improvvisa presenza tra noi. Io prendo subito a occuparmi del caffè, cercare i cucchiaini, versare il caffè nelle tazze, affidando così a mio fratello il compito più difficile di iniziare la conversazione.
Una volta seduta al tavolo lei dice subito: «Ah sì, dimenticavo… ho un pacco per voi da parte del vostro padrone di casa. Ma non qui, il pacco è a casa mia, perché era troppo pesante e non potevo trasportarlo qui da sola, senza un’auto. Ecco, volevo solo dirvi questo, così quando venite giù in paese…»
«Proprio pochi minuti fa mio fratello stava dicendo che vuole andare in paese per comperare del cibo» rispondo subito, ancora in piedi con le tazze in mano, prima che sia lui a precedermi.
«È una magnifica giornata e a lui piace molto muoversi in auto» continuo sorridendo, caricando la voce con quel tono ironico che piace tanto a mio fratello, e cercando di prevenire così i suoi tentativi di protesta. Ma allora lo vedo subito muovere gli occhi da me a terra e incupirsi e restare a bocca aperta, senza neppure iniziare quelle sue frasi di stizza che so aveva pronte per me, e allora capisco che ho sbagliato; non è ancora capace di accettare i miei scherzi, lo so, non avrei dovuto spedirlo a prendere il pacco così d’improvviso. Ma ormai è troppo tardi, cosa posso farci ormai, e poi, in fondo, non è così importante, dovrebbe imparare ormai a prendere le cose più semplicemente…
Nei minuti che seguono evito le sue occhiate che presumo di fuoco e mi soffermo a studiare nella tazzina il riflesso d’oro della luce che entra dalla finestra. Con imbarazzo crescente ci perdiamo nel caffè che sorseggiamo con piccoli movimenti ripetuti dal piattino alla bocca al piattino. A volte spezziamo il silenzio con commenti sul sapore acquoso della miscela, o sul tempo, eterno appiglio di parlato in caduta, e ci concediamo sorrisi eccessivi, raccontandoci dell’andare al mare, la spiaggia pulita, l’acqua calda, e come è piacevole poter nuotare di nuovo dopo l’inverno lungo e freddo, e…
Mentre parliamo non posso fare a meno di lasciare che i miei occhi vaghino, sicuramente con insistenza eccessiva, su questa donna che mi siede di fronte, sui suoi occhi, i suoi capelli lunghi e così neri che sembrano quasi catturare tutta la luce e assorbirla, sulle sue labbra che continuano a sorridermi e sorridermi, e allora sempre più mi coglie la sensazione di averla già vista, anche se non riesco a ricordare dove e quando.
Non posso staccare gli occhi da lei, e lei si accorge di questo, ma non evita le mie occhiate, anzi, anche lei prende a guardarmi con insistenza, senza esitazione, senza neppure tentare di mascherare il suo interesse. Mi osserva e mi sorride.
D’un tratto, con un gesto brusco, mio fratello si alza. Mi guarda. Guarda lei. «Bene» dice con un tono sarcastico. «Vogliamo andare a prendere questo pacco? Bisogna muoversi no? Togliersi di dosso il freddo e la pigrizia… E poi c’è questo pacco da prendere no? Se vuole aspettarmi in auto, in un attimo sono pronto…»
«Le auto non mi piacciono molto» risponde lei tranquilla, sorridendo, ignorando il suo sarcasmo. «Preferisco camminare quando posso. E poi» continua, indicando col braccio un punto oltre la finestra «c’è una scorciatoia per il paese proprio qui dietro, e con quella sarò a casa mia prima di lei, se lei vuole andare ora.»
Sorride ancora, poi chiede un pezzo di carta e una penna; io mi alzo e vado a frugare nelle tasche della mia giacca, e quando le porgo carta e penna lei scrive il suo indirizzo e spiega a mio fratello sommariamente come trovare la sua casa. Da come mio fratello la guarda sono sicuro che non ha capito, forse non sta neppure ascoltando, ma non chiede altre spiegazioni e io non voglio certo aggiungere parole, visto che se l’è presa così a male per avergli chiesto di andare a prendere quest’accidenti di pacco.
Poi, senza più parlare, sale in camera. Quando scende dopo un po’ indossa un’altra camicia. Mentre si dirige verso la porta ci lancia un sorriso falso.
«Allora ci vediamo a casa sua eh!» dice alla donna, e poi ci saluta con un gesto breve della mano ed esce. La donna ed io lo seguiamo fino all’auto, accompagniamo con gli occhi i suoi gesti lenti, l’infilarsi nell’auto, l’accendere il motore, l’allontanarsi e lo sparire nascosto dal profilo della collina.
«Arrabbiato?» mi chiede la donna mentre rientriamo in casa.
«Chi lui? No, è soltanto un po’ pigro; sì, non aveva molta voglia di andare, ma basta scuoterlo un po’. Non si preoccupi, è fatto così, ma gli passa subito…» le lancio un sorriso e allargo le braccia; anche lei sorride.
Quando siamo di nuovo dentro lei dice «Posso restare ancora un po’?»
La guardo. «Scherza? Certo. Faccia come fosse a casa sua.»
Mi ringrazia. Camminiamo verso il soggiorno e lei si siede con cura nel divano ancora avvolto nel lenzuolo e incrocia le gambe e scopre le ginocchia. Afferro una sedia e mi siedo di fronte a lei. Osservo il rosa delicato della sua pelle, il profilo delle sue caviglie diventare ginocchia e cosce e confondersi poi nell’ombra della gonna. Per qualche minuto riprendiamo quella conversazione vuota che tiene il tempo sospeso in uno spazio neutro di significati. Mentre parliamo lei si agita nel divano, ogni volta cambiando la posizione delle gambe, incrociate, accavallate, piegate di lato, allungate, e ad ogni suo movimento gli occhi mi cadono sui suoi polpacci e ginocchia e centimetri di quelle gambe affusolate che la stoffa non riesce più a nascondere.
Passano i minuti, minuti sempre più lunghi. Ogni tanto ci interrompiamo, allungando di volta in volta i silenzi tra le parole, fin quando quei silenzi diventano imbarazzanti, fin quando provo la sensazione di essere ormai incapace di sostenere ancora quella conversazione senza senso né scopo.
Dopo un silenzio troppo lungo e per me ancor più imbarazzante di quelli che l’hanno preceduto, lei piega la testa da una parte, i suoi capelli amplificano ondeggianti il suo movimento. Mi osserva, sulle sue labbra quel sorriso che non la abbandona per un istante. Sembra essere perfettamente a suo agio. «Le piace la casa?» domanda.
«Bè, non saprei ancora. Siamo arrivati soltanto ieri sera e non ho ancora avuto il tempo di guardarla bene. È così grande…»
«Sì, questo me l’ha già detto, ma non ricorda altro?»
«Cosa?»
«Naturalmente. Dimenticanza… Non ha ancora imparato ad aprire gli occhi. Certo, come tutti gli altri…»
«Come?» le chiedo, forse mi è sfuggito qualcosa nelle sue parole.
«Dicevamo che non ricorda. È questo è naturale. Certo, si dimentica subito. Ma… E suo fratello è via ora. E noi… no, non ha importanza.»
«Scusi, ma non riesco bene a…»
«Forse dovrei andare vero? È ora che me ne vada? Ma il tempo non ha importanza, non le pare?» domanda e poi resta con la frase a mezz’aria, immobile, in attesa di una mia risposta.
«Certo» balbetto, tentando di riagganciarmi ad un filo logico a me invisibile e che a lei invece appare chiaro. Ci guardiamo. Lei torna insistente con lo sguardo su un punto del mio collo; i suoi occhi profondi mi imbarazzano. Sempre più sono preso dalla sensazione di averla già vista. Ma quando? Dove? Cerco tracce nella memoria, ma invano, allora cerco parole per ristabilire la conversazione, cerco lo spunto nei motivi geometrici del pavimento, o in una macchietta scura nel bracciolo della mia sedia, ma niente, nessun ricordo riaffiora, nessuna parola, non so più cosa pensare o dire. Per qualche istante aspetto che sia lei ad aggiungere altro o si alzi per andarsene finalmente.
«Forse mio fratello la sta aspettando» azzardo allora dando un’occhiata all’orologio.
«Suo fratello è in buone mani. Non c’è niente di cui preoccuparsi» dice molto calma, decisa. «E poi gliel’ho detto, il tempo non ha importanza.»
«Come?» ripeto continuando a non capire, vagamente preoccupato per quel tono sicuro con cui ha pronunciato queste ultime frasi.
«Perché vuole sempre sapere? Sempre domande..»
Si alza, si avvicina a me prima che riesca a replicare, afferro il suo odore dolce di pelle negli attimi che la precedono avvinghiata a me, mentre stringe le braccia attorno alla mia
schiena, mentre mi sfiora la fronte con le sue labbra fresche, lo zigomo e la bocca e l’occhio e la bocca ancora, mentre le sue dita si intrecciano con le mie, goffe, mentre impulsi luminosi impregnano il mio corpo e salgono su fino alla nuca e al cervello.
Ci baciamo a lungo in piedi, inclinati tra tavolo e divano. La stoffa leggera del suo vestito sembra cedere e aprirsi sotto le mie mani; bottoni sfilati, lembi ripiegati, dita che si soffermano leggere su e giù, e su e su ancora in intermezzi caldi e morbidi. La stringo a me, la abbraccio e mi lascio abbracciare, stupito di lei e del mio arrendermi facile a lei, mentre ritrovo in lei le sensazioni nascoste nei sogni, odori persi e catturati ora tra i suoi capelli, e restiamo così, i nostri movimenti che sembrano rallentati, lunghi e perfetti, per un tempo che sembra perdere consistenza e farsi sempre più lento, lungo e perfetto, lunghissimo, eterno.
Poi distacca le sue labbra da me, si allontana un po’ e ride forte senza motivo, una risata dolce e profonda che mi vibra dentro, e allora la tiro indietro e verso di me, la sollevo, ed è leggera tra le mie braccia; getta a terra masse disordinate di capelli, continua a ridere e a lanciarmi lievi sospiri e ad arruffarmi i capelli con le sue cento dita. Mi sussurra all’orecchio frasi che non capisco, sul tempo e la magia del tempo, dice, i sogni, me e lei di nuovo, dice, finalmente, bisbiglia, e ride aprendo la bocca e mostrandomi i suoi denti bianchissimi.
Lentamente mi dirigo verso il divano e ce la depongo e prendo a sfilare il lenzuolo da sotto di lei facendola ruotare di mezzo giro, e allora, d’improvviso, mentre sto lanciando la stoffa sul pavimento, colgo con la coda dell’occhio un’ombra alla finestra. Mi giro di scatto e per frazioni di secondo i miei occhi incrociano quelli di qualcuno che guarda dentro, un uomo credo, ma la polvere incrostata sui vetri mi impedisce di distinguerne bene il viso, e non ho il tempo di guardare meglio perché non appena si accorge di essere scoperto lui subito schizza via dalla finestra e sparisce. Io corro alla porta cercando di inseguirlo, ma subito la donna mi grida: «Lascia stare, non ha importanza.»
«L’hai visto anche tu?» chiedo eccitato, fermo a metà strada tra lei e la porta.
«Lascialo stare; se n’è andato ora.»
«Ma stava a spiarci! Devo inseguirlo e sapere che cosa…»
«Vieni qui» mormora lei, mi sorride. Per un momento la ammiro distesa nel divano, col vestito aperto in parte, le labbra dischiuse, accese.
«Vieni qui e portami di sopra» dice dolce.
Ruoto la testa verso la finestra vuota. Fuori c’è solo la collina, un cielo lucido. Con lo sguardo ritorno a lei, al suo sorriso. «Portami di sopra» ripete.
Mi avvicino a lei. Rimango in piedi di fronte a lei. Esito. Non riesco a capire il suo gioco. Esito. Poi mi avvicino fino a toccarla.

 

Quando mi sveglio ho la testa pesante e la bocca impastata dal troppo sonno privo di sogni. Lentamente scivolo dal letto, mi vesto e, ancora stordito, scendo al pianoterra lasciando che le dita sfiorino la superficie impolverata della balaustra di legno delle scale.
Sotto c’è una penombra morbida; la luce entra dalla finestra diffusa dalla polvere incrostata sui vetri e si appoggia come liquida sui mobili accatastati alla rinfusa e ancora ricoperti di teli bianchi. Quando sono sull’ultimo scalino intravedo dalla cucina l’ombra di mio fratello muoversi verso di me. Si affaccia oltre lo stipite della porta, mi sorride.
«Finalmente!» dice.